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Leone XIV in Africa tra diplomazia, conflitti e fede

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

Il primo viaggio africano di Leone XIV attraversa quattro Paesi simbolo di crisi e trasformazioni, con un approccio che intreccia la dimensione pastorale con quella geopolitica. Tra memoria, conflitti e disuguaglianze, il papa rilancia il ruolo della Chiesa cattolica come attore di dialogo e giustizia.

Se il viaggio di papa Francesco nel profondo dell’Africa può essere sintetizzato dalla frase: «Giù le mani dall’Africa» gridata all’interno di un articolato intervento, dal sapore decisamente anti-colonialista, pronunciato il 31 gennaio 2023 a Kinshasa, Repubblica democratica del Congo, quello di papa Leone XIV può probabilmente venire riassunto dal concetto: «Sporchiamoci le mani in Africa» e «infiliamo mani e cuore nella complessità e nei disagi dell’Africa così come nelle risorse».

UN VIAGGIO TRA FEDE E GEOPOLITICA

Le quattro tappe del primo passaggio di Leone nel Continente africano da papa – Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – denotano senza dubbio la scelta di compiere un viaggio coraggioso e complesso che va ben al di là dei bagni di folla, delle dimostrazioni di potere o dell’ascesa nei numeri e nell’influenza della Chiesa cattolica in Africa. I quattro Paesi vivono, seppur in modi completamente diversi, problematiche dilanianti a cui sembra che il papa abbia voluto accostarsi con visioni politiche, geopolitiche e sociali oltre che pastorali. 
Il Cattolicesimo in Africa è ormai da anni in grande espansione. I fedeli superano i 280 milioni e rappresentano il gruppo che cresce più rapidamente al mondo. Se il trend verrà confermato, tra una quarantina di anni circa il 50% dei cattolici del mondo potrebbe vivere qui. Sul versante demografico e sociale, poi, si prevede che entro il 2050 la popolazione africana raggiungerà i 2,5 miliardi di persone e, secondo la Banca mondiale, entro 25 anni un giovane su tre a livello mondiale sarà africano: la Santa sede è pienamente consapevole di come tutto ciò influenzerà le priorità pastorali e le strutture socio-economiche del Continente. È normale, quindi, che gli ultimi papi abbiano cominciato a porre molta attenzione su questo Continente. C’è poi, come ben testimoniano i viaggi di Francesco e questo di Leone, una volontà di intervenire geopoliticamente, favorire la pace e sostenere lo sviluppo sociale. Francesco è stato cinque volte in Africa dove ha visitato dieci Paesi. Ma soprattutto il papa
che veniva dalla “fine del mondo” ha “africanizzato” la sua Chiesa, nominando più cardinali dei suoi due predecessori insieme, e scegliendo di dare potere e peso a figure del Continente. 

Leone ha tutta l’intenzione di seguire le orme di chi lo ha preceduto, infatti già da sacerdote, superiore generale e cardinale, poi, ha visitato spesso l’Africa dove gli Agostiniani, l’ordine a cui appartiene, vantano molte sedi. E il santo da cui origina la sua famiglia religiosa, è nato lì.

ALGERIA

Molto significativo il mix di approccio politico, geopolitico, sociale, dialogico e pastorale andato in scena in Algeria. Dopo essere stato accolto dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, il papa si è recato al Maqam Echahid, un monumento che commemora coloro che hanno perso la vita nella guerra d’indipendenza algerina del 1954-62 (un milione e mezzo di algerini) contro il dominio coloniale francese. Sotto quel simbolo molto importante per la storia del Paese ha colto l’occasione per sottolineare l’importanza della memoria e per criticare le potenze coloniali e neocoloniali per le violazioni del diritto internazionale. 

Il grande Paese magrebino ricopre un’importanza unica per la storia della Chiesa, passata e recente, e sorge al crocevia di mondi spesso in conflitto e, allo stesso tempo, in disperato bisogno di dialogo e pace. L’Algeria ha dato i natali ad Agostino, uno dei “padri della Chiesa” e uno dei santi più importanti per il Cattolicesimo e figura centrale, oltre che per l’ordine di cui papa Prevost fa parte, per tutto il Cristianesimo.  Dopo Algeri, infatti, il papa ha visitato Ippone (ora Annaba) la città dove Agostino è stato vescovo. Il Paese, a stragrande maggioranza islamica, è suddiviso in quattro diocesi cattoliche. 

Leone, da lì, ha più volte parlato di fraternità e dialogo, ha invocato una “guarigione della memoria” e una “riconciliazione fra antichi avversari” e lo ha fatto in un Paese che ha vissuto epoche di estremismo e fanatismo religiosi che hanno innescato dolorosissime violenze a cui anche la comunità cristiana ha dato tragici contributi. In questa terra, travolta da una terribile guerra civile negli anni Novanta, è ancora molto forte la memoria dei 19 martiri d’Algeria, religiosi e religiose cattolici (tra cui i 7 monaci di Tibhirine e il vescovo Pierre Claverie) uccisi tra il 1994 e il 1996, che nel turbine del conflitto, scelsero di restare accanto alla popolazione musulmana locale, a sua volta colpita dalla violenza, nonostante le minacce del terrorismo, testimoniando un dialogo di vita, amicizia e pace. Sono stati beatificati l’8 dicembre 2018 a Orano. Prevost ha una particolare devozione nei confronti di questi testimoni non solo perché fu eletto papa proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa liturgica dei martiri d’Algeria (tra cui figurano due suore agostiniane), ma anche per il valore evocativo del loro esempio: non pochi nella sua descrizione della pace «disarmata e disarmante» del Risorto, proclamata nella sua prima benedizione Urbi et Orbi, hanno sentito risuonare l’eco della preghiera lasciata per iscritto da Christian de Chergé, priore di Tibhirine. 

In Algeria, però, Leone ha parlato anche di Mediterraneo e migrazioni chiedendo che «il mare e il deserto non diventino cimiteri, ma spazi di vita e di futuro». «Iniziare la sua visita in Algeria – ha affermato a The Guardian Anna Rowlands, titolare della cattedra di Pensiero e pratica sociale cattolica presso l’Università di Durham – mette in luce l’altro aspetto del Cristianesimo africano a cui anche Leone è profondamente sensibile: la sua antica eredità».

CAMERUN

La seconda tappa del viaggio di papa Leone si è svolta in Camerun, un Paese gravato da molti problemi. A ottobre si sono tenute le elezioni presidenziali e, per l’ennesima volta, ha vinto il 93enne Paul Biya, che ha così iniziato il suo settimo mandato in una presidenza ininterrotta che dura ormai da 42 anni. Già prima delle urne c’erano state molte obiezioni, rivolte proprio alla sua candidatura. Tra queste spiccano quelle della Chiesa cattolica, che, attraverso vari vescovi e rappresentanti, ha fortemente osteggiato l’ennesima candidatura e ha chiesto un rinnovamento della classe dirigente. Come nei precedenti turni, i partiti dell’opposizione hanno segnalato gravi irregolarità nelle votazioni e hanno anche rivendicato la vittoria. Le proteste hanno spesso portato a scontri con la polizia e hanno acuito le tensioni in tutto il Paese. 

Ma il Camerun deve fare i conti, oltre che con le agitazioni politiche, con veri e propri focolai di violenza. Il primo e più importante, quanto sostanzialmente ignorato dalla comunità internazionale, è quello scoppiato nelle regioni anglofone del Paese ed è significativo notare che dei papi passati per il Camerun (Giovanni Paolo II due volte, nel 1985 e 1995; Benedetto XVI nel 2009), Leone è il primo a scegliere di recarsi a Bamenda, capitale di quelle regioni, uno dei luoghi più tribolati dell’Africa. Dal 2017, quando i separatisti hanno dichiarato l’indipendenza e proclamato la Repubblica di Ambazonia, le aree anglofone del Camerun sono precipitate nel caos più totale. Rapimenti, omicidi, massacri perpetrati dall’esercito regolare e dalle milizie separatiste, e centinaia di migliaia di profughi sono ormai all’ordine del giorno. La Chiesa cattolica è in prima linea nel promuovere un dialogo costruttivo tra le parti e, nel corso degli anni, ha spesso assunto un ruolo guida nelle iniziative di pace. Promotore e protagonista di queste iniziative è senz’altro Andrew Fuanya Nkéa, arcivescovo di Bamenda e presidente della Conferenza episcopale del Camerun. «Nessuno può comprendere appieno ciò che viviamo a Bamenda – ha dichiarato Nkéa – se non chi ci vive. Da circa otto anni, Bamenda è stata sostanzialmente abbandonata. Il nostro aeroporto non funzionava, le strade erano dissestate, l’acqua non scorreva. Quindi, avere il papa in visita e vedere che tutte queste cose ricominciano a funzionare è una cosa molto importante per noi. È confortante osservare finalmente un po’ di gioia nella popolazione». «Il Santo Padre – riferisce a Confronti padre Derek Che, cancelliere dell’arcidiocesi di Bamenda – ha sfidato ogni difficoltà per venire proprio da noi, dove la crisi ha minato il tessuto sociale e lasciato molti scoraggiati, come se avesse compreso che la regione anglofona del Camerun fosse quella che più aveva bisogno della sua visita. Papa Leone si è rivolto ai fedeli della Provincia ecclesiastica di Bamenda, che comprende le aree anglofone del nostro Paese, esprimendo la sua vicinanza alle loro sofferenze.

Ha assicurato loro le sue preghiere, impostando tutto il suo discorso sul concetto della pace e invitando entrambe le parti a riunirsi e a dialogare affinché la calma possa tornare. Ci vogliono molti anni per costruire, ma solo pochi giorni per distruggere. Dobbiamo quindi evitare ogni forma di violenza». 

ANGOLA

Il rapporto tra Santa sede e Angola è molto solido e affonda le radici probabilmente più significative nell’udienza storica tenutasi il 1° luglio 1970 in Vaticano. In quell’occasione, Paolo VI ricevette i leader dei movimenti di liberazione delle colonie portoghesi (Angola, Mozambico e Guinea-Bissau) e mostrò un chiaro e netto sostegno alle loro richieste di indipendenza. Il clamoroso gesto non mancò di sollevare asprissime polemiche e tensioni diplomatiche con il Portogallo dell’epoca e la stessa Chiesa cattolica lusitana. La delegazione comprendeva figure di spicco quali Agostinho Neto (Popular Movement for the Liberation of Angola), Marcelino dos Santos (Fronte di Liberazione del Mozambico) e Amílcar Cabral (Partito africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde). Uscendo dall’incontro Amílcar Cabral ebbe a dire: «Questo è il primo giorno della creazione della nostra nazione». È forse anche per questa ragione che in questo Paese dell’Africa meridionale, a maggioranza cristiana (circa il 90%), i cattolici costituiscono la quota maggiore (quasi il 60%).

NON È STATA LA PRIMA VISITA DI UN PAPA

in questo Paese. Prima di Leone, sono passati da queste parti Giovanni Paolo II (giugno 1992) e Benedetto XVI (marzo 2009). Leone ha trovato un Paese alle prese con gravi difficoltà strutturali, tra cui alti livelli di povertà che colpiscono circa il 30% della popolazione, profonde disuguaglianze sociali e un’economia fortemente dipendente dal petrolio. L’anno 2025 è stato caratterizzato da numerose tensioni, che hanno raggiunto il culmine la scorsa estate e hanno portato a gravi scontri che hanno causato la morte di decine di persone. «Il passaggio del papa in Angola – ne è sicuro José Katito, docente di Sociologia all’Università di Luanda – rafforza i rapporti tra Roma e la Chiesa cattolica angolana, e tra lo Stato del Vaticano e lo Stato angolano. In Angola l’impatto del passaggio del papa è già visibile. A fine aprile, tanto per citare un esempio, si è tenuta la fiera delle vocazioni religiose e la partecipazione è stata enorme. Nel complesso, poi, la Chiesa cattolica ha ricevuto una rinnovata testimonianza di fede e attenzione alla giustizia sociale, in un contesto di grandi disuguaglianze e sfide, compresa l’avanzata delle Chiese neopentecostali, materialiste e individualiste. Sul piano politico, oltre alla cooperazione Stato-Chiesa, il governo angolano consolida le politiche simboliche di riconciliazione, ricostruzione della nazione». 

Ma la tappa forse più delicata del viaggio è stata la Guinea Equatoriale. La Chiesa cattolica è la confessione religiosa dominante in Guinea Equatoriale, con oltre il 90% della popolazione battezzata. Ma la situazione socio-politica e quella economica sono tra le peggiori del Continente. 

A capo di questo piccolo Paese dell’Africa occidentale c’è Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, 83 anni, al potere senza interruzioni dal 1979. È ampiamente considerato un dittatore, noto per la feroce repressione dell’opposizione, per le elezioni spesso ritenute fraudolente

e per il suo controllo autoritario sui cittadini. La sua Guinea Equatoriale si colloca al 172° posto su 180 Paesi nell’Indice di percezione della corruzione, pubblicato annualmente da Transparency International. «Santità – recita una commovente lettera indirizzata dall’opposizione in esilio a papa Leone XIV in occasione della visita – vogliamo informarla che il modo di gestire il potere nel nostro Paese si può descrivere con poche parole: il presidente, la prima moglie, le altre mogli, il figlio maggiore (vicepresidente de facto della Repubblica) e le decine di suoi figli, tutti costoro controllano i principali gangli dell’amministrazione dello Stato, insieme ad altri parenti e amici della famiglia […]. La Guinea Equatoriale è il Paese in cui sono stati sequestrati oppositori politici che hanno risieduto in esilio e una volta rientrati nel Paese sono stati torturati e assassinati […]. Vige un autentico terrorismo di Stato con la sparizione di molte persone». Non a caso «Leone XIV ha chiesto spazi di libertà – spiega a Confronti la salesiana Suor Giusy Becchero, da quattro anni in Guinea Equatoriale – e ha esortato i leader a far sì che le risorse del Paese siano una “benedizione per tutti” e non solo per pochi. La popolazione ha guardato al papa non solo come leader religioso, ma come una figura capace di incoraggiare un cambiamento sociale e dare voce a chi vive nella difficoltà. Come missionaria salesiana in questa terra africana ho apprezzato tanto quando Leone XIV si è congedato dal Continente africano al termine della Messa a Malabo perché ha espresso gratitudine per l’accoglienza, sottolineando la fede vibrante del popolo: “Me ne vado portando con me un tesoro inestimabile di fede e di speranza. È un tesoro grande, pieno di storie, volti e testimonianze, di gioie e sofferenza, che ha arricchito la mia vita e il mio ministero come successore di Pietro”. Il papa ha definito l’esperienza africana un arricchimento per la sua vita e il suo ministero».

Ph. Preghiera © Jametlene Reskp via Unsplash

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