di Giancarla Codrignani. Giornalista, scrittrice e già parlamentare.
Ma chi immaginava anche solo dieci anni fa che sarebbe diventato così difficile fare politica?! Lucio Caracciolo aveva avvertito che eravamo entrati nell’epoca del caos, confermata dalla notte di paura trascorsa quando Trump aveva annunciato di far tornare l’Iran “all’età della pietra” e tutti temevano il nucleare.
Non si immaginavano i risvolti sorprendenti del caos: un referendum, predisposto a condizionare l’indipendenza della magistratura e aperto ad ulteriori modificazioni della Carta fondamentale, ha ristabilito le regole, nonostante fosse dato per perso.
Il voto ungherese, dopo il timore della conferma di Orbán, al potere da 16 anni e passato dalla giovinezza rivoluzionaria alla tirannide bieca dei pieni poteri, sanzionato per le gravi violazioni dei princìpi su cui si fonda l’Unione Europea: i diritti delle minoranze, la libertà di parola e di organizzazione, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa, l’autonomia delle università, il ruolo del Parlamento.
La vittoria di Peter Magyar ridarà con riforme da vecchio partito liberale, lo Stato di diritto perduto a un’Ungheria che rientrerà in Europa. Due le conseguenze da raccogliere: il ritorno al voto di massa e la speranza di cambiare le cose. Siamo già in campagna elettorale e dobbiamo renderci conto che i giovani se sentono parlare di “campo largo” o di “primarie”, sentono già l’orticaria e vanno a bere una birra.
La presidente Meloni ha difeso – male – la sua presunta bravitù. Intanto il ministro dell’Economia Giorgetti avvertiva dell’arrivo della recessione; i prezzi sono saliti; il numero degli occupati balla, comprendendo rider, immigrati in mano al caporalato, lavoro nero e l’eccesso degli incidenti mortali; ai Comuni sono stati tagliati i finanziamenti, mentre si privatizzano ogni giorno di più Sanità e Scuola. Sono attese possibili trappole sulla legge elettorale già calendarizzata.
Meloni intende propagandare il solo governo che finisce senza crisi il quinquennio costituzionale, ma le minacce di crisi, subito negate, non mancano: basta citare Dalmastro o i magheggi per assegnare ad amici e camerati tutti i posti-chiave disponibili. Tanto più che la politica estera meloniana è una frana, nonostante l’attivismo in giro per il mondo e arenato in Albania al centro deportazione immigrati.
Nel frattempo, il “despota pazzo” che viola tutti i diritti internazionalmente protetti non rispetta le frontiere: in Danimarca la Groenlandia deve essere americana, in Venezuela il presidente in carica deportato in manette, Cuba “la prenderà per fame”, l’Iran “distruggerà una grande civiltà”, l’Europa, nemica e imbelle, si arrangi e fallisca, ma paghi i dazi e comperi le armi e la benzina dagli Usa.
Alla presidente Meloni il sovranista piace. Fa un passo indietro solo quando Crosetto denuncia i pericoli a cui va incontro l’Italia in conseguenza delle follie americane, non solo non ha difeso la sopravvivenza di Gaza, ma non difende il Libano nemmeno quando la missione italiana di Unifil è aggredita da Israele. L’opposizione sostiene la promozione di politiche di mediazione e di pace e nella campagna elettorale farà bene a riprendere l’impegno federalista e a prospettare l’alternativa ambientalista per deviare il business dal mercato dalle armi ai guadagni della sostenibilità.
Meloni non si interessa particolarmente dei cristiani – nemmeno i progressisti, forse memori di quando erano democristiani –, ma Trump non tollera che il papa americano tradisca le sue origini e condanni «la blasfemia della guerra e della brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo effetto collaterale dei propri interessi». Lo punisce con le figurine del blog Truth, la “Verità di sé” in veste papale. La Meloni in ritardo anche questa volta.
Per fortuna possiamo contare su Mattarella che invita noi ma anche il governo a curare: «Lo spazio dei diritti, degli uomini e delle donne, di scegliersi i propri rappresentanti, di controllare e di criticare, senza paura di conseguenze negative. Di poter leggere, scrivere, manifestare il pensiero, senza rischi di repressione o di censure preventive. Di assicurare pari condizioni per tutti, prescindendo dal sesso, dall’estrazione sociale, dalle convinzioni politiche, dal colore della pelle, dalla fede religiosa, liberi da razzismo e da risorgente antisemitismo. Di avere una giustizia indipendente. Di vedere assicurato, a tutti, livelli dignitosi di assistenza sanitaria gratuita, di previdenza, di sostegno nelle difficoltà».
Ph. Nik, via Unsplash
Giancarla Codrignani
Giornalista, scrittrice e già parlamentare.
