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Istanbul, il Sufismo quotidiano nella Beylerbeyi Bedevi Tekkesi

di Giulia Rocchetti

di Giulia Rocchetti. giornalista freelance

A Istanbul, nel quartiere di Üsküdar, la Beylerbeyi Bedevi Tekkesi conserva una pratica sufi che unisce spiritualità, vita comunitaria e funzione sociale. Qui preghiera e cucina per i poveri convivono come parte integrante della vita quotidiana.

A pochi passi dal Bosforo, nel quartiere di Üsküdar, sulla sponda asiatica di Istanbul, un cancello discreto introduce in un cortile silenzioso. È l’ingresso alla Beylerbeyi Bedevi Tekkesi, uno spazio che tiene insieme dimensione spirituale, vita comunitaria e funzione sociale – un punto di osservazione privilegiato sul Sufismo nella Turchia contemporanea. Le tekke sono spazi di culto presso gli ordini sufi islamici: «Qui si prega, si studiano gli hadith (i “detti” attribuiti al profeta Muhammad) ma vengono anche distribuiti pasti caldi a chi ne ha bisogno». A parlare è Mustafa, che frequenta la tekke quotidianamente, da circa trent’anni. Ci è arrivato da adolescente: «Avevo quindici anni quando mia madre ha conosciuto il Sufismo e ho cominciato anche io a venire qui con lei». Il suo racconto restituisce la dimensione raccolta e quasi familiare della pratica sufi che ancora si porta avanti in questa tekke, lontana sia dall’immagine “esotica” dei dervisci rotanti diffusa in Occidente, sia dalla via tradizionale dell’Islam sunnita “ufficiale”.

A IMITAZIONE DEL PROFETA

Sul significato del Sufismo, Mustafa evidenzia un principio semplice, che definisce la radice della sua pratica quotidiana: «L’obiettivo principale dei sufi è elevare il proprio amore per Allah al massimo livello. Per farlo, dobbiamo avvicinarci alla vita che viveva il Profeta Muhammad». In questa prospettiva, Mustafa non vede il Sufismo come una corrente separata dell’Islam, ma una modalità di viverlo, centrata sull’imitazione del modello profetico: i sufi vestono come Muhammad, dormono come lui, mangiano come lui e adorano Dio come lui. Mevlana, per i sufi, è colui che pratica questo tipo di Islam nella miglior maniera possibile. «Una persona vuole naturalmente imitare chi ama», aggiunge. L’imitazione diventa così un atto spirituale, un modo per trasformare la propria esistenza in «un percorso di crescita spirituale».

Il termine arabo tasawwuf, con cui si indica il Sufismo e che si riferisce all’atto di “indossare la lana” come simbolo di distacco dalla mondanità, rinvia proprio a questa dimensione interiore dell’esperienza religiosa. Non esiste una definizione univoca: nel corso dei secoli, il Sufismo si è sviluppato in una pluralità di “confraternite” e pratiche, spesso molto diverse tra loro. Ciò che le accomuna è proprio l’idea di un cammino – tariqa – orientato alla trasformazione interiore.

Il Sufismo mette l’accento sulla purificazione di sé: non si tratta di un’alternativa alla pratica religiosa, ma di una dimensione intima ed esoterica che rappresenta un ulteriore avvicinamento al divino. Nella pratica quotidiana, questo si traduce in uno stile di vita sobrio: «I sufi lavorano per soddisfare i loro bisogni di base, non per vivere una vita di piacere mondano» spiega Mustafa, «perché credono fermamente nella natura temporanea di questo mondo». La centralità non è nel possesso, ma nella relazione: con Dio, con la comunità, con gli altri.

La vita della tekke è scandita da appuntamenti precisi, che organizzano il tempo della comunità. Il venerdì si svolge la preghiera, esattamente come nelle moschee. «Durante la settimana teniamo corsi sugli hadith di Muhammad e ci riuniamo per il dhikr». Il dhikr rappresenta uno dei momenti più intensi della pratica: una ripetizione ritmica e collettiva dei nomi divini che nel Sufismo ha una funzione meditativa. «Quando chiudiamo gli occhi e recitiamo i nomi di Allah, sentiamo la sua misericordia più da vicino» racconta Mustafa. La dimensione è collettiva, ma l’esperienza resta intima, personale.

LO SCOPO SOCIALE

Accanto a quello spirituale, la Beylerbeyi Bedevi Tekkesi mantiene uno scopo sociale che appare inscindibile dalla sua identità fin dalla sua costruzione nel 1855: «Dopo il 1965 non fu più utilizzata come luogo spirituale e di ritrovo – dergah [un termine che indica anche un santuario costruito sulla tomba di una figura religiosa venerata, come un “santo” sufi] – per un certo periodo e cadde in disuso. Nel 1987 è stata restaurata e ha ricominciato a essere riutilizzata come dergah e come cucina per i poveri». Oggi, questa duplice funzione – spirituale e assistenziale – è ancora visibile. Per Mustafa, questa pratica affonda le sue radici nel modello profetico: «Il Profeta Muhammad ha nutrito e protetto i poveri. Per un sufi, aiutare i bisognosi è un grande servizio alla comunità e un dovere». In questo senso, per coloro che gestiscono la tekke, la distribuzione di cibo non è un’attività collaterale, ma una forma di devozione.

Nella mensa al piano di sotto rispetto all’area di preghiera, chiunque può ricevere un pasto caldo: «Chi vuole può venire a prendere il cibo da portare a casa, oppure mangiare qui». Questa dimensione concreta del servizio richiama una funzione storica più ampia. Nell’Impero ottomano, le tekke facevano spesso parte di complessi più grandi – chiamati külliye – che comprendevano scuole, cucine, ospedali e spazi di accoglienza. Non erano soltanto luoghi di culto o di ritiro spirituale, ma centri di vita sociale, in cui religione e assistenza si intrecciavano. In questo senso, la mensa della Beylerbeyi Bedevi Tekkesi non è un’aggiunta contemporanea, ma la continuazione di una funzione storica che precede la Repubblica di Turchia. Come osserva il professor Federico De Renzi, turcologo e studioso del mondo islamico che insegna alla Sapienza Università di Roma, già nel mondo islamico classico, questi luoghi erano spazi in cui si intrecciavano preghiera, insegnamento, produzione culturale e assistenza: «Per capire il ruolo dei sufi mevlevi – tra i più importanti nel Paese – oggi in Turchia bisogna partire dalla caduta dell’Impero Ottomano, con la nascita della Repubblica.

NELLA TURCHIA CONTEMPORANEA

Nel 1925, una legge chiuse tekke e zâviye [letteralmente “nicchia”, spesso in riferimento a una loggia sufi] e tutti gli ordini sufi furono formalmente messi al bando». Oltre ai luoghi di riunione furono vietati titoli religiosi quali sheikh [letteralmente “anziano”, che indica il sufi autorizzato a insegnare ai discepoli] e dervis [letteralmente “povero”, che indica l’aspirante della via del Sufismo], e si produsse un vero e proprio collasso istituzionale: «La loggia principale, che si trovava nella città di Konya, storicamente legata al Sufismo, venne trasformata in museo».  La chiusura delle confraternite va letta dunque nel contesto più ampio della costruzione di una nuova Turchia, che prevedeva il cosiddetto “laicismo di Stato”. Il nuovo potere kemalista puntava a centralizzare e razionalizzare la religione, sottraendola a strutture autonome e difficilmente controllabili: «La loro soppressione non fu solo una misura religiosa, ma anche politica: una ridefinizione dei confini tra Stato, religione e società». Le confraternite sufi, con le loro reti, le loro gerarchie e la loro autonomia, rappresentavano un potenziale spazio alternativo di autorità.

Nel caso della Mevleviyya – l’ordine sufi legato al poeta e mistico persiano Jalal al-Din Rumi, detto “Mawlana”, cioè “Nostro Signore” – la trasformazione è particolarmente evidente: «Parte delle reti mevlevi si spostò fuori dalla Turchia, soprattutto ad Aleppo, mentre all’interno del Paese le pratiche continuarono in modo più riservato e privato. L’aspetto istituzionale si indebolì, ma sopravvissero la trasmissione del sapere, la lettura di Rumi e di altri autori della tradizione, la musica e alcuni rituali custoditi in forma non pubblica».

A partire dal secondo Dopoguerra, prese l’avvio una fase diversa: «Con l’apertura al multipartitismo, le restrizioni iniziarono ad allentarsi e alcune pratiche fondamentali vennero gradualmente riammesse». Il sema – la danza rituale dei dervisci rotanti – fu di nuovo permesso in forma pubblica. È un passaggio cruciale, perché segnò l’ingresso del Sufismo nello spazio pubblico repubblicano, ma sotto mutate condizioni: «Nel 1953 si tenne un primo sema pubblico a Konya, ma fu performance culturale più che religiosa. Da lì in avanti si sviluppò un processo di istituzionalizzazione di questa pratica». È proprio in questa trasformazione che si inserisce l’ambiguità contemporanea del Sufismo in Turchia: «Da un lato, la sua visibilità è aumentata: proprio il sema è diventato un simbolo riconoscibile, facilmente esportabile e comprensibile anche a un pubblico internazionale. Dall’altro, questa visibilità produce una semplificazione». La pratica spirituale viene dunque tradotta in immagine, in spettacolo, in “esperienza estetica”. Ma, come suggerisce De Renzi, ciò che resta fuori scena è spesso la parte più significativa.

Nel tempo, lo Stato turco ha adottato un approccio sempre più pragmatico e le confraternite, un tempo percepite come una minaccia al laicismo, sono state progressivamente integrate come patrimonio culturale. «Oggi la Mevleviyya porta soldi» afferma De Renzi, indicando il ruolo del turismo, della musealizzazione e della promozione internazionale. «Da realtà marginalizzate, gli ordini sufi sono diventati strumenti di rappresentazione culturale. Allo stesso tempo, non bisogna pensare che tutto sia ridotto a spettacolo. Le tekke hanno storicamente avuto anche una funzione sociale: erano luoghi dove si studiava, si mangiava, si accoglievano le persone. Questo aspetto non è scomparso nelle realtà meno visitate».

TRA TURISMO E SPIRITUALITÀ

In quest’ottica, emerge con chiarezza la differenza tra luoghi di pratica come la tekke di Beylerbeyi e spazi come la Galata Mevlevihanesi – la più antica loggia dei dervisci rotanti a Istanbul, fondata nel 1491 nei pressi della Torre di Galata – oggi trasformata in sito storico musealizzato e dalla forte vocazione turistica. 

Le tekke considerate più “autentiche” sono sempre meno diffuse rispetto a quelle conosciute e visitate dai turisti. «Durante l’Impero ottomano pare che nel raggio di 20 chilometri da qui ci fossero quasi 300 tekke» racconta ancora Mustafa. «Oggi ne resistono poche, e solo in alcune di queste le persone si riuniscono per ricordare i nomi di Allah o condividere un pasto», dice Mustafa. «Ma la pratica spirituale e l’aiuto concreto verso gli altri sono la stessa cosa». La dimensione religiosa non si ritrae nella sfera privata né si esaurisce nella rappresentazione pubblica, ma continua a organizzare relazioni, pratiche e forme di solidarietà quotidiana. È forse anche per questo che, al di là delle trasformazioni istituzionali, il Sufismo mantiene una capacità di radicamento che sfugge a una lettura puramente culturale o turistica. Questa persistenza apre anche una domanda più ampia sul posto del Sufismo nella Turchia contemporanea. Se da un lato le confraternite sono state reintegrate come patrimonio culturale e risorsa economica, dall’altro la loro dimensione spirituale continua a rimanere in una zona ambigua, tollerata ma non pienamente riconosciuta come forma autonoma di vita religiosa. 

In una città come Istanbul, in cui il Sufismo è spesso ridotto all’immagine iconica dei dervisci rotanti, la Beylerbeyi Bedevi Tekkesi restituisce una prospettiva meno immediata ma più complessa: quella di una tradizione che continua a esistere nonostante le trasformazioni, adattandosi senza scomparire. Qui, tra preghiera e cucina, tra memoria e presente, il Sufismo non appare come un residuo del passato né come una semplice performance culturale, ma come una pratica ancora capace di dare forma alla vita quotidiana. Ed è forse proprio in questa capacità di tenere insieme dimensione interiore e responsabilità sociale che si misura la sua attualità.

Ph. Sufi (Istanbul) © Ferdy Aprilyandi/CopyLeft

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