di Virginia Tallone. Giornalista freelance
A Santa Marta 57 Paesi hanno avviato una nuova alleanza per pianificare l’uscita globale da petrolio, gas e carbone, spostando il focus climatico dal “se” al “come”. Un’iniziativa politicamente significativa ma ancora priva di vincoli, che punta a riscrivere le regole della transizione energetica.
Guerra, povertà, crisi energetica ed economica, collasso climatico. Mentre il conflitto in Iran impartisce una lezione brutale sulla dipendenza dai combustibili fossili, dall’altra parte del mondo, in Colombia, si costruisce un’alternativa. Dal 24 al 29 aprile scorsi a Santa Marta si è tenuta la prima conferenza internazionale dedicata alla pianificazione della fine dell’era di petrolio, gas e carbone.
Una sfida diplomatica audace, che raccoglie anni di sforzi dei Paesi geopoliticamente più trascurati – come gli Stati insulari del Pacifico –, degli scienziati e della società civile. Ma soprattutto che cerca di affrontare trent’anni di vuoto lasciati dai negoziati Onu, storicamente incapaci di nominare, nonché di fronteggiare, il nucleo della crisi climatica: la proliferazione incontrollata degli idrocarburi.
Un evento dal forte portato simbolico, considerato che è stato co-organizzato da Colombia e Paesi Bassi. Lo Stato ospitante è il quinto esportatore di carbone a livello globale, un commercio di cui la città portuale di Santa Marta è lo snodo. I Paesi Bassi sono la casa di una delle compagnie petrolifere più grandi del mondo, la Shell.
A Santa Marta non si è discusso del “se” ma del “come”. Dopo sei giorni di confronto, una “coalizione di volenterosi” formata da 57 Paesi ha delineato un’agenda per l’abbandono degli idrocarburi. Sebbene privo di vincoli legali, il valore politico del documento è significativo.
UNA NUOVA GEOGRAFIA DIPLOMATICA
La platea di Santa Marta riflette una geografia della crisi eterogenea: dai Paesi sul fronte della crisi climatica come Tuvalu (in Oceania) ai grandi esportatori Brasile e Colombia. Accanto a loro, il blocco degli importatori netti europei: Francia, Spagna, Germania e Italia un po’ in sordina. Il risultato è una coalizione diplomatica che potrebbe spostare gli equilibri: insieme questi stati rappresentano un terzo del Pil globale e un terzo del consumo mondiale di combustibili fossili.
Assenti i grandi emettitori, Stati Uniti, Russia e Cina, così come i petro-Stati. Durante la conferenza, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’Opec per svincolarsi dagli obblighi multilaterali nella produzione di idrocarburi. Solo tre anni fa avevano guidato la Cop28 verso l’impegno del transitioning away. Santa Marta sembra delineare uno scisma energetico tra il blocco delle rinnovabili e le roccaforti degli idrocarburi.
La sfida è cruciale: abbandonare le fonti fossili senza lasciare indietro economie, territori e popolazioni. Le direttrici sono tre. La prima è la costruzione di roadmap differenziate per Paese: non una vaga mappa globale ma percorsi plurali calati nelle diverse realtà socio-economiche e legati agli Ndc (i piani nazionali di decarbonizzazione, nodo centrale dell’Accordo di Parigi). A supportare questo sforzo sarà il nuovo panel scientifico inaugurato a Santa Marta da due dei più autorevoli scienziati del clima, Johan Rockström e Carlos Nobre. La Francia ha già cominciato, con un piano per uscire dal carbone nel 2030, dal petrolio nel 2045 e dal gas nel 2050.
La seconda, supportata dall’International Institute for Sustainable Development (Iisd), è modificare l’architettura finanziaria globale. A Santa Marta è emerso con chiarezza come la dipendenza dai combustibili fossili sia un sistema blindato da una tripla trappola: fiscale, del debito e dei sussidi. Senza creare spazio fiscale per la transizione, allentare la morsa del debito estero e azzerare i sussidi che alimentano gli idrocarburi il phase-out resterà precluso a gran parte dei Paesi, soprattutto quelli del Sud globale.
La terza punta a riscrivere le regole dello scambio con il supporto dell’Ocse. L’idea è proteggere la bilancia commerciale dei Paesi più dipendenti dalle esportazioni di combustibili fossili durante la transizione, che altrimenti diventerebbe una condanna al fallimento economico.
UN NUOVO METODO
«Questo è l’inizio di una nuova democrazia climatica globale», ha affermato Irene Vélez Torres, ministra dell’ambiente colombiana. Santa Marta è un tentativo dichiarato di superare i limiti delle Cop e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), che avendo strutture basate sul consenso permettono a una manciata di Paesi di ostacolare gli accordi. Come è successo all’ultima Cop, con il veto dei petro-stati sulla richiesta condivisa da 85 Paesi di elaborare una tabella di marcia per l’eliminazione degli idrocarburi.
La conferenza di Santa Marta getta le basi per questo percorso. Entro un anno seguirà un secondo vertice a Tuvalu, nel Pacifico, co-organizzato dall’Irlanda. «Per anni le nostre richieste urgenti sono state bloccate dalle nazioni ricche e dagli interessi che proteggono. Qui è diverso», dice Maina Talia, ministro dell’Ambiente di Tuvalu, che dal 2022 chiede un trattato per l’eliminazione degli idrocarburi mentre l’innalzamento degli oceani inghiotte l’isola. È una scommessa necessaria: mettere la diplomazia climatica faccia a faccia con la realtà della crisi.
Il vertice non è un’iniziativa isolata: punta a integrarsi pienamente con l’Unfccc e con la roadmap globale della Cop30 brasiliana. I partecipanti hanno annunciato che collaboreranno strettamente in direzione della Cop31 a novembre in Turchia.
SOCIETÀ CIVILE IN CAMMINO
Ciò che rende Santa Marta un’esperienza unica è anche il grande coinvolgimento della società civile. Comunità afrodiscendenti, popolazioni indigene, movimenti sociali, donne, giovani, rappresentanti delle diverse religioni, Ong. E ancora accademici, parlamentari, sindacati, privati, città. «L’internazionale della Terra in cammino», la definisce Elisa Sermarini, presidente dell’associazione Gea, che ha partecipato alla conferenza e ai tavoli preparatori. Dopo mesi di confronto migliaia di persone si sono ritrovate a Santa Marta per produrre dei contributi che sono confluiti nel segmento di alto livello quello intergovernativo. «Un dialogo innovativo e orizzontale che rimette al centro la cooperazione internazionale», continua Sermarini.
Uno dei risultati è la richiesta di un meccanismo vincolante per il phase-out. «Serve un trattato sui combustibili fossili per un futuro a energia pulita per tutti», sostiene il reverendo Fletcher Harper, direttore dell’organizzazione interreligiosa Green Faith. Si tratta di muoversi sulla scorta di precedenti di successo del diritto internazionale, come i trattati sulle armi nucleari e sulle mine anti uomo. «Sta emergendo un processo capace di allineare finalmente la diplomazia climatica alla reale portata della crisi, superando le promesse volontarie per muoversi verso un quadro coordinato, equo e vincolante per il phase-out», sottolinea Kumi Naidoo, attivista sudafricano e presidente della Fossil fuel treaty initiative, volta a creare un nuovo accordo internazionale vincolante per eliminare gradualmente petrolio, gas e carbone e lanciata ufficialmente nel settembre 2020.
Negli ultimi sei anni una coalizione di 18 Stati, 4mila organizzazioni, 200 città, l’Oms, il Parlamento europeo, 3mila accademici, 101 premi Nobel, migliaia di comunità indigene, leader politici e religiosi ha dato vita a una campagna internazionale per un trattato sulla non proliferazione dei combustibili fossili. La Colombia ha aderito durante la Cop28 del 2023 e da allora ha sospeso i permessi per nuovi progetti legati agli idrocarburi. La conferenza di Santa Marta trae impulso anche da questa campagna, che si basa su tre pilastri: sostegno a una transizione equa, stop a nuove estrazioni di fonti fossili, eliminazione graduale dell’attuale produzione in linea con il limite di 1.5°C.
LA PACE OLTRE IL PETROLIO
Santa Marta è «un percorso storico che parte dal basso e che rappresenta un’alternativa concreta al modello responsabile del collasso climatico e della guerra globale a pezzi», afferma padre Alex Zanotelli, voce storica del pacifismo. Mentre il mondo rimane con il fiato sospeso sullo stretto di Hormuz – la più grave crisi petrolifera della storia secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) – la dipendenza fossile emerge come principale moltiplicatore di instabilità. Non è più “solo” un tema ambientale, ma di sicurezza globale.
Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ipcc, del resto, non concede sconti: il collasso è rapido, intenso e per certi versi irreversibile, con i combustibili fossili responsabili del 90% delle emissioni e di milioni di morti premature. Ma i governi prevedono ancora una produzione di idrocarburi più che doppia rispetto a quella consentita per evitare il collasso climatico. Dagli aumenti seguiti all’invasione russa dell’Ucraina fino all’impennata dei prezzi causata dagli attacchi israelo-americani all’Iran, la dipendenza fossile tiene in scacco intere nazioni.
La vera differenza rispetto al passato risiede nella disponibilità di un’alternativa valida: l’energia pulita. È questo lo scenario in cui si inserisce il percorso avviato a Santa Marta. Un cambio di paradigma trainato dal Sud globale, che sfida l’inerzia che condannerebbe il pianeta a superare la soglia critica di 1,5°C.
I NODI DEL PROCESSO
Nonostante lo slancio impresso da Santa Marta, restano irrisolti alcuni nodi. Il processo non ha carattere vincolante: gli impegni dipendono dalla volontà dei singoli governi. La mancanza di meccanismi di sanzione per chi disattende gli obiettivi resta un limite strutturale di questo percorso, così come per l’Accordo di Parigi.
Quasi tutti i Paesi partecipanti alla conferenza di Santa Marta sono democrazie. È un punto di forza se si considera che più di 8 cittadini su 10 nel mondo vorrebbero azioni più concrete per il clima. Proprio per questo, però, la continuità degli impegni dipende anche dalle dinamiche elettorali: in Colombia, ad esempio, si vota a fine maggio e i cambi di leadership potrebbero influire – in un senso o nell’altro – sul processo.
Va anche considerato che la transizione ecologica fallirà se non verrà accompagnata da una ristrutturazione della finanza globale, un aspetto diventato centrale nella conferenza. Se le grandi petro-potenze hanno i capitali necessari per reinventarsi, i produttori più poveri affrontano il rischio concreto di un tracollo economico nel momento in cui la domanda globale di idrocarburi calerà.
Infine, la transizione richiede un capitale iniziale imponente. Se il traguardo dei 300 miliardi annui siglato alla Cop29 appare fragile – complice il ritiro dei finanziamenti statunitensi –, la via d’uscita immaginata a Santa Marta è pragmatica: smettere di sussidiare il problema. Le opzioni includono reindirizzare parte degli 1.500 miliardi di dollari destinati ai sussidi agli idrocarburi, tassare gli extra-profitti delle corporation del fossile o spostare i finanziamenti al settore bellico sulla transizione ecologica.
UNA BUSSOLA PER LA FINE DEL FOSSILE
La Conferenza di Santa Marta segna un cambio di passo nella diplomazia climatica, spostando il focus dal generico impegno sulle emissioni alla pianificazione concreta della fine dell’era fossile. L’efficacia di questo percorso dipenderà dalla capacità della “coalizione dei volenterosi” di trasformare questi impegni in meccanismi vincolanti, superando i limiti strutturali che hanno caratterizzato la diplomazia climatica finora. Santa Marta può agire come un acceleratore esterno. Integrando le istanze del Sud globale e della società civile in un nuovo modello di governance climatica.
Ph. Santa Marta © Giselle Cucunubá Manes / CopyLeft
Virginia Tallone
Giornalista freelance
