di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Parallelamente all’indebolimento del diritto internazionale a causa dell’azione delle principali potenze globali, in Europa il dibattito sulle migrazioni mostra un crescente arretramento sulle tutele. In questo contesto le Chiese sono “all’opposizione”, soprattutto nella difesa dei diritti umani e nella definizione di politiche migratorie alternative.
Il mondo è nelle mani di un gruppo di delinquenti, che sembra aver riportato l’orologio della storia a prima del secondo conflitto mondiale, distruggendo il diritto internazionale, insieme alle istituzioni e alle procedure che, sia pure alquanto precariamente, erano state create per tutelarlo; con l’eccezione, per il momento, degli ayatollah iraniani e dei loro “proxy” terroristici di varia estrazione, tutti costoro (Usa, Russia, Israele e anche chi, come la Cina, osserva da lontano, aspettando di incassare i dividendi del caos globale) dispongono di armi nucleari.
Non sempre è chiaro chi è alleato di chi: certo, Trump e Netanyahu sono soci; ma Putin, ad esempio? Sembra nemico di Israele, in quanto (come del resto la Cina), sostiene l’Iran, ma è di fatto un sodale (molto più intelligente, parrebbe) di Trump, anche se per diversi aspetti resta un concorrente. Eccetera.
Un elemento comune a tutte queste brave persone è l’avversione per i Paesi dell’Unione europea, osteggiata in vari modi, non da ultimo utilizzando governi europei “collaborazionisti” (uno, però, è recentemente caduto), impegnati a mettere sabbia negli ingranaggi di Bruxelles, peraltro già non oliatissimi per conto loro.
A parere dei “banditi planetari”, la colpa dell’Unione sarebbe di essere ancora troppo “democratica” e attenta ai diritti umani: troppi mugugni sulle stragi a Gaza, Cisgiordania e Libano, dice Netanyahu; complicità con Zelensky, secondo Putin; una politica migratoria eccessivamente permissiva, fa eco Trump. Ma è proprio così? Davvero l’Unione europea è rimasta l’ultimo baluardo dei diritti umani nel tempo del generale imbarbarimento?
No, purtroppo. La Commissione europea e molti governi di estrazione “democratica” (a partire da quelli tedesco e francese, leader di fatto dell’Unione), tentano di arginare l’offensiva dell’estrema Destra integrandone alcune politiche (s)qualificanti.
Il caso più evidente è costituito dalla questione migratoria: quando Meloni & Co. affermano che il Nuovo patto sull’immigrazione e asilo, che diventerà operativo a partire da giugno, recepisce le pratiche del governo italiano, semplificano, ma, per una volta, non inventano. Il succo della faccenda è che le garanzie diminuiscono e le procedure di rimpatrio vengono rese più agevoli. Ciò si aggiunge al finanziamento, da parte dell’Europa, dei regimi nordafricani (e di quello turco), che dovrebbero bloccare le partenze, con i metodi che le organizzazioni internazionali, quelle non governative e la stampa indipendente hanno da tempo descritto e denunciato, nell’indifferenza generale.
La Chiesa cattolica e quelle protestanti sono, su questo punto, all’opposizione: almeno a livello di vertici, perché nella base, soprattutto in quella meno “militante”, tendono a riprodursi le tendenze della società nel suo insieme. Sia l’opera di denuncia, sia quella di assistenza, sia la proposta di modelli alternativi all’immigrazione mortifera, sono state e sono preziose. La drammaticità della situazione, tuttavia, suggerisce due ulteriori piste di lavoro.
La prima riguarda precisamente il nucleo del compito ecclesiale, cioè la predicazione e la catechesi: nelle nostre società, i diritti umani hanno cessato di essere almeno ufficialmente assodati. Ora, è vero che non sono stati inventati dalle Chiese, ma lo è anche che si intrecciano con il nucleo dell’Evangelo, che è la storia di un uomo al quale la dignità e ogni diritto sono stati negati. La difesa dei diritti umani, sul piano etico e politico, non coincide con la proclamazione della Parola, ma le è legata, perché in essa brilla un raggio della luce dell’uomo Gesù, che la fede riconosce come rivelazione di Dio.
Il secondo elemento non sarebbe compito delle Chiese in quanto tali, ma in assenza di altri che lo svolgano, sembra urgente una supplenza. Al di là della pur necessaria denuncia, ma anche al di là di pur commendevoli buone pratiche (come i corridoi umanitari), questa Europa ha bisogno di una proposta organica di politica migratoria, senza la quale la narrazione della Destra continuerà a mentire con successo, presentandosi come “realistica”. Le chiese hanno le competenze e l’esperienza per pensare i lineamenti di una tale politica, e dunque anche il dovere di farlo.
Ph. Dylann Hendricks, via Unsplash
Fulvio Ferrario
Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
