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Pensare la pace in maniera strutturale

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Giornalista. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Le politiche interne autoritarie e la proiezione esterna aggressiva degli Stati sono strettamente connesse e perciò vanno analizzate insieme. La costruzione della pace passa necessariamente da democrazia e rispetto dei diritti umani all’interno dei Paesi.

Una delle tendenze degli scienziati sociali è quella di valutare gli accadimenti e gli scenari sociali in maniera parziale e non in maniera strutturale e sistemica. Noi valutiamo, ad esempio, le scelte di politica estera dei governi in termini di pace e guerra senza considerare anche la politica interna degli Stati, e viceversa.

L’unica eccezione a questa attitudine è stata il caso del Nazismo. Adolf Hitler aveva strutturato una società fondata sull’uso sistematico della violenza e dell’abuso fino alla realizzazione della Shoah, e nel contempo, in politica estera aveva mostrato in maniera ugualmente chiara la sua brutale ferocia, portando la guerra all’intero continente. Nella nostra percezione, tuttavia, la Germania nazista costituisce un’eccezione.

Quando analizziamo un Paese e il suo governo, distinguiamo sistematicamente tra la sua politica estera e le sue dinamiche interne. In questa fase storica, ad esempio, osserviamo la Russia di Putin nella guerra contro l’Ucraina, ma dimentichiamo molto facilmente la condizione dei russi all’interno del proprio Paese, per quanto attiene alla privazione delle loro libertà.

Per i Paesi meno conosciuti questo è ancora più evidente. Senza proseguire con gli esempi, in via generale autocrazie e dittature presentano strutturalmente una politica interna basata sull’uso della violenza e una politica estera aggressiva e assertiva. Tale regolarità è necessaria per comprendere quali possano essere i Paesi con i quali sia possibile lavorare per la pace e quali no. Invero, non è possibile costruire un sistema internazionale genuinamente pacifico con i dittatori che violano la dignità e i diritti umani dei propri cittadini.

Con questi sono sicuramente possibili accordi, fino a relazioni apparentemente amichevoli, nella consapevolezza, tuttavia, che queste non possono che essere dettate da opportunità e strategie, pur rimanendo fragili nel lungo periodo. È quello che è accaduto, appunto, con la Russia di Vladimir Putin. 

Mosca sembrava riavvicinarsi all’Occidente all’inizio degli anni Duemila, per poi lanciarsi non solo in guerre regionali (Georgia e Ucraina), ma anche partecipando a conflitti come, ad esempio, in Siria. Nel contempo, la società russa, secondo molti osservatori e testimonianze, perdeva le libertà civili realizzatesi dopo la fine della Guerra fredda.

Oggi ci ritroviamo in un conflitto a intensità variabile con Mosca, a cui purtroppo non sembra esserci soluzione. Alla luce di questi esempi, peraltro, appare anche inspiegabile la sorpresa con la quale vengono commentate l’aggressività e la radicalità dell’amministrazione Trump, che nulla aveva fatto per nascondere le proprie attitudini, a partire dalla politica interna.

Come si poteva lontanamente pensare che Donald Trump fosse un interlocutore interessato alla pace, dopo che questi ha perdonato gli assalitori del Congresso del 6 gennaio 2021? È necessario, pertanto, ripensare l’idea della pace, rimodulando le nostre valutazioni e interpretazioni e utilizzando un approccio strutturale. La pace non può che essere pensata e costruita in questa prospettiva.

Democrazia e rispetto dei diritti umani all’interno delle proprie società sono elementi imprescindibili perché le relazioni internazionali di un Paese siano votate alla pace. Qualsivoglia tentativo di limitazione dei diritti, di legittimazione della discrezionalità nell’uso della forza, ovvero di inasprimento autoritario nelle norme deve essere interpretato come un segnale di un futuro di non pace, se non addirittura di guerra.

Ph. Anton Etmanov, via Unsplash

Immagine di Raul Caruso

Raul Caruso

Giornalista. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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