Home EditorialiLa crisi di Donald, i successi di Bibi, l’imbarazzo di Ursula

La crisi di Donald, i successi di Bibi, l’imbarazzo di Ursula

di Paolo Naso

di Paolo Naso. Politologo, Centro Studi Confronti.

A un mese dall’attacco congiunto di Israele e degli Usa contro l’Iran è lecito tentare un bilancio di questa guerra che, persino a detta di chi l’ha voluta, ha leso il diritto internazionale. Quanto alla premier Giorgia Meloni, con il suo «né condivido né condanno», che resterà celebre nella retorica del pilatismo, ha finito per assecondare un intervento del quale, per altro, né lei né l’Europa erano stati informati. Nelle prime ore dell’attacco la motivazione addotta da americani e israeliani è stata la crescente pericolosità nucleare dell’Iran, sempre più vicino a disporre dell’uranio radioattivo necessario a produrre testate in grado di colpire Gerusalemme. Ad oggi l’obiettivo di distruzione degli impianti nucleari iraniani è stato mancato, e anzi non viene neanche citato. Grazie al bombardamento israeliano delle prime ore, invece, è stato colpito il bersaglio grosso dell’ayatollah Khamenei, suprema guida spirituale della Repubblica islamica. Ma nella logica di ogni regime, morto un re se ne fa un altro. Di contro, la reazione iraniana ha infiammato il Golfo Persico e messo a rischio gli approvvigionamenti mondiali di petrolio.

Dov’è la vittoria? I minacciosi appelli del presidente ai suoi “alleati” non hanno raccolto la pronta risposta all’arruolamento che gli Usa avevano registrato negli anni delle guerre del Golfo. Questa volta le cose sembrano andare diversamente e persino il Regno Unito, che allora rispose prontamente, sembra disertare alla precettazione. Anche l’argomento, non irrilevante, del sostegno alle sollevazioni popolari contro la teocrazia islamista sembra essere stato cassato dal confronto pubblico. Di fronte a obiettivi mancati e alla crisi petrolifera innescata da un’operazione militare sconsigliata dagli stessi vertici del Pentagono, il presidente è in difficoltà. Forse per la prima volta, la base Maga rumoreggia e chiede conto di un’operazione non chiara nelle sue finalità e riuscita solo parzialmente. L’altra opzione, quella di un’invasione di terra – i famosi boots on the ground – sarebbe la più rischiosa. L’Iran non è l’Iraq e gli Usa potrebbero ritrovarsi in una trappola senza exit strategy.

E allora? Meglio chiuderla qui, magari dichiarando una gloriosa vittoria che non c’è stata ma, nel mondo della post-verità di Donald Trump, poco importa purché gli apparati dei media amici assecondino la narrazione. L’importante è crederci. Se le cose andassero così, però, Donald deluderebbe i leader del fondamentalismo evangelical che lo hanno sempre sostenuto: ancora in questi giorni di guerra, dai loro pulpiti e dalle loro tv si predica che l’attacco all’Iran si inserisce in un “piano di Dio” che ci sta conducendo all’Armageddon, allo scontro finale tra le forze del Bene e quelle del Male profetizzato nel libro dell’Apocalisse. E quindi al glorioso ritorno del Messia.

Parole, tra gli altri, del pastore John Hagee, capo dell’influente lobby Christian United for Israel e leader della Destra religiosa che più di altri può vantare un filo diretto di comunicazione, oltre che con Netanyahu, con lo studio ovale di Washington. Ma questa volta i fondamentalisti evangelical e i tradizionalisti cattolici potrebbero non essere allineati con il sentimento di tanti americani, anche di Destra, dubbiosi del senso e degli obiettivi dell’attacco all’Iran.

Chi ha buone ragioni per cantare vittoria, invece, è il premier israeliano Netanyahu che, vero architetto dell’attacco militare all’Iran, può rivendicare un ruolo di primo piano nella guerra mondiale al terrorismo e, invadendo il Libano, promette l’ultima guerra, quella che potrà garantire la pace al suo Stato e al suo popolo. L’obiettivo, infatti, non è semplicemente la liquidazione di Hezbollah e quindi delle milizie filo-iraniane, ma il pieno controllo del piccolo quanto fragile Paese dei cedri. Come sempre è accaduto nella storia d’Israele, lo scenario della guerra compatta l’opinione pubblica e restituisce al premier un consenso che stava decisamente venendo meno e che oggi l’Israel Democracy Institute valuta al 93% tra gli ebrei israeliani. Forte di questa autorevolezza, Netanyahu continua a realizzare il suo piano di controllo di Gaza e ad allargare i territori occupati della Cisgiordania. Il suo obiettivo è reggere questa situazione fino al prossimo 27 ottobre, data delle elezioni politiche che potrebbero consacrarlo il nuovo “re d’Israele”: eletto per la prima volta premier nel 1996, Bibi l’“americano” – così per il suo rapporto strettissimo con gli Usa – è stato a capo del governo per oltre 19 anni, un record assoluto che non potrà non avere effetti sulla stessa ingegneria istituzionale dello Stato ebraico.

Chi si preoccupa per l’evoluzione dello scenario, chi festeggia il successo del momento, chi si guarda attorno e cerca di capire che ruolo può giocare nella scena. È la solita Europa che non sa se allinearsi all’America o riarmarsi in proprio, se mediare o intervenire, se rinunciare a difendere l’Ucraina o scaldarsi nel prossimo inverno. Dubbi laceranti che, oltre che paralizzarla, la stanno consumando.

Ph. Operazione Epic Fury © [null Courtesy], Public domain, via Wikimedia Commons

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Paolo Naso

Politologo, Centro Studi Confronti.

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