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Il paradosso del lavoro nel sistema-Italia

di Maurizio Ambrosini

di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università degli studi di Milano.

La questione del lavoro in Italia sta assumendo contorni diversi dal passato, senza aver superato le debolezze e contraddizioni ereditate dalla storia. Soffriamo tuttora di tassi di occupazione e di attività sensibilmente più bassi della media Ue – ossia sono poche le persone che lavorano e che cercano attivamente lavoro –, nonostante la permanenza al lavoro di anziani che in tempi non lontani sarebbero già andati in pensione. L’Italia resta ultima nell’Ue per tasso di occupazione: 67% contro quasi 76% di media europea. Il “buco nero” è rappresentato dall’inattività, tornata a crescere a fine 2025 (12,5 milioni di unità).

Nonostante l’aumento della partecipazione femminile al lavoro extradomestico (57,4% nel 2024), l’Italia rimane al di sotto della media europea (70,8%) e continua a esserlo, occupando anche in questo caso l’ultimo posto tra i 27 Paesi dell’Ue. Preoccupa in modo particolare l’aumento delle donne che rinunciano al lavoro per motivi familiari (+6,4%). Ma il dato più dirompente e inedito è la carenza di lavoratori disponibili.

Le imprese faticano a reperire personale nel 45,3% dei casi, con punte critiche nelle costruzioni e nella metallurgia. Persino l’impiego pubblico, dall’insegnamento a posti un tempo ambiti come quelli di autisti del trasporto pubblico locale, fatica a coprire i posti vacanti. Quelle notizie, fino a pochi anni fa ricorrenti, di centinaia e anche migliaia di candidati per qualche concorso pubblico, sono scomparse dalle cronache.

Il settore sanitario vede non solo allargarsi la cronica carenza di personale infermieristico, ma ora lamenta pure la mancanza di medici e cerca d’importarli dall’estero, come mostra il caso dei medici cubani in Calabria. I meno giovani ricorderanno quando le associazioni di categoria chiesero e ottennero l’introduzione del numero chiuso nelle facoltà di medicina, lamentando un presunto eccesso di medici nella sanità italiana.

La disoccupazione è calata a poco più del 5%, la situazione è migliorata anche nel Mezzogiorno, ma la media nasconde persistenti divari territoriali. Tuttavia le emergenze oggi, per gran parte del Paese, si sono trasferite sul piano qualitativo. Sono diventate quelle dei bassi salari, dell’impossibilità di reggere gli alti costi abitativi accettando un’occupazione lontano dall’abitazione di famiglia, delle scarse opportunità di promozione, anche per i lavoratori istruiti, della conciliazione tra lavoro e vita extra-lavorativa.

Un sistema economico basato sulle piccole imprese offre poche possibilità di carriera e lascia i lavoratori in uno stato di fragilità endemica. Il precariato, stando ai dati, sembrerebbe finalmente contrarsi. Ma in realtà sono i confini tra lavoro autonomo, lavoro precario e lavoro stabile a essersi erosi. Una parte dei precari sono diventati formalmente autonomi, come mostra il tentativo da parte delle piattaforme della Gig economy [un modello in cui il lavoro è organizzato principalmente attorno a incarichi a chiamata, occasionali e a breve termine] di trasformare i rider in lavoratori indipendenti, con tanto di partite Iva.

Altri, pur avendo ottenuto dei contratti a tempo indeterminato, sono lontani dal godere le garanzie di un tempo. Basti pensare a quanto accade in un settore un tempo garantito come quello bancario. In questo scenario s’inserisce la crescente domanda di manodopera immigrata. Una conseguenza non tanto del declino demografico, quanto piuttosto della segmentazione del mercato del lavoro. L’economia non ha abolito i lavori manuali, a dispetto delle visioni ottimistiche della società della conoscenza.

I lavoratori italiani dal canto loro sono diventati più selettivi, sia per l’aumento dei livelli d’istruzione e delle aspettative connesse, sia per i vincoli familiari e residenziali, sia per la protezione accordata dalle famiglie d’origine. Lo stesso fenomeno della nuova emigrazione verso l’estero, spesso qualificata e proveniente dalle regioni più sviluppate, conferma che l’economia italiana non offre opportunità adeguate a chi si affaccia sul mercato occupazionale o aspira a un miglioramento.

Gli immigrati per contro sono ricercati per colmare i fabbisogni persistenti dei lavori delle “cinque P”: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati, penalizzati socialmente. Ma con questa integrazione subalterna non si gettano le basi di una società armoniosa e coesa.

Ph. Josue Isai Ramos Figueroa, via Unsplash

Immagine di Maurizio Ambrosini

Maurizio Ambrosini

Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università degli studi di Milano.

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