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Ungheria. Il “dopo Orbán” tra europeismo e pragmatismo

di Gjergji Kajana

di Gjergji Kajana. Giornalista freelance

La vittoria elettorale del partito Tisza guidato da Péter Magyar chiude sedici anni di governo di Viktor Orbán e apre una fase di riavvicinamento tra Budapest e l’Unione europea. Il nuovo esecutivo punta a sbloccare i fondi europei congelati e a ricostruire relazioni cooperative con Bruxelles, mantenendo però una linea pragmatica nei rapporti con Russia, Stati Uniti e Cina.

Nelle elezioni parlamentari del 12 aprile scorso l’Ungheria ha premiato con la maggioranza assoluta dei seggi il partito di Centrodestra moderato Tisza (Partito del Rispetto e della Libertà), sancendo l’uscita di scena dalla guida dell’esecutivo del Fidesz (Unione civica ungherese) del primo ministro uscente Viktor Orbán, che governava da 16 anni su una linea nazionalconservatrice. Guidata dall’avvocato 45enne Péter Magyar, il trionfo della giovane forza d’opposizione si è innestato principalmente su una piattaforma focalizzata nel contrasto alla corruzione e allo stato deteriorato dell’economia.

L’Ungheria rappresenta solo l’1,1% del Pil dell’Unione europea, ma i conflitti orbaniani con Bruxelles e la contemporanea vicinanza di Budapest a Russia, Stati Uniti e Cina danno un risalto internazionale alla rotazione di governo.

L’orizzonte dell’esecutivo imperniato su Tisza apre il viatico a un riassetto più cooperativo della relazione comunitaria con Budapest ed accentra sull’Europa la postura internazionale generale del Paese. La stessa data del recente voto contiene un elemento simbolico per il rapporto del Paese con l’Ue: il medesimo giorno del 2003 un referendum nazionale approvò l’ingresso dell’Ungheria nelle istituzioni di Bruxelles.

UN “PONTE” TRA EST E OVEST

Il Paese magiaro si contraddistingue geopoliticamente per una posizione di territorio ponte tra Ovest ed Est. Nel periodo moderno l’unione con l’Occidente si affievolirà due volte: durante la conquista ottomana del XVI-XVII secolo e nella Guerra fredda con l’inserimento dell’Ungheria dentro il campo comunista. Nell’intermezzo dei due periodi avviene l’ingresso dentro l’Impero Asburgico a guida germanica da Vienna. Nel 1867 all’Ungheria viene accordata autonomia amministrativa dentro la compagine multinazionale imperiale. La sconfitta asburgica nella Prima guerra mondiale riformula l’assetto territoriale dell’Europa Orientale, con l’Ungheria che perde l’accesso al Mar Adriatico ed il controllo sulla Transilvania, Slovacchia meridionale, Transcarpazia, Vojvodina e Croazia a favore della Romania e dei nuovi stati di Cecoslovacchia e Jugoslavia. Circa tre milioni di ungheresi si trasferiscono sotto la sovranità politica dei Paesi vicini. Il lascito delle imposizioni alla sovranità subìte rimane forte nella coscienza nazionale e tre dei principali partiti parlamentari – Tisza, Fidesz, Mi Hazánk Mozgalom (Movimento “Nostra Madrepatria”) – appartengono all’alveo della Destra identitaria.

La riunione magiara con gli occidentali avviene dopo la Guerra fredda, rafforzata tramite l’inclusione di Budapest nella Nato (1999) e Ue (2004). Dal 2004 i fondi comunitari netti ricevuti dall’Unione hanno raggiunto 67,8 miliardi di euro, accelerando la crescita economica tramite esborsi infrastrutturali, in ricerca e sviluppo e programmi sociali. Le erogazioni di Bruxelles hanno esentato le casse pubbliche da spese come il sostegno alla produzione agricola.

Dal 2022, però, il trasferimento di circa 20 miliardi di euro di fondi Ue resta bloccato a causa della posizione critica di Bruxelles alla stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale e diritti della comunità Lgbtq+.

Lo sblocco di questi fondi costituisce la priorità principale della relazione del nuovo governo Magyar con Bruxelles. A Budapest l’Ue chiede come condizioni per permettere il rilascio di 10 miliardi per l’implementazione entro il 31 agosto di misure che rafforzino l’indipendenza delle istituzioni giudiziarie nazionali e la trasparenza amministrativa nell’assegnazione di appalti pubblici.

Grazie alla maggioranza assoluta di seggi parlamentari ottenuta il 12 aprile, Tisza intende muoversi sul sentiero riformatore e rimettere il rapporto con Bruxelles nei termini cooperativi necessari al rilancio dell’economia nazionale. Nel programma elettorale della formazione di Magyar ha fatto capolino in senso europeista anche l’adozione dell’euro.

LA QUESTIONE UCRAINA

L’Ucraina rappresenta un punto importante nell’agenda del governo ungherese. Dopo lo scoppio del conflitto armato tra Kiev e Mosca Orbán ha rallentato l’adozione dei pacchetti sanzionatori dell’Ue contro la Russia ed, insieme alla Slovacchia, ha continuato a rifornirsi di gas moscovita tramite l’oleodotto Druzhba, il quale passa in Ucraina ed è attualmente inoperativo a causa di un attacco militare russo.

I ritardi ucraini nella riparazione della conduttura hanno spinto Budapest a bloccare a Bruxelles il prestito europeo a Kiev da 90 miliardi di euro e il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. Magyar ha affermato dopo le elezioni che non si metterebbe di traverso allo sblocco del finanziamento per Kiev. Tisza è netta nel ritenere l’Ucraina vittima dell’aggressione russa ma rimane molto cauta nell’appoggio all’aspirazione del Paese vicino di aderire nell’Ue, suggerendo di sottoporre il processo a un referendum nazionale.

A monte del rapporto conflittuale tra Budapest e Kiev ci sono i diritti della minoranza ungherese di circa 80mila persone nella regione occidentale ucraina della Transcarpazia. Dal 2017 nell’area è in vigore una legge approvata dal governo ucraino che rende la lingua ucraina come principale idioma d’istruzione in seguito al completamento dell’educazione primaria degli allievi. Durante la prima conferenza stampa da vincitore elettorale, il 13 aprile Magyar ha affermato che la risoluzione di questo problema comporrebbe un passo necessario per un rapporto meno conflittuale tra i due vicini.

TRA RUSSIA, USA E CINA

La relazione magiara con la Russia passa attraverso lo status dell’Ungheria quale importatore netto dell’energia, con Mosca che copre l’86% del fabbisogno nazionale petrolifero e il 78% di quello del gas. Pur riconoscendo la necessità di diversificare le fonti d’approvvigionamento, Magyar sostiene che questo passo non significherebbe abbandono immediato dei rifornimenti a buon mercato moscoviti. Mentre Bruxelles ha fissato il 2027 come anno-obiettivo per terminare la dipendenza Ue dal gas russo, nel programma di Tisza la data di questa cessazione è il 2035.

La dipartita di Orbán costituisce una sconfitta del Cremlino nel tentativo di influenzare gli equilibri politici europei a favore di Mosca. Il leader di Fidesz riconosceva esplicitamente che l’integrazione di Kiev nelle strutture euroatlantiche era vista dalla Russia come una minaccia alla sicurezza moscovita e si dichiarava convinto che le forze russe sarebbero riuscite a crearsi militarmente una zona cuscinetto dalla Nato in Ucraina Orientale. Registrazioni trascritte dai media hanno rivelato la condivisione con Mosca di informazioni strategiche su Ue e Ucraina effettuata dal ministro degli esteri magiaro Péter Szijjártó.

Malgrado l’appoggio aperto dell’amministrazione Trump a Fidesz durante la recente campagna elettorale, il rapporto con Washington rimane centrale nella politica estera ungherese indipendentemente dalla formazione al governo a Budapest. L’Ungheria costituisce un pilastro della Nato a trazione americana, con l’Alleanza che sta spostando il baricentro operativo nell’Europa orientale in seguito all’intensificarsi della crisi ucraina. Dentro l’Alleanza il contributo ungherese si è concretizzato nella partecipazione alle missioni di pace atlantiche nei Balcani e Afghanistan ed il raggiungimento della spesa militare al 2% del Pil nazionale secondo i criteri definiti tra i Paesi membri. L’implementazione in corso del programma di sviluppo militare

Zrínyi 2026 – da 13 miliardi di euro – ha come obiettivo di rafforzare le forze armate nazionali, estendendo la componente numerica del personale regolare a 38mila e quello riservista a 20mila truppe. L’Ungheria aderisce all’Iniziativa dei tre mari, un forum di raccordo securitario tra Paesi dell’Europa Centrale e Orientale connessi ai mari Baltico, Nero e Adriatico.

Una stretta relazione si è instaurata tra Budapest e Pechino durante la reggenza di Orbán. Dal lato ungherese il rapporto fa parte della strategia economica della “Politica dell’apertura ad Oriente” (Keleti Nyitás), mentre Pechino ha trovato in Serbia e Ungheria la principale rotta di inserimento economico in Europa. Nel 2024 il volume di scambi commerciali Budapest-Pechino ha raggiunto 16,2 miliardi di dollari. L’impresa cinese Build Your Dreams (Byd) – leader mondiale nella produzione di veicoli elettrici e batterie – ha avviato la produzione di autobus a batteria a Komárom e di veicoli elettrici nella fabbrica di Szeged mentre a Debrecen la Catl (Contemporary Amperex Technology Co. Limited) – leader mondiale nella produzione di batterie agli ioni di litio per veicoli elettrici e sistemi di accumulo di energia – sta investendo 7,3 miliardi di euro nella costruzione di una fabbrica di batterie per le auto elettriche.

Al fine di evitare danni da eventuali tariffe europee sull’import di auto cinesi, Pechino mira a creare in Ungheria una filiera produttiva regionale realizzando i veicoli dentro l’Unione europea. A febbraio è iniziato il trasporto merci nella sezione ferroviaria ad alta velocità Budapest -Belgrado, nella cui parte ungherese Pechino ha fornito l’85% dei costi di ammodernamento. Entro l’estate è programmato l’avvio della tratta del trasporto viaggiatori, con tempi di percorrenza che dovrebbero aggirarsi sui 220 minuti. Tramite altri lavori in corso nei Balcani, anch’essi gestiti da investitori cinesi, il tratto ferroviario potrebbe collegarsi al porto di Pireo in Grecia.

A livello politico, all’interno delle istituzioni dell’Ue, Budapest ha usato il suo potere di veto per bloccare decisioni europee avverse a Pechino su diritti umani, dispute nel Mar cinese meridionale e status di Hong Kong. Nella conferenza stampa del 13 aprile Magyar ha dichiarato che i progetti economici cinesi in Ungheria saranno soggetti a una disamina che non avrà il fine di smantellarli, aggiungendo che sarebbe auspicabile un maggiore coinvolgimento di imprese magiare negli investimenti pechinesi.

PRAGMATISMO E EUROPEISMO

La sintesi del programma di politica estera di Tisza si racchiude nei dettami fissati all’avvio del decennio scorso dal primo capodiplomatico dell’era orbaniana János Martonyi: allineamento euroatlantico con Ue e Nato, buone relazioni di vicinato e responsabilità per la larga diaspora ungherese. Il trittico di priorità può essere realizzato puntellando l’appartenenza di Budapest al blocco occidentale. Anita Orbán, economista di formazione presentata da Magyar quale futura ministra degli Esteri, ha dichiarato che sarà priorità dell’esecutivo di Tisza il riavvio della collaborazione con Ue, Germania e Polonia, con la quale si è creato un gelo recente a causa della atteggiamento ungherese per le posture russe sull’Ucraina e l’asilo ottenuto a Budapest di ex-politici polacchi ricercati dalla giustizia di Varsavia. Magyar ha auspicato una stretta collaborazione regionale dell’Europa Centrale in un format denominato V8 che includerebbe Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia, Slovenia, Austria e Romania.

L’Ungheria di Magyar rimarrà verosimilmente pragmatista nelle sue relazioni a Est ma – citando Anita Orbán – nel rapporto con l’Ue smetterà di essere un “bastone tra le ruote” per diventare un “ingranaggio della ruota”, riconoscendo che un’Europa geopoliticamente più coesa grazie anche al proattivismo di Budapest rappresenta il timone dei suoi interessi internazionali.

Ph. Peter Magyar e Viktor Orbán al Parlamento europeo © European Union, 1998 – 2026, Attribution, via Wikimedia Commons

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