di Mariangela Di Marco. Giornalista
Dal Neolitico a oggi, il grano ha segnato la vita umana, intrecciandosi con religione, cultura e politica. Tra rituali contadini e lotte per il pane, esso continua a incarnare nutrimento, identità e dignità in tutto il Mediterraneo.
Nessun altro vegetale ha influenzato la storia dell’essere umano come il grano, tanto da modulare la geografia sociale di vaste aree del pianeta sin dal Neolitico, diventando uno dei cereali più usati nell’alimentazione moderna. Con il ciclo del grano si identifica tutto il sistema religioso e culturale del mondo agricolo mediterraneo, come spiegava l’antropologo Ernesto De Martino, sistema che la civiltà contadina ha mantenuto gelosamente fino al secolo scorso, quando la ricerca della modernità ha tentato la ricollocazione di tutto quanto appariva “vergognoso” alla società post-moderna determinando così il ripudio del sé identitario. Di tutto ciò oggi, in qualche zona ancora non piegata del tutto al capitalismo, qualcosa rimane.
GRANO COME RITO E SIMBOLO
Come a Jelsi, in Molise, dove il grano si fa arte e seme di vita comunitaria: qui ogni 26 luglio si celebra Sant’Anna – considerata dalle comunità contadine la Magna Mater Frumenti – con grandi opere devozionali composte da spighe, che hanno reso la manifestazione Patrimonio immateriale d’Italia, riconosciuto dall’Istituto Centrale di Demoetnoantropologia. Sempre in Molise, anche traglie e covoni di grano sono protagonisti, a Palena, Roccavivara e Pescolanciano, come offerte votive ai rispettivi santi patroni.Anche nei comuni di Flumeri, Fontanarosa, Foglianise, Mirabella Eclano, San Marco dei Cavoti e Villanova del Battista, dislocati lungo l’Appennino meridionale nelle province di Avellino e Benevento, il ciclo del grano viene celebrato attraverso spettacolari macchine festive, carri e obelischi alti fino a trenta metri, realizzati da sapienti artigiani con spighe di grano intrecciate a mano. Anche qui, in onore dei santi patroni, tra i mesi di luglio e settembre, le macchine artistiche vengono portate in processione dall’intera comunità, trainate da trattori o buoi. Un tripudio di gioia corale, offerta di natura, e rispetto per il grano, quale prodotto principale di un’economia ormai modificata e che spesso non tiene conto dell’aspetto umano, degli sforzi, dei sacrifici, della fatica che c’è dietro un chicco di grano.
Esempio virtuoso sono i Monti frumentari, gli enti mutualistici nati nel XV secolo per prestare ai contadini in difficoltà il grano per la semina, con un minimo interesse sulle derrate prestate. Afflitti costantemente da penurie e carestie, spesso i lavoratori della terra erano costretti a mangiare anche quello che doveva essere riservato alla semina: in quel modo, l’ente costituì un’essenziale forma di sostegno per molti di loro, a testimonianza delle pratiche comunitarie e solidali esistenti nel Mezzogiorno, scomparse con l’Unità d’Italia in favore dei Consorzi agrari.
Ogni 8 settembre presso il Santuario di Santa Maria d’Anglona, splendida testimonianza dell’architettura bizantina nel comune lucano di Tursi, che guarda i fiumi Agri e Sinni, la Madonna viene portata in processione per benedire gli uomini, le donne e i campi circostanti. Un rito che, secondo studi antropologici, ha sostituito quello dedicato a Demetra, dea greca dei raccolti e delle messi, il cui santuario si trova a pochi chilometri di distanza, a Policoro, sul Mar Ionio, l’antica Herakleia della cosiddetta Magna Grecia: una vasta area dell’Italia meridionale – di cui facevano parte le attuali regioni Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia – colonizzata da popolazioni greche a partire dall’VIII secolo a.C. Durante la processione vengono infatti venduti cestini di frutta in segno di buon auspicio dalle forme molto simili a quelle dei ritrovamenti archeologici dell’area sacra di Herakleia, mentre le donne ricevono in dono spighe di grano, simbolo di una fertilità che incarna le nostre radici. E di buon auspicio parla anche il modo di dire sardo “saludi e trigu” – salute e grano –, l’augurio che ci ricorda, ancora una volta, da dove veniamo.
Un culto primordiale quello di Demetra, sottolinea Julien Ries, tra i più noti antropologi religiosi del nostro tempo, nato all’inizio del Neolitico (8000 a.C. – 3500 a.C. circa), quando si trasformò in una divinità agricola, dispensatrice di tutti i frutti del raccolto, specialmente del grano e del pane, infaticabile donatrice di nutrimento per ogni forma di vita, che spinse l’umanità a celebrare – a tutte le latitudini – il sacro ciclo della natura. Questa sacralità si tramanda ancora con grande intensità in una dimensione rituale e collettiva, come avviene a Goriano Sicoli, in Abruzzo, in onore della santa patrona. Conosciuta come la festa del pane di Santa Gemma, la celebrazione è incentrata sulla partecipazione di tutta la popolazione locale nel preparare del pane votivo, prodotto con la farina proveniente dalle offerte di grano di ciascun agricoltore, e che viene distribuito a ogni famiglia del paese, ai pellegrini e ai forestieri durante una suggestiva processione.
Il pane era un elemento sacro, spesso impiegato con funzioni amuletiche fino a pochi decenni fa in diverse zone rurali del Paese. Un pane-amuleto, ad esempio, era quello che si nascondeva sotto il cuscino dei neonati per proteggerli dalle forze del male; o ancora, utilizzato in alcune località della Sardegna, “s’òmine”, era un pane antropomorfo che, appeso negli ovili, si riteneva fosse in grado di proteggere dai pericoli tanto il pastore quanto il bestiame.
La mitologia greca rimanda a Demetra l’alternarsi delle quattro stagioni, quando la dea riduce alla siccità la terra, folle di dolore per il rapimento di sua figlia Persefone (per la mitologia romana Proserpina) da parte di Ade, dio degli Inferi, dei quali la giovane diventerà regina. Un’eccezionale scultura di Gian Lorenzo Bernini – custodita negli spazi della Galleria Borghese di Roma – traduce in marmo l’intensità del momento mentre il dio trascina Proserpina nell’Ade, i muscoli sono tesi nello sforzo di sostenere il corpo che si sta divincolando, tanto che le mani di Plutone affondano nella sua carne. Con l’intercessione di Zeus, padre di Proserpina e fratello del dio, la fanciulla tornerà dalla madre sei mesi l’anno: per la gioia di averla ritrovata, ogni primavera, Demetra farà germinare il grano e la natura tutta.
Grano vuol dire quindi atavicamente vita, ma anche celebrazione della morte. Una pietanza che accomuna le Chiese cristiana e ortodossa è la Cuccìa, di cui in Italia si conoscono numerose varianti, dolci e salate, legate principalmente al culto dei defunti. Deriva dalla Koliva greca di tradizione ortodossa: il grano, che ne è la base, viene infatti benedetto durante le esequie funebri. Come spesso accade nelle contaminazioni culturali, i riti cristiani sono andati a sovrapporsi a quelli pagani: gli ingredienti della Cuccìa ricordano quelli della Panspermia, preparata nell’antica Atene nelle celebrazioni del dio Dionisio. Da qui nasceranno la Cuccìa, e la sua equivalente Kollyva, che ha assunto un alto valore simbolico nelle ritualità del Cristianesimo a Bisanzio. Una tradizione che si diffonderà seguendo l’espansione culturale e politica greco-bizantina: verso i Paesi dell’Europa orientale (Kutya in Russia, Koljvo in Serbia, Coliva in Romania e Kolivo in Bulgaria) e nelle regioni dell’Italia meridionale dove l’usanza, oltre ad assumere l’originaria funzione rituale in onore dei defunti, si allontana dalla fede ortodossa e adotta quella cattolica-romana, estendendosi anche alle festività di alcuni santi, come Santa Lucia.
GRANO E LOTTA SOCIALE
Grano, si diceva, vuol dire innanzitutto pane, simbolo di progresso e civiltà, ma anche strumento di controllo politico. Panem et circenses – pane e circo – fu la formula utilizzata dal poeta Giovenale nella Satira X dedicata ai vizi del popolo dell’antica Roma per rammentare la corruzione delle masse manipolate da elargizioni pubbliche di grano e giochi circensi. La Lex Sempronia frumentaria – legge frumentaria – fu introdotta da Caio Gracco nel 123 a.C. per legare a sé la plebe urbana, riconoscendole il diritto di essere, almeno parzialmente, mantenuta con i redditi delle province romane attraverso la distribuzione di frumento. Una strategia demagogica volta a ottenere consenso dalla “suburra” affamata dell’Urbe, che si impianta sul concetto secondo cui solo chi era in grado di poter sfamare il popolo poteva ergersi a suo protettore e guida.
“Pane” gridavano le donne nella Capitale stremata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, tra attentati, rastrellamenti, rappresaglie, con gli uomini al fronte, prigionieri, nascosti o di cui non si sapeva più niente, e i figli e i vecchi da sfamare. Dopo i fatti di via Rasella del 23 marzo 1944, quando i Gruppi di azione patriottica (che componevano la Resistenza) attaccarono una colonna del Battaglione di polizia tedesca Bozen, dove morirono 32 soldati, la rappresaglia ordinata da Adolf Hitler non si fermò alla strage delle Fosse ardeatine, con la fucilazione di 335 persone tra detenuti comuni, prigionieri politici, ebrei e militari, ma volle colpire il maggior numero di persone possibile. Così, per ordine diretto del generale Kurt Mälzer, la razione di pane dei romani venne ridotta da 150 a 100 grammi al giorno. Oltretutto era pane nero, spesso ammuffito.
“Pane!” gridavano ancora le donne quel 7 aprile 1944, quando a decine assalirono il mulino Tesei, sulla riva Ovest del Tevere. Dieci di loro furono prese, afferrate di forza, portate sul Ponte dell’Industria e lì fucilate. In fila, contro la ringhiera, ree di aver rivendicato un pezzo di pane. Stessa cosa accadde il 2 maggio dello stesso anno a Caterina Martelli, madre di sei figli, quando stramazzò a terra fucilata da una guardia della Pai – la Polizia dell’Africa italiana che si occupò del servizio d’ordine per conto del governo fascista – dopo un altro, l’ennesimo, assalto ai forni. Con sé, sei sfilatini nella borsa della spesa, una pagnotta stretta al petto e in braccio una bambina ancora lattante. Un monumento alla Madre affamata, in spregio a Demetra. Come lei, tante, troppe donne nelle stesse condizioni ancora oggi.
Scriveva senza fronzoli accademici, il Premio Nobel per la Letteratura nel 1971 Pablo Neruda: «Non pregheremo, pane, non imploreremo, ma combatteremo per te con altri uomini, con tutti gli affamati, per ogni fiume e vento andremo a cercarti», riportando in versi cum panis, ovvero “partecipe dello stesso pane”, parte dell’etimologia della parola compagno, di lotta e di fame.
La fede, primo antidoto alla fame, emblema e sintesi di quel che è indispensabile: «Dacci il nostro pane quotidiano», recita il Padre nostro. Per secoli il pane ha continuato a essere tutte queste cose. «Non stupisce – scrivono gli storici Amedeo Feniello e Alessandro Vanoli in Storia del Mediterraneo in venti oggetti (Laterza, 2018) – che quasi tutte le rivoluzioni moderne l’abbiano invocato, come soluzione, come necessità, come appello alla dignità. “Pane, pane!” è il grido dei rivoltosi ne I Promessi Sposi. “Pane!” gridavano i rivoluzionari per le strade di Parigi. “Pane!” hanno gridato in molti durante le recenti primavere arabe. “Pane!” chiedono i tanti che si affacciano al Mediterraneo, mostrando in quella parola ogni suo nesso antico: condivisione, nutrimento, dignità. E fatica, naturalmente».
Ph. Grano © Irena Carpaccio / CopyLeft
Mariangela Di Marco
Giornalista
