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“Un figlio è libertà creata”. Sulla difficile arte di divenire genitori e figli

di Salvatore Piromalli

di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.

Il rapporto tra genitori e figli o figlie racchiude un paradosso: generare significa dare origine a una libertà che non può essere posseduta. Riprendendo il pensiero di Emmanuel Lévinas e dialogando con la tradizione biblica e filosofica, la genitorialità appare come un atto di “svuotamento”, un fare spazio all’autonomia dell’altro. Diventare genitori e diventare figli e figlie implica così un reciproco percorso di libertà, tra eredità e trasformazione.

Colui e colei che crea, si considera per lo più proprietario e padrone dell’essere creato, o comunque in diritto di avanzare su quell’essere dei diritti e delle pretese. Creare è considerato il potere sovrano perché vicino a quello di Dio: potere di dare la vita, di fare essere, che instaura un dislivello irriducibile tra Creatore e creatura. Da una parte (in alto) l’Autore, dall’altra (in basso) la creatura. Da una parte il donatore della vita, dall’altra il donatario, debitore all’Altro – per sempre – della propria esistenza. Una netta separazione di status ontologico tra il polo attivo (Creatore, donatore) e il polo passivo (creatura, donatario), una passività che inchioda quest’ultimo a un dovere inestinguibile di riconoscenza, di gratitudine, di sottomissione, di obbedienza.

Nella prospettiva cristiana, l’incarnazione di Gesù rappresenta un approfondimento della tradizione ebraica e rivela una forma di kénosis, cioè di “svuotamento” divino, già radicata nell’Antico testamento. Un esempio significativo si trova già in Esodo 34:6-7, dove il Signore “passa davanti” a Mosè per rivelarsi in termini “comprensibili” all’uomo, tenendo conto di quanto affermato poco prima in Esodo 33:20: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l’uomo non può vedermi e vivere». 

Nel Cristianesimo, dunque, Dio rinuncia ulteriormente alla propria “Maestà” e viene incontro alla condizione umana fino a farsi carne; Dio si svuota delle prerogative del proprio potere divino (kénosis = fare vuoto, farsi vuoto) per fare spazio alla relazione con l’umano, incarnandosi in essa fino a sentirne il limite, la finitezza, il dolore, la morte.

Anche l’atto sovrano della creazione del mondo può essere interpretato come una kénosis di Dio, un “fare spazio” alle cose del mondo, un “dare luogo” alle creature, un farsi da parte affinché il mondo possa avere vita, palpitazione e respiro. Isaac Luria (1534-1572), rabbino, mistico e teologo, nella sua teoria dello tzim-tzum, sosteneva proprio questa tesi: la creazione è stata resa possibile da un’autolimitazione di Dio, una ritrazione della sua presenza infinita e una contrazione del suo potere creatore sovrano, che hanno aperto un vuoto, hanno liberato lo spazio concavo affinché il mondo e le sue creature potessero “avere luogo”. Un vuoto generativo, attivo, ospitale, in cui le cose accedono all’essere.

Forse, ogni autentico processo creativo ha qualcosa a che fare con lo svuotamento kenotico del creatore: il poeta, lo scrittore, l’artista creano qualcosa nel momento in cui se ne distaccano, fanno nascere l’altro (l’opera) proprio nel momento in cui il cordone ombelicale e il vincolo autoriale cede e le idee, le parole, le storie, le forme estetiche vengono affidate al pensiero e allo sguardo degli altri. Non c’è opera senza questo farsi da parte dell’autore, senza questo ri-trarsi per dare luogo, per fare spazio alla forma e al respiro autonomo dell’opera.

POTERE DI CREARE E LIBERTÀ DELLA CREATURA

Emmanuel Lévinas riteneva che anche il mettere al mondo un figlio o una figlia consista in un atto di kénosis creativa: il figlio – scriveva – «attua e ripete in ogni istante il paradosso di una libertà creata» (Totalità e infinito, Jaca Book 2010, p. 287): un paradosso, appunto, un ossimoro in cui i due termini apparentemente inconciliabili (l’essere creato e l’essere libero) interagiscono intimamente. Come è possibile “creare” una “libertà”? Come può una creatura che dipende dal creatore, essere libera? Si può essere “figli-liberi”, essere cioè al contempo generati e svincolati da questo legame di discendenza, una libertà che si emancipa dal potere creatore che l’ha preceduta?

L’errore teorico – ci suggerisce Lévinas – è quello di confondere “creare” con “causare”: «il padre non è semplicemente causa del figlio» (ivi, p. 288), e il figlio o la figlia non è un effetto meccanico del padre-causa. L’errore consiste nel pensare che le due parole (“libertà creata”) possano agire separatamente, siano cioè disgiunte e incomunicanti. Lévinas ci invita invece a re-ligare i due termini, a tenerli insieme facendoli interagire e mantenendo attiva la loro intima connessione: così, anziché scissa, la relazione tra essere libero ed essere generato, tra libertà e creaturalità, diventa una relazione armonica necessaria, in cui l’una non nega ma implica e richiama l’altra, in cui l’una si dà solo insieme all’altra, in un rapporto che è – al contempo – di complementarità e di distinzione, di convergenza ma anche di tensione. L’armonia implica sempre (anche etimologicamente) un accordo singolare tra elementi liberi, distinti e distanti, legati solo da un punto in comune.

Il potere di creare non può mai ipotecare la libertà dell’essere creato, anzi: il vero atto creatore non è quello che dà vita a un suddito, a un soggetto dipendente, ma è quello che mette al mondo un essere libero, un soggetto altro, una singolarità distinta e autonoma dal creatore. Chi crea, crea l’altro da sé: non una copia, non un clone, ma un’alterità assoluta, dunque libera, ancorché creata. Chi crea, non si duplica narcisisticamente, ma si autolimita per fare spazio al nuovo arrivante, alla singolarità dell’altro e alla sua libertà.

DIVENIRE GENITORI, DIVENIRE FIGLI/FIGLIE

Questa è la vera fatica dell’essere (o del divenire) genitori: comprendere che il senso ultimo del mettere al mondo un figlio o una figlia è quello di arrivare a “non identificarsi” con quella creatura, ma di lasciarla essere come altro da sé. Un essere altro che può arrivare (come la tragica vicenda del romanzo Pastorale americana, di Philip Roth) fino alla completa dissidenza del figlio o della figlia rispetto a quello che il genitore è, è stato, ha cercato di testimoniare con la sua vita. 

Essere genitori comporta dunque una kénosis, uno tzim-tzum ogni volta singolare, l’accoglienza difficile della possibilità vertiginosa che l’altro – creato nella “sua propria” libertà – possa essere irriconoscibile rispetto alle aspettative e alle pretese di chi l’ha messo al mondo, dunque discontinuo, disobbediente, infedele, dissidente, eretico. Creare un essere libero porta il possibile fino a questo estremo: che l’altro, interprete del proprio desiderio, possa “autonomamente” (autos e nomos, in base alla “propria” legge) stabilire una lontananza incolmabile da divinità, padri, madri, maestri, pastori. Creato, ma libero dai creatori per il proprio desiderio. Discendente, ma inventore di altre rotte d’esistenza. Proveniente, ma destinato ad altre terre e ad altre patrie. Forse – a partire dalla disobbedienza di Adamo ed Eva – è sempre stata questa la legge che lega e al contempo slega il genitore al figlio o alla figlia, altrimenti il mondo non sarebbe molto diverso da quello dei nostri progenitori.

Non consiste proprio in questa continua invenzione di altre forme e di altre configurazioni esistenziali (non pre-esistenti, non immaginabili, non comprensibili) la fatica di essere figlio o figlia, la pulsione di quest’essere creato a soggettivarsi, ad assumere il “proprio” desiderio, a riconoscerlo e corrispondervi, senza sottostare a nessuna forma di devozionalità passiva rispetto al genitore-creatore? 

Sartre (e poi Lacan) sosteneva che “soggettivarsi” significa fare qualcosa di diverso da ciò che gli altri hanno fatto di noi, ri-lavorare in maniera singolare la materia grezza con cui gli altri ci hanno plasmato, mettendoci al mondo, dandoci un nome e curandosi di noi. Assumere quella materia e quella forma che noi siamo e che gli altri ci hanno lasciato in consegna, per ri-modellarla in altre forme e direzioni di senso, senza tuttavia negare quella provenienza, ma anzi ereditandola pienamente.

“Ereditare”, per un figlio o una figlia, significa questo: non immagazzinare passivamente il patrimonio educativo e il lascito etico del genitore, ma farlo fruttare, farlo diventare frutto proprio, assumendolo e soggettivandolo nel ventaglio infinito di possibilità che va dalla fedeltà all’eresia. Ereditare vuol dire diventare liberi, restando figli creati. Accanto all’arte difficile di “divenire” genitori, è questa l’arte faticosa di “divenire” figli e figlie.

Ph. Rohit Dey © Unsplash

Immagine di Salvatore Piromalli

Salvatore Piromalli

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