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Lo “status quo” del Santo Sepolcro: una chiesa divisa al millimetro

di Lucio Meola

di Lucio Meola. Studente Scuola di giornalismo Lelio e Lisli Basso

Nel cuore di Gerusalemme la basilica del Santo Sepolcro è regolata da uno “status quo” fissato nell’Ottocento che divide ogni spazio tra le diverse confessioni cristiane. Dalla custodia musulmana delle chiavi alla famosa “scala inamovibile”, la storia della basilica racconta secoli di conflitti, compromessi e fragile convivenza.

Adeeb Joudeh Al-Husseini si sveglia molto presto di mattina. Fa un lavoro unico al mondo, che richiede precisione e soprattutto grande puntualità. È l’ultimo discendente della famiglia Joudeh, che custodisce da generazioni l’unica chiave della porta della basilica del Santo Sepolcro, a Gerusalemme. Ma questo lavoro Adeeb non lo fa da solo. Prima delle quattro del mattino incontra Wajeeh Nuseibeh e gli consegna una strana chiave a forma di freccia. Wajeeh è l’ultimo discendente della famiglia Nuseibeh, che si occupa di aprire la porta della basilica del Santo Sepolcro da generazioni. Le due storiche famiglie musulmane si contendono bonariamente il primato sulla custodia della basilica, ma sul lavoro collaborano volentieri. Wajeeh arriva sotto un piccolo arco quando il cielo inizia appena a schiarirsi. Si infila nel cunicolo, gira a destra e si affretta verso la porta di legno di una chiesa modesta; si avvicina alla porta e bussa. Dall’altra parte, nella luce ovattata delle candele, lo aspetta un frate, ogni giorno diverso: un latino, un greco o un armeno. Il sagrestano di turno apre una porticina, prende una scala, che le confessioni tengono dietro la porta, e la fa scivolare fuori. Wajeeh la poggia al muro, sblocca la serratura in alto, poi quella in basso, e restituisce la chiave ai componenti della famiglia Joudeh che non possono toccare la porta, ma ne custodiscono la chiave. A questo punto, il sagrestano all’interno tira i battenti e spalanca le porte cigolanti. Le prime luci dell’alba entrano nella basilica. Già si sentono i canti, in lingue vive e morte. La giornata può iniziare.

LA NASCITA DELLO “STATUS QUO

Questo complesso rituale è solo una delle rigidissime regole che controllano la convivenza delle confessioni nella basilica del Santo Sepolcro. Della chiesa, uno dei luoghi più importanti della cristianità, si è tornato a parlare di recente

quando, il 29 marzo 2026, la polizia israeliana ha vietato al patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, di celebrarvi la messa per la Domenica delle Palme. Anche se le autorità israeliane hanno giustificato il divieto (rivolto a tutte le fedi) con ragioni di sicurezza legate allo stato d’emergenza – in particolare per gli attacchi missilistici iraniani – in un comunicato stampa, Pizzaballa ha parlato di un «allontanamento estremo dai princìpi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». L’ultima espressione, status quo, nasconde una situazione antica di divisioni e regolamenti.

La storia della basilica è costellata di conflitti. Vi convivono oggi sei diverse confessioni cristiane: i cattolici, i greci ortodossi, gli armeni, i siriaci, i copti e gli etiopi ortodossi. Per alcune di queste confessioni la basilica è vitale: i greci ortodossi vi hanno stabilito la sede del loro patriarca, Teofilo III. La maggior parte della chiesa è attualmente divisa tra cattolici, greci ortodossi e armeni, mentre siriaci, copti ed etiopi ortodossi conservano il controllo di piccole parti.

Le spartizioni iniziano nel Duecento, quando si trasferiscono nella basilica armeni, georgiani, copti ed etiopi e cominciano a sentirsi gli effetti dello scisma d’Oriente (scoppiato nel 1054), che aveva separato cattolici e ortodossi. La competizione tra le comunità per il controllo di parti della basilica si inasprisce tra il Cinquecento e il Seicento, dopo la conquista ottomana di Gerusalemme nel 1516. Le comunità più ricche e potenti si appropriano via via di alcune parti della basilica grazie alla protezione di Paesi europei o alla corruzione di funzionari ottomani, che le confessioni più piccole non potevano permettersi. I georgiani, gravati dalle imposte e svenati dalle tangenti, lasciano definitivamente la basilica all’inizio del Seicento. Anche gli etiopi perdono ogni diritto di proprietà, ma riescono a conservare la gestione di alcune cappelle e del Deir es-Sultan, un piccolo insediamento di casupole in cui vivono in povertà assoluta venticinque monaci, sul tetto della cappella di Sant’Elena.

Le dispute sono state “risolte” con una divisione al millimetro di ogni aspetto della basilica. Durante la Domenica delle Palme del 1757 scoppia una rissa tra greci ortodossi e francescani, con i primi che cercavano di cacciare i secondi. Il sultano Osman III, stanco dei continui scontri, emana dunque un firmàno (editto) che proibiva a ogni confessione di cambiare i propri diritti: da quel momento in poi, ogni comunità avrebbe mantenuto solo e soltanto ciò che possedeva in quel momento, senza poter modificare nulla. La basilica tornò sulla scena internazionale a metà Ottocento. Le controversie continuavano nonostante il primo firmàno, ed erano molto sanguinose. Nel 1846 la Pasqua cattolica e quella ortodossa coincidono. Clero, fedeli e pellegrini delle due parti pretendono di avere la priorità sulla messa, e scoppia rapidamente una rissa: sedati gli scontri, restano a terra oltre quaranta morti. Fino a quel momento, le controversie erano state gestite tramite tangenti e accordi locali. Ora invece le potenze europee iniziano a usare il controllo dei luoghi religiosi come pretesto per muovere guerra, come ai tempi delle crociate. 

L’escalation è rapida. Nel 1847 viene rubata dalla Basilica della Natività di Betlemme una stella d’argento con una scritta in latino: «Qui è nato Gesù Cristo dalla Vergine Maria». I sospetti cadono subito sui greci ortodossi, che mal tolleravano la presenza di una scritta latina nel luogo di nascita di Gesù, come a sancirne la “proprietà” cattolica. La Francia presenta formale richiamo alle autorità ottomane. Nell’agosto 1851 l’ambasciatore francese a Costantinopoli, Charles de La Valette, minaccia l’Impero ottomano di intraprendere “misure estreme” per garantire il controllo cattolico dei luoghi di culto in Terra Santa. Lo zar russo Nicola I minaccia a sua volta di intervenire, se il sultano Abdülmecid I (1839-1861) avesse ceduto alle minacce francesi. La temperatura si alza e a novembre 1852 il sultano cede alle pressioni francesi e stabilisce che i cattolici possono tenere la chiave della basilica della Natività. Nicola I, furioso, prepara già l’esercito e i piani di spartizione dell’Impero ottomano, soprannominato il “malato d’Europa”. La questione, ormai, non riguardava più solo il controllo dei luoghi di culto, ma l’intero equilibrio delle alleanze europee, e portò, alla fine del 1853, allo scoppio della guerra di Crimea. È nel contesto di questa guerra che Abdülmecid I emana un secondo firmàno, il cosiddetto Status Quo (nel febbraio del 1852), che ribadiva il congelamento della proprietà e della gestione delle parti della basilica per come erano divise all’epoca. Lo Status Quo del 1852 è giunto pressoché intatto fino ad oggi, ratificato nei trattati di Parigi (1856) e di Berlino (1872), poi confermato dal Mandato britannico, dal governo giordano e infine da Israele, dopo l’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967. 

Nulla, dopo il 1852, poteva essere più cambiato. Nemmeno un’innocua scala di legno a pioli poteva essere rimossa senza scatenare una catena infinita di rivendicazioni. E quindi quella scala “inamovibile” è ancora lì, sul balcone esterno, da almeno 150 anni. Si raccontano molte storie e leggende sulla sua origine. Forse è stata dimenticata da un operaio a ridosso dei giorni di uno dei firmàni e dunque è rimasta coinvolta, suo malgrado, nel congelamento. Secondo altri la sua presenza è frutto di una disputa tra la proprietà delle finestre e quella del ballatoio. Per altri ancora la scala era lì da prima, testimoniata anche da un’incisione settecentesca che sembra raffigurarla: poteva servire per issare cibo con un cesto all’interno della basilica, senza passare dalla porta principale (che comportava per un certo periodo il pagamento di un’imposta); oppure per accedere a dei vasi coltivati sul davanzale. Sono comprovate due occasioni recenti in cui la scala è stata mossa: nel 1997 fu portata dentro e nascosta dietro un altare da un ignoto “Andy”. Appena ritrovata, la scala fu subito rimessa al suo posto per evitare tensioni, e alle finestre si aggiunse una grata. Così nel 2009, quando la scala fu vista appoggiata alla finestra sbagliata, ma anche in questo caso fu subito riposizionata.

CONDIVISIONE E CONSENSO

Il consenso delle parti è necessario per ogni operazione strutturale, a causa di due particolarità delle leggi ottomane: chi paga per la ristrutturazione di qualcosa ne è proprietario; il proprietario del tetto è il proprietario dell’edificio. Lo Status Quo e le leggi ottomane hanno prodotto una miriade di quelli che Adeeb definisce semplici «aneddoti su piccoli disaccordi». Ogni singola colonna appartiene a una specifica comunità; una colonna è persino divisa in due spicchi, tra armeni e greci. La resistenza alle spartizioni di un’architettura consumata dal tempo crea, a volte, situazioni quasi comiche. Il cortile della basilica è in gestione ai greci ortodossi, mentre la cappella dei Franchi, che vi si affaccia, appartiene ai latini. Ma la scala di collegamento non è perfetta: l’ultimo scalino è pendente, e non è dunque chiaro se appartenga ancora alla scalinata o già al cortile. A chi spetta dunque la sua pulizia? Come altrove, si divide: i cattolici spazzano il gradino ogni giorno all’alba, mentre i greci ortodossi lo puliscono insieme al resto del cortile.

Una situazione così parossistica aborre il vuoto: ogni millimetro abbandonato da una confessione è colmato da un’altra. Anche quando una pratica perde di senso, quindi, i religiosi la perpetrano per il solo fatto di averne diritto. Storicamente, i cattolici avevano diritto a posizionare una scala di alluminio dietro la pietra dell’unzione, dove si ritiene che Gesù sia stato preparato per la sepoltura. Potevano aprirla il giovedì dopo il Mercoledì delle Ceneri, e dovevano toglierla il giovedì del Corpus Domini; la scala serviva a rinnovare le candele e le lanterne durante il periodo di Pasqua. Oggi le candele non si usano più, ma l’illuminazione elettrica non fa decadere il diritto dei latini di posizionare la scala, che tutti gli anni viene ancora aperta per più di due mesi, anche senza bisogno di accendere le candele o rabboccare l’olio delle lampade.

C’è anche chi legge questa divisione come un’opportunità, il segno di una continuità storica secolare che, da sola, può garantire la pace. «La mia famiglia ha custodito questo patrimonio per secoli», dice fiero Adeeb. «Il congelamento è un simbolo di stabilità. Il fatto che ogni giorno, alla stessa ora, la porta venga aperta in un modo rimasto immutato per generazioni porta con sé un messaggio profondo: nonostante tutte le difficoltà, la continuità perdura». La storia recente della basilica di cui è custode sembra dimostrarlo: la violenza e gli scontri tra membri del clero sono ormai rarissimi e la cooperazione e il dialogo sono sempre più frequenti, ad esempio per quanto riguarda lavori e ristrutturazioni. Come scrive fiducioso Raymond Cohen in Saving the Holy Sepulchre (Oxford University Press, 2008): «Qualunque cosa riservi il futuro, la chiesa è oggi in condizioni migliori di quanto non lo sia stata negli ultimi 500 anni».

Ph. Santo Sepolcro © Lucio Meola

Immagine di Lucio Meola

Lucio Meola

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