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La “questione palestinese” tra empatia e distrazione

di Yonatan Zeigen

di Yonatan Zeigen. Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

Si dice che qualità come l’attenzione o l’empatia siano limitate, che non possano essere rivolte contemporaneamente su più fronti. Molti israeliani hanno fatto ricorso a questo luogo comune dopo il 7 ottobre e, anche dopo aver realizzato che bambini palestinesi venivano uccisi a decine, hanno sostenuto di non avere spazio nel cuore per “i figli del nemico” mentre “i nostri” hanno sofferto così gravemente. Per quanto riguarda l’empatia, credo che questo “approccio quantitativo” sia sbagliato e serva più a razionalizzare l’apatia o pulsioni vendicative che a spiegare una temporanea e circostanziale mancanza di partecipazione.

Le stesse persone che parlavano della loro incapacità di empatizzare con la sofferenza palestinese nei giorni a ridosso del 7 ottobre non sono comunque riuscite ad ampliare questa capacità con il passare del tempo. Inoltre, è bene ricordare che la sofferenza palestinese non appartiene al passato, ma è un’esperienza continua che noi, come israeliani, vediamo ogni giorno, prima, durante e dopo gli eventi culminanti del 7 ottobre e la violenza travolgente del mese successivo. Sembra che l’istinto di molti israeliani a voltarsi dall’altra parte sia rimasto costante e stabile, indipendentemente dalla copertura mediatica o da quanto spesso questa sofferenza si presenta ai loro occhi.

Si potrebbe pensare che questo sia naturale, persino pensarlo come un “sano e naturale meccanismo di sopravvivenza”: tenere più a cuore il proprio gruppo di appartenenza rispetto al nemico percepito e mantenere un cuore freddo di fronte alla presunta condizione di vittima del nemico. Ma se anche fosse così, in tal caso dovremmo chiamarlo con il suo nome e non cercare di addolcirlo sostenendo che si tratti semplicemente del fatto che, in questo momento, la nostra “coppa dell’empatia” è già piena. Tutto ciò, naturalmente, non vale solo per gli israeliani. Sebbene abbiamo visto l’opinione pubblica in tutto il mondo esprimere un forte coinvolgimento emotivo verso i palestinesi, resta il fatto innegabile che la situazione drammatica in cui essi versano persiste ed è resa possibile anche dalla “distrazione” della comunità internazionale, soprattutto quando altri “titoli” catturano l’attenzione.

E in fatto di empatia, la questione dell’attenzione sembra nodale. Sembra davvero impossibile mantenere un alto livello di attenzione sia per lunghi periodi di tempo (anche su un solo argomento) sia su troppe questioni diverse fra loro (indipendentemente da quello che ci si aspetta dalla nostra capacità di concentrazione). In questo contesto, si sarebbe potuto prevedere che i palestinesi avrebbero finito per perdere l’attenzione di chiunque, sia perché la loro situazione non è cambiata (è addirittura peggiorata), sia per il tempo estremamente lungo richiesto per risolvere questo problema, sia perché siamo sommersi da informazioni che affollano la mente o esposti a una molteplicità di eventi globali, che sono tra loro competitori nell’attirare la nostra attenzione.

Ecco allora una proposta: smettere di fare una classifica tra i vari “eventi” e iniziare a considerarli come parte dello stesso fenomeno, di una stessa strategia. L’annientamento a Gaza; il terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato in Cisgiordania; la gestione del conflitto israelo-palestinese invece della sua risoluzione; il fatto che, pur rappresentando il 20% della popolazione, i cittadini arabi di Israele costituiscano circa l’80% delle vittime di omicidio; l’assenza di un solo rifugio pubblico nella città beduina di Rahat, che conta 80mila abitanti ed è composta da cittadini israeliani; il rifiuto di Israele di partecipare agli sforzi di stabilizzazione regionale con i nuovi governi di Libano e Siria e le difficoltà imposte ai nostri vicini pacifici, Egitto e Giordania; decenni di politica bellicista nei confronti dell’Iran.

Tutti questi elementi non sono questioni separate, ma parti di una visione organica fondata sulla supremazia israeliana “tra il fiume e il mare” e, più in generale, in Medio Oriente. Se immaginiamo una realtà in cui la leadership israeliana tratti i cittadini (ebrei e non ebrei) in modo paritetico, faccia tutto il possibile per risolvere il conflitto con i palestinesi (a partire dalla fine dell’occupazione), aspiri a integrarsi nella regione invece di dominarla militarmente ed economicamente, e accetti la possibilità che possa esistere una lotta di potere non violenta tra Paesi egemoni, che possano quindi “beneficiare” di un nuovo assetto in cui ciascuno può esercitare pressione sull’altro, ma senza usare la guerra come primo strumento diplomatico, allora tutto potrebbe trovare il suo posto. E così, tornando da questo percorso immaginifico per affrontare la cupa realtà in cui viviamo, dobbiamo almeno ricordarlo: una guerra con l’Iran non è un motivo per distogliere lo sguardo dalla questione palestinese; al contrario, le due cose sono interconnesse e mantenere l’attenzione sulla seconda può contribuire a risolvere la prima.

Ph. Ahmed Nishaath, via Unsplash

Immagine di Yonatan Zeigen

Yonatan Zeigen

Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

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