di Davide Lerner. Giornalista
Un viaggio a Tel Aviv durante l’Operazione Ruggito del leone racconta un Israele intrappolato in una guerra permanente che coinvolge sempre più direttamente gli Stati Uniti. Tra allarmi, ospedali sotterranei e tensioni regionali, emerge un Paese trasformato dalla logica dell’emergenza continua.
Da più di due anni e mezzo Israele vive in uno stato di guerra permanente, in un’alternanza continua tra periodi di massima emergenza e interludi di relativa quiete. Dopo il 7 ottobre 2023, il Paese si è ritrovato incagliato in un conflitto senza fine per volontà continuata dei suoi governanti.
Questo è il diario di un viaggio a Tel Aviv in una delle fasi di massima intensità per il fronte interno: i giorni dell’ultimo attacco all’Iran, soprannominato Operazione Ruggito del leone. Un ennesimo capitolo bellico nel quale Netanyahu, convincendo Trump, è riuscito a trascinare anche gli Stati Uniti. Che ora stanno cercando di tirarsi fuori.
GIORNO 1, 14 MARZO 2026
Sembra di immergersi in una realtà distopica. L’aereo Israir, proveniente da Roma con soli 17 passeggeri a bordo, plana verso lo scalo internazionale di Ben Gurion nel grigiore soffuso di una tempesta di sabbia. Parcheggiati a terra non ci sono aerei civili, come in passato. Solo decine di velivoli militari con tre parole stampate in caratteri maiuscoli sulla carlinga: U.S. Air Force.
Ben Gurion, trasformato in una base militare americana. Alcuni aerei hanno un orso polare sulla coda e le lettere AK, la sigla dell’Alaska. Altri, visibili anche dall’interno del terminal deserto, la scritta per esteso dello Stato di provenienza, come il KC–135 per il rifornimento in volo targato “Alabama” oltre la vetrata della discesa verso il controllo passaporti.
Fino a poco tempo fa, il benvenuto lungo questo percorso di uscita te lo davano i volti degli ostaggi israeliani a Gaza, stampati su poster e adesivi che ne invocavano la liberazione. Ma a due settimane dall’inizio dell’offensiva congiunta, questa rappresentazione plastica dell’alleanza sempre più stretta tra Usa e Israele segna il culmine di un conflitto, quello con l’Iran, rimasto latente per decenni, che ora è esploso.
E dire che fu lo Shah, prescelto dalle potenze occidentali, a lanciare negli anni Cinquanta il programma nucleare al centro di questa contesa: il primo uranio arricchito, infatti, arrivò in Iran proprio dagli Stati Uniti. La Repubblica islamica, inizialmente, lo aveva rigettato per ragioni ideologiche. Ma, mezzo secolo dopo, eccomi all’ingresso di un Paese preso di mira dagli attacchi missilistici degli ayatollah per rivendicare il diritto a perseguirlo senza interferenze straniere.
In questo contesto la fila per il controllo passaporti stranieri è chiusa: gli agenti di frontiera trovano anomalo l’arrivo di un non israeliano e mi trattano scontrosamente come un caso speciale. Fuori dal terminal, e sulle strade verso il centro di Tel Aviv, non c’è anima viva. Arrivato in città mi immergo subito nei racconti di una dottoressa israeliana che lavora in un importante ospedale nel Nord del Paese.
Mi racconta che i soldati feriti nell’ambito delle operazioni in Libano contro Hezbollah, la milizia sciita entrata in guerra a inizio marzo dopo la conferma dell’eliminazione della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, arrivano di continuo. «Li portano in elicottero anche se hanno il raffreddore», mi racconta scherzosa, «ma arrivano anche moltissimi casi gravi».
La mattina prima di incontrarmi aveva curato Matanel, un soldato appena maggiorenne che aveva perso entrambe le gambe in seguito a un attacco con dei missili Kornet nel Sud del Libano. Matanel, il cui nome in ebraico sta per matanà me Elohim, “regalo di Dio”, si era svegliato davanti a lei scoprendo di aver perso la metà inferiore del proprio corpo. Era ricoverato nei parcheggi sotterranei dell’ospedale, dove la dirigenza ha spostato i reparti per tenere medici e pazienti al riparo da missili e razzi. Ormai è una prassi consolidata.
GIORNO 2, 15 MARZO 2026
Nel buio della notte si sente l’allerta del telefono, che suona metallica anche se è silenziato. Poi il pianto delle azakot, gli allarmi, sale dalle strade facendo correre tutti nei rifugi. Se fino a pochi anni fa Tel Aviv era considerato il centro più sicuro di Israele, quasi intoccabile e lontano dai confini, oggi è il bersaglio preferito dei missili lanciati dall’Iran per rispondere ai bombardamenti dei jet israeliani e americani. Rinchiusi dentro il bunker gli israeliani ascoltano i boati degli impatti e delle intercettazioni. I bambini, svenuti dal sonno, rimangono accasciati sui genitori. Poi, rimessi a letto, si riaddormentano. Come “ninna nanna” hanno i rumori delle sirene di ambulanze e dei servizi di emergenza diretti sui luoghi colpiti.
La dottoressa, durante la notte, spesso sceglie di ignorare gli allarmi e non scende nello scantinato che fa da rifugio al suo condominio. Se ci andasse due o tre volte a notte, spiega, non sarebbe in grado di iniziare i turni in ospedale all’alba e tirare avanti fino a sera. Netanyahu ripete sempre che chi si attiene alle direttive della protezione civile, non rischia quasi niente. Ma in verità rispettarle del tutto è quasi impossibile.
Nel mio primo giorno israeliano visito proprio le tendopoli che si sono formate nei parcheggi sotterranei della città: ci sono residenti che non hanno spazi sicuri nelle proprie abitazioni e altri che vogliono semplicemente dormire senza svegliarsi per ogni allarme. C’è chi vende snack, chi scambia libri e perfino chi gioca a ping pong fra i cuscini e i materassi buttati a terra.
Al piano meno quattro del grande centro commerciale Dizingoff incontro Rivka Geffen, 94 anni, che per i primi 10 giorni di guerra ha dormito su tre sedie attaccate una all’altra. Poi qualcuno – non sa dire chi – le ha portato un letto e persino una televisione. Rivka mi racconta di come la situazione le faccia tornare in mente quando gli italiani bombardarono Tel Aviv nel 1940, durante la Seconda guerra mondiale, per colpire obiettivi britannici in Medio Oriente (la Palestina era sotto mandato inglese).
«Avevo 8 anni e fu la prima volta che vidi un aeroplano», dice. «Ero incantata di vedere una cosa del genere in cielo, e correvo verso quello strano uccello. Poi qualcuno mi mise una mano sulla spalla per spiegarmi che era pericoloso». Mi racconta che, quando suonano gli allarmi, arrivano ondate di persone che erano in strada, aggiungendosi ai residenti “permanenti” del parcheggio. Poi si ritirano «come una marea».
Sono testimone di questi “avanti e indietro” quando vado a una protesta contro la guerra, in piazza Habima. Un allarme costringe tutti i manifestanti a riparare in un parcheggio sotterraneo. Mi ritrovo a scendere chiacchierando con il politico arabo-israeliano Ayman Odeh del partito Hadash (Fronte democratico per la Pace e l’Uguaglianza) e della Lista comune, l’unico leader locale di rilievo a essersi espresso contro l’attacco all’Iran.
GIORNO 3, 16 MARZO 2026
Prendo la macchina e vado verso Nord, dove infuria il conflitto con Hezbollah. Netanyahu aveva dichiarato la milizia sciita libanese sconfitta dopo il “cessate il fuoco” del novembre 2024, ma era soltanto un’illusione.
Sulla strada mi fermo a Zarzir, un villaggio arabo-israeliano a maggioranza beduina vicino a Haifa, dove un missile iraniano ha bucato le difese dell’Idf – le Forze di difesa israeliane – ed è atterrato in mezzo a quattro case, senza colpirle direttamente. Le “stanze sicure” e i rifugi pubblici sono presenti in misura assai minore nelle zone popolate da arabo-israeliani (che sono circa 2 milioni) e ci sono decine di feriti.
Vedo il ministro degli Esteri, Gideon Saar (ex Likud, fondatore del partito Nuova speranza), e il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Oren Marmorstein, impegnati nelle consuete passerelle a favore di telecamera nei cosiddetti “siti di impatto”. Dichiarano indignati che il regime iraniano prende di mira i civili.
Continuo verso Nord fino a raggiungere Qatsrin, un insediamento israeliano organizzato come “consiglio locale” nel Golan occupato: si tratta della seconda località più grande dopo Majdal Shams – a maggioranza drusa – nonché il più grande insediamento israeliano. Nel frattempo in cielo si sentono gli aerei israeliani diretti in Libano. Nel rifugio del condominio dove risiedo incontro due signore sulla sessantina, una russa e una ucraina: dopo essere emigrate in Israele, invece di essere dalla parte opposta della barricata, si ritrovano insieme sedute sullo stesso divano. Davanti a loro c’è una porticina da cui parte un tunnel verso l’esterno, da usare in caso di collasso dell’edificio.
Il Golan è stato conquistato da Israele nel 1967 (durante la Guerra dei sei giorni), ma i diversi governi non sono mai riusciti a incentivare un ripopolamento robusto della regione. I locali mi raccontano che di Ramat Trump, insediamento “fondato” da Netanyahu nel 2019 per omaggiare il presidente americano che aveva riconosciuto per la prima volta le Alture come facenti parte di Israele, è rimasta soltanto un’insegna stradale. Finché, per sfuggire all’imbarazzo, Netanyahu ha deciso di rinunciare al progetto di una nuova comunità e ha affibbiato il nome a un insediamento pre-esistente vicino.
GIORNO 4, 17 MARZO 2026
Migdal Tefen, Nord di Israele, a 10 chilometri dalla frontiera con il Libano. Tornando verso Tel Aviv faccio tappa al Centro studi Alma [israel-alma.org], che si affaccia sulle colline verdeggianti dell’Alta Galilea. Sarit Zehavi ha trascorsi nell’intelligence ed è la fondatrice di questo think-tank indipendente che contribuisce a plasmare la dottrina strategica del Paese.
Sostiene che il principio cardine del modus operandi dell’Idf in questa guerra sia “Agire, non reagire”. «Dobbiamo essere sempre proattivi nei confronti dei terroristi, e non limitarci a rispondere alle loro azioni», dice, fra schermi recanti ricerche su temi militari e mappe dettagliate.
«La chiave è non essere statici, ma prendere sempre l’iniziativa, rimanere in movimento», continua. «Solo in questo modo non ci faremo più cogliere di sorpresa». E ancora: «Prima della guerra, iniziata a fine 2023, il Nord [d’Israele] era rigoglioso», dice guardando dalla finestra verso le colline. «Ma eravamo seduti su un vulcano».
Negli ultimi anni il governo israeliano ha privilegiato l’affermazione della propria supremazia militare rispetto a qualsivoglia pianificazione strategica. Ma il rischio della politica di difesa preventiva è quello di creare nuovi nemici, secondo il meccanismo noto in inglese come “profezia che si autoavvera”.
GIORNO 5, 18 MARZO 2026
Mi sveglio a Tel Aviv e sul telefono mi arriva l’invito di alcuni attivisti israeliani a seguirli durante una loro missione nei territori occupati. Mistaklim (“Osserviamo”), la loro organizzazione, è specializzata in “presenza protettiva” in Cisgiordania. I volontari pattugliano le comunità rurali palestinesi per cercare di difenderle dalla violenza dei coloni.
Dopo l’insediamento del governo più di Destra della storia del Paese, a fine 2022, con diversi estremisti collocati nei dicasteri chiave, bande di israeliani della Cisgiordania hanno approfittato del clima di connivenza per agire in modo più aggressivo.
Dopo il 7 ottobre, tale recrudescenza si è trasformata in un’ondata di violenze senza precedenti, che ha costretto decine di comunità palestinesi a darsi alla fuga. Anche il numero di palestinesi uccisi per mano dei coloni, si è alzato notevolmente: l’ultima impennata di casi si è verificata proprio nella prima settimana di guerra all’Iran.
Prima del viaggio sapevo di questo fenomeno. Ma sul posto si scoprono molte cose, per esempio che i responsabili di questi atti sono spesso dei minorenni. Secondo le stime del gruppo di attivisti, i minori sono responsabili del 90% degli attacchi di gravità lieve, cioè le molestie quotidiane come le invasioni di campo con i quad bike forniti dallo Stato, gli abusi verbali e i piccoli atti di sabotaggio; e del 60% circa delle azioni violente gravi.
Passo buona parte della giornata a Khirbet Tawil, una frazione rurale del villaggio di Akraba sugli altipiani fioriti fra la Valle del Giordano e la Samaria, vicino Nablus. Qui i coloni arrivano spesso con le mucche per invadere i campi coltivati e spingerle verso le case del villaggio. «È una forma di abuso sia dei bambini che degli animali» dice l’attivista Amir Pansky originario di Safed, nel Nord di Israele. «Il metodo è quello di terrorizzare».
Il gioco dei coloni è semplice: alzano il livello della provocazione fino a quando i palestinesi osano reagire, tirando un sasso o cercando di allontanarli. A quel punto, chiamano i rinforzi. I soldati compiono arresti e spesso collaborano a distruggere le proprietà dei contadini locali. Nel medio termine, l’obiettivo è che i palestinesi decidano di partire.
GIORNO 6, 19 MARZO 2026
Il mio ultimo giorno di viaggio in Israele lo dedico a un incontro con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. L’appuntamento è presso il Patriarcato latino, nella Città Vecchia, e vuole mantenere il colloquio riservato.
Nei corridoi del Patriarcato respiro un clima di contrarietà rispetto alla guerra con l’Iran. E in particolare rispetto all’uso diffuso di riferimenti a Dio e alla religione per giustificarla. Me ne sarei ricordato qualche settimana più tardi, quando Trump ha attaccato il Papa lamentando un suo mancato coinvolgimento contro Teheran.
Quando arrivo al Patriarcato so che, a inizio settimana, in seguito a un’intercettazione dei sistemi di difesa israeliani, parti di un missile iraniano sono caduti nella Città Vecchia di Gerusalemme, compreso un tetto vicino alla basilica del Santo Sepolcro. Da alcuni diplomatici israeliani sapevo anche che Israele si era rivolto riservatamente a Pizzaballa con la richiesta di fare una denuncia pubblica, e dire che l’Iran rivolge i propri attacchi contro i luoghi santi cristiani. Pizzaballa non li aveva accontentati.
In occasione della Domenica delle Palme, non molto tempo dopo, la polizia israeliana ha impedito al cardinale di recarsi al Santo Sepolcro. Ufficialmente è stata una misura di sicurezza per evitare assembramenti nel contesto bellico. Ma a me rimane il dubbio possa essere stata anche una forma di “rappresaglia diplomatica”. In linea con l’atteggiamento di prepotenza divenuto cifra di questo Israele.
Ph. Tel Aviv © Davide Lerner
Davide Lerner
Giornalista







