Home ReligioniUn’arcivescova a Canterbury denuda lo status quo romano

Un’arcivescova a Canterbury denuda lo status quo romano

di Luigi Sandri

di Luigi Sandri. Redazione Confronti

L’intronizzazione, il 25 marzo, di Dame Sarah Mullally come guida della Comunione anglicana inchioda la Chiesa cattolica romana che ancora esita perfino a ordinare diacone, e imbarazza la Gafcon, il gruppo anglicano alternativo che, in nome di Cristo, nega l’episcopato alle donne.

C’è una volontà di Gesù sui ministeri “alti” (diaconato, presbiterato, episcopato)? La risposta all’interrogativo cruciale incombe ormai su tutte le Chiese e non può ulteriormente essere differita dato che, dopo una catena di oltre un millennio di arcivescovi maschi, a guidare la sede di Canterbury il 25 marzo è stata scelta una donna, Sarah Mullally. Un punto di non ritorno per l’Anglicanesimo, e una sfida all’intero mondo cristiano ma, per la Chiesa romana e per l’Ortodossia, una infedeltà a Cristo che, esse pensano, avendo scelto come apostoli dodici maschi, avrebbe escluso per sempre donne in quel vertice.

“IMPOSSIBILE ORDINARE DONNE NEL SACERDOZIO”

Seppure già da decenni alcune “province” (Chiese nazionali anglicane in comunione con la Chiesa Madre), avessero ordinato donne per ministeri “alti”, la Church of England solo negli anni Settanta del Novecento cominciò a ipotizzare le donne pastore. Ma, per prevenire quello che, secondo lui, sarebbe stato un infausto esito ecclesiale, il 30 novembre 1975 Paolo VI scrisse una lettera a Donald Coggan, allora arcivescovo di Canterbury: «Vostra Grazia è naturalmente ben al corrente della posizione della Chiesa Cattolica su questa materia. Essa sostiene che non è ammissibile ordinare donne al sacerdozio, per ragioni veramente fondamentali. Queste ragioni comprendono: l’esempio, registrato nelle Sacre Scritture, di Cristo che scelse i suoi Apostoli soltanto fra gli uomini; la pratica costante della Chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto degli uomini… L’esclusione delle donne dal sacerdozio è in armonia con il piano di Dio per la sua Chiesa». Tutti i successivi pontefici hanno ribadito questa tesi, variamente modulata.

Ma torniamo sul Tamigi. Il contrasto, assai acceso, sulla questione continuò per alcuni anni, finché il Sinodo generale della Church of England nel 1992, dopo un drammatico confronto teologico, decise di ammettere le pastore, stabilendo che le prime ordinazioni fossero compiute due anni dopo (e a consacrarle, nel 1994, fu l’allora primate George Carey). In patria la decisione fu, per lo più, bene accolta. Ma, opponendosi ad essa, una piccola minoranza di anglicani sparsi nel mondo domandò di essere accolta nella Chiesa romana, fieramente anti-pastore. Per accogliere questi fedeli che entravano in essa “corporativamente”, Benedetto XVI, con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus nel 2009 stabilì per loro degli “ordinariati personali” (in Inghilterra, Stati Uniti d’America e Australia).

Intanto la Church of England proseguiva per la sua strada; e nel 2014 ammetteva anche le vescove (tra queste, a Londra, nel 2018, la Mullally). La quale, sposata e madre di due figli, nell’ottobre 2025 era stata eletta arcivescova di Canterbury, dove è stata “intronizzata” sei mesi dopo, il 25 marzo. Alla solennissima cerimonia, erano presenti, tra gli altri, i principi reali William e Kate, il premier Keir Starmer e, dal mondo religioso, rappresentanti delle Chiese ortodosse e orientali, della Santa Sede, di Ebraismo, Islam e Buddhismo. Il cardinale svizzero, Kurt Koch, presidente del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, assisteva, quasi smarrito, all’evento, ritenendo impensabili in eterno, almeno per la Chiesa romana, donne vescove. Del resto, con la Lettera Apostolicae curae, nel 1896 Leone XIII aveva stabilito che le ordinazioni anglicane “sono invalide e assolutamente nulle”. Quindi, secondo la dottrina di Roma, lui stava assistendo a una pura e semplice sceneggiata.

E così la pensano anche i rappresentanti di una ventina di “province” anglicane che ad Abuja, in Nigeria, il 6 marzo 2026 – dunque, nell’imminenza della singolare ”intronizzazione” – con l’assenso di 347 vescovi, soprattutto africani, accompagnati dalle rispettive consorti, proprio per opporsi alle vescove hanno tagliato ogni rapporto con Canterbury, e costituito una rete anglicana “ortodossa”– la Gafcon (Global Anglican Future Conference) – alternativa all’antica sede della Chiesa Madre [cf. Confronti 4/2026].

“NIENTE È IMPOSSIBILE A DIO”

«Perché niente è impossibile a Dio»: queste parole – che l’Evangelo di Luca (1, 37) riferisce come dette dall’angelo Gabriele a Maria, stupefatta di diventare madre senza aver conosciuto uomo – sono state il titolo e il Leitmotiv del sermon di Dame Sarah. Che, ricordato il pellegrinaggio di sei giorni partito da Londra per arrivare fino a Canterbury (distante circa 140 km), ha continuato così: «Thomas Becket, uno dei miei predecessori come arcivescovo [fu assassinato in quella cattedrale!], ha compiuto lo stesso pellegrinaggio 850 anni fa». Quindi, tornando a Maria: «Lei, seguendo l’invito di Dio ad avere fiducia in promesse e in un futuro che non poteva vedere e nemmeno immaginare, si fidò delle parole rassicuranti dell’angelo: “Niente è impossibile a Dio”. E perciò rispose: “Io sono qui”… Mentre ci avviciniamo alla Settimana santa e a Pasqua, sappiamo che il cammino di Maria non fu facile, e che lei dovette affrontare sfide inimmaginabili. Ma ebbe fiducia nelle parole dell’angelo».

E, venendo all’oggi: «Ci sono nostre sorelle e nostri fratelli anglicani che non hanno potuto essere qui, a causa della guerra in Medio Oriente e nel Golfo. Preghiamo incessantemente per loro e per quanti si trovano in guerra in varie aree del mondo, in Ucraina, in Sudan e in Myanmar. Preghiamo perché prevalga la pace. E in un mondo lacerato da conflitti, sofferenze e divisioni, dobbiamo riconoscere il male che esiste molto vicino a casa. Non possiamo non vedere, o minimizzare, le sofferenze subìte da quanti sono stati feriti da azioni, inerzie e fallimenti delle nostre stesse comunità cristiane. Oggi e ogni giorno dobbiamo tener presenti nelle nostre preghiere vittime e sopravvissuti, e dobbiamo rimanere impegnati per la verità, la compassione, la giustizia e l’azione». Parole taglienti, che avranno spinto i presenti a ricordarsi che il predecessore della Mullally, Justin Welby, nel 2024 era stato costretto a dimettersi perché aveva tollerato personaggi, legati alla sua Chiesa, colpevoli di violenze sessuali su minori.

Poi parla della Chiesa, «una Chiesa per l’intera nazione e per il mondo, che cerca le strade per raggiungere popoli di tutte le fedi, o di nessuna, con opere di servizio che la trasformeranno. Una Chiesa che si estende in tutto il mondo, con le nostre Chiese sorelle della Comunione anglicana, come parte della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Per poi concludere: «Mentre oggi inizio il mio ministero come arcivescova di Canterbury, dico a Dio: “Eccomi”. Potessimo noi avere l’audacia di credere nelle promesse di Dio; per Lui, infatti, “niente è impossibile”».

UNA NUOVA EPOCA DEL CRISTIANESIMO

Parole accolte da un applauso lunghissimo e liberatorio, che quasi fece tremare le pareti dell’antica cattedrale gotica. Tutte le persone presenti, infatti, erano ben consapevoli del passaggio, storico e irreversibile, che stava avvenendo, con la 107esima guida massima della diocesi che, però, non era un “lui”, ma, e per la prima volta, una ”lei”. La quale, non sprecò nemmeno una parola per ribattere a quanti e quante, nello stesso Anglicanesimo, ritengono che Cristo abbia escluso assolutamente le donne dal ministero dell’episcopato. Ella è ben certa di aver seguito, con umiltà e dedizione (nella vita “civile” era stata infermiera!) una vocazione che viene da Dio: dunque, per i futuri secoli la Church of England avrà vescovi e vescove. E se il gruppo di Abuja persisterà nel suo “No, No”? E se i pontefici di Roma, ancora dubbiosi perfino sulle diacone, diranno “No, No”? E se patriarchi e metropoliti delle Chiese ortodosse e orientali a Costantinopoli, Mosca, Kiev, Belgrado, Atene, Bucarest, Sofia, Beirut, in Kerala (India) e al Cairo diranno sempre “No, No”? Allora sarà ferito a morte l’ecumenismo, e ci saranno due grandi gruppi cristiani: uno senza vescove, e uno con esse. Le due ali del Cristianesimo rimarranno separate, e antagoniste, scandalizzando, con la loro lite, il mondo, fino alla parusìa, il ritorno glorioso di Gesù?

Se così, ci sarà una divergenza amara e invalicabile, perché sulla sua origine si invoca la volontà di Cristo. E qui, dovendo riassumere un groviglio storico, teologico ed esegetico complessissimo, lo semplifichiamo con questo schema. Quell* del “No”: per loro è decisivo che Gesù abbia scelto dodici apostoli, tutti maschi; dunque la donna è esclusa, in linea di principio, e per sempre, dall’episcopato (e, per alcune Chiese, anche dal presbiterato). D’altronde, insistono, quando Gesù nell’Ultima Cena, spezzando il pane, disse agli astanti: «Fate questo in memoria di me», non vi erano donne ad ascoltarlo. Per fedeltà alle Scritture, perciò, nella storia non ci sono mai state vescove. Quell* del “Sì” ribattono: Gesù non ebbe intenzione di fondare una Chiesa; egli annunciava l’avvento del Regno di Dio; non prevedeva diaconi, presbiteri, e vescovi, ma solo discepole e discepoli. Una strutturazione si creò poco alla volta, legittimamente, nella prima Chiesa, spesso copiando da strutture romane maschiliste. Infine, sebbene tra contrasti, all’alba del quarto secolo si decise di affidare la gestione del “sacro” solo a uomini. Ma, insistono, all’Ultima Cena erano certamente presenti donne, come da sempre è norma nell’Ebraismo quando si celebra Pesach (Pasqua): dunque anche ad esse fu rivolto il “Fate questo in memoria di me”.

La Chiesa romana è la più sconvolta dalla vicenda di Canterbury, e ci appare in un vicolo cieco. Eppure, sul finire del XIX secolo, persone coraggiose – Lord Halifax; il prete lazzarista francese Fernand Portal; il suo connazionale, lo storico abbé Louis Duchesne; e Ottavio Gasparri, futuro cardinale Segretario di Stato – ritenevano possibile riconoscere le ordinazioni anglicane. Ma Leone XIII troncò quelle speranze. Poi, con il Concilio Vaticano II è partito alla grande il dialogo anglo-cattolico. Tuttavia, mentre Roma infine ha chiuso, “per ora”, perfino alle ordinazioni di diacone, in Inghilterra si apriva alle pastore, poi alle vescove e, infine, una donna diventava arcivescova. Il fossato teologico tra Canterbury e Roma appare invalicabile, e incombe la domanda: «Ma davvero Gesù è dalla parte del “No”»? Può mai reggere un dialogo tra la Mullally e Leone XIV che, teologicamente, la ritiene una semplice laica?

Con nodi così aggrovigliati sarebbe una “furbata” inconcludente affidarsi a un paio di commissioni, come fece Bergoglio. Basterà un Sinodo? O si imporrà un nuovo Concilio di “madri” e di ”padri” per aprire il tempo desiderato, quando donne e uomini potranno accedere a tutti i ministeri, e si aprirà un nuovo orizzonte alla Chiesa cattolica romana? Che – occorre metterlo in conto – porterà magari al crescere di una piccola (forse non proprio piccolissima) Chiesa alternativa a quella ufficiale, e dunque anti-vescove.

D’altronde, sarebbe ingenuo ipotizzare che sarà una passeggiata transitare da una Chiesa strutturalmente maschilista nei suoi quadri dirigenti a un’altra dove essi siano egualmente aperti a uomini e donne. La Chiese futura – ma ben radicata nel mandato che duemila anni fa Gesù affidò a Maria di Magdala (Gv 20, 17) – fiorirà tra inverni e primavere.

SEGNALI DI CAMBIAMENTO

Non stiamo delineando un’utopia. Già ora ci sono richieste – limitate, ma crescenti – di cambiamenti notevoli rispetto allo status quo ecclesiale. Recentissimo esempio: in una lettera del 19 marzo alla sua diocesi di Anversa, in Belgio, il vescovo Johan Bonny, dopo aver criticato il “No” alle donne nei ministeri “alti”, e il celibato obbligatorio per i preti latini, annunciava: «Farò tutto il possibile affinché, entro il 2028, uomini sposati (viri probati) possano essere ordinati presbiteri nella nostra diocesi… I prossimi due anni serviranno anche a garantire la necessaria comunicazione e gli accordi con la Conferenza episcopale belga e con il Vaticano. Per molti vescovi, l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza». D’altronde Joseph Grünwidl, scelto da Leone XIV come nuovo arcivescovo di Vienna, da eletto ha ribadito quanto già richiedeva da parroco: celibato opzionale per i preti, diaconato alle donne, e donne nel conclave. Mentre chiudiamo questo numero, il papa è pellegrino in Algeria, Camerun, Angola, Guinea equatoriale. Egli consolerà, certo, le Chiese locali di quei Paesi, spesso sofferenti. Ma problemi pastorali acuti serpeggiano anche in Africa. Non sarebbe l’ora di affrontare, a Roma, coralmente, le problematiche di Nord e Sud? Perché non il silenzio ma, chissà, un franco dibattito ecclesiale arriverà a sciogliere gli acutissimi problemi emergenti nella Chiesa romana.

Ph. Cattedrale di Canterbury © Tomasz Zielonka / CopyLeft

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