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Insieme per la Barefoot Walk

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

A Roma la Barefoot Walk for Peace ha riunito donne israeliane e palestinesi impegnate nell’appello Mother’s Call, promosso dai movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace. Camminando insieme a piedi nudi, le attiviste hanno chiesto la ripresa dei negoziati e una maggiore partecipazione femminile nei processi di pace nel conflitto israelo-palestinese.

Il 24 marzo scorso si è svolta a Roma la Barefoot Walk, una camminata simbolica “a piedi nudi” organizzata nell’ambito della Mother’s Call, l’“Appello delle madri” promosso da donne israeliane e palestinesi. L’iniziativa, sostenuta dall’organizzazione internazionale Vital Voices Global Partnership con la collaborazione del network Women in International Security (Wiis) ha visto insieme due movimenti femminili che operano nei rispettivi contesti sociali: Women of the Sun, attivo nella società palestinese, e Women Wage Peace, nato in Israele dopo la guerra di Gaza del 2014. Entrambe le organizzazioni fanno parte della rete Alliance for Middle East Peace, che raccoglie oltre cento realtà impegnate a favorire la riconciliazione tra israeliani e palestinesi.

La marcia – svoltasi al centro di Roma, tra l’Ara Pacis e la terrazza del Pincio –, ha riunito attiviste e attivisti, rappresentanti della società civile e organizzazioni internazionali. L’evento coincideva con il quarto anniversario della Mother’s Call, il documento elaborato congiuntamente da donne israeliane e palestinesi che chiede una soluzione politica del conflitto e una presenza più strutturata delle donne nei processi decisionali legati alla pace.

DUE MOVIMENTI, UNA CAUSA COMUNE

A guidare l’iniziativa erano Reem al-Hajajrah, palestinese e fondatrice di Women of the Sun, e Yael Admi, israeliana tra le fondatrici di Women Wage Peace. Le due organizzazioni collaborano da alcuni anni e il lavoro comune non si è limitato alle iniziative pubbliche: nel gennaio 2024 le due attiviste sono intervenute al Parlamento francese invitando i leader israeliani e palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati per fermare la guerra tra Israele e Gaza. Nel settembre dello stesso anno hanno partecipato al Bled Strategic Forum – la conferenza internazionale dedicata alle sfide geopolitiche e di sicurezza che si tiene ogni anno a Bled, in Slovenia – in una sessione dedicata alla riconciliazione. A dicembre 2024 Al-Hajajrah, insieme all’attivista israeliana Pascale Chen di Women Wage Peace, è stata inoltre tra le finaliste del Premio Sakharov, il massimo riconoscimento dell’Unione europea per i difensori dei diritti umani, e ha presentato il lavoro dell’organizzazione al Parlamento europeo.

Nel suo intervento a Roma, Al-Hajajrah ha insistito sulla necessità di riaprire un percorso politico. «Siamo qui per esprimere il nostro dolore e la nostra rabbia di fronte a guerre che continuano a provocare vittime, soprattutto tra donne e bambini», ha dichiarato. «Vogliamo un sostegno internazionale per fermare questo spargimento di sangue».

Al-Hajajrah è cresciuta nel Campo profughi di Dheisheh, a Sud di Betlemme (in Cisgiordania), creato dopo la guerra del 1948 per accogliere i palestinesi espulsi o fuggiti dall’area di Gerusalemme e Hebron. È in questo contesto che Al-Hajajrah ha maturato il suo impegno pubblico.

Fondata nel 2021 a Betlemme, Women of the Sun riunisce oggi migliaia di donne palestinesi impegnate in iniziative di partecipazione politica, empowerment economico e promozione di una soluzione pacifica del conflitto.

Il nome dell’associazione richiama il romanzo Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani: «Il sole è quello che vediamo quando le nostre idee escono finalmente allo scoperto dopo anni di oscurità». Un’oscurità che, secondo l’attivista, deriva sia dalla violenza esercitata dal governo israeliano sia da dinamiche interne alla società palestinese, dove una mentalità retrograda di tipo patriarcale continua spesso a limitare la partecipazione politica delle donne.

A causa della guerra molte attiviste della rete di Women of the Sun hanno perso la vita. «La situazione a Gaza è disperata sul piano umanitario, psicologico e sociale», ha ricordato Al-Hajajrah. «Tante di noi avevano capito cosa stava per succedere e avevamo lanciato l’allarme, ma non siamo state ascoltate». Nonostante questo, sostiene, proprio il ruolo delle donne potrebbe rappresentare un punto di svolta: «Noi donne siamo il collegamento principale con i nostri figli. Possiamo evitare che facciano scelte che portano alla morte».

Accanto all’esperienza palestinese, Women Wage Peace rappresenta oggi una delle principali realtà della società civile israeliana impegnate per una soluzione politica del conflitto. Nato nel 2014 dopo l’operazione militare israeliana a Gaza, il movimento è oggi la più grande organizzazione pacifista di base del Paese, con una stima di 44.000-50.000 aderenti.

I colori scelti dal movimento – il bianco, simbolo di pace, e il turchese, che unisce il blu e il verde richiamando le bandiere israeliana e palestinese – esprimono visivamente questa vocazione al dialogo.

Negli anni Women Wage Peace ha promosso numerose iniziative pubbliche: nel 2014 un viaggio in treno verso Sderot con circa mille donne vestite di bianco; nel 2015 una protesta davanti alla Knesset (il parlamento israeliano) a Gerusalemme per chiedere che i negoziati di pace tornassero al centro del dibattito politico; e nello stesso anno un digiuno collettivo di cinquanta giorni davanti alla residenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, organizzato nell’anniversario dell’operazione militare Margine di protezione a Gaza. Nel 2016 oltre tremila donne israeliane e palestinesi hanno preso parte a una marcia per la pace dal Nord di Israele a Gerusalemme.

Nel raccontare il percorso che ha portato alla nascita della Mother’s Call, Admi ha ricordato quanto sia stato difficile costruire un linguaggio comune. «Per nove mesi abbiamo discusso, litigato, parlato», ha raccontato. «E come alla fine di una gravidanza, alla fine siamo riuscite a scrivere insieme un testo». Secondo l’attivista israeliana, l’esperienza della maternità può diventare un terreno di incontro anche in contesti segnati da divisioni profonde: «Noi, donne palestinesi e israeliane, non vogliamo “vincere”. Vogliamo la pace».

Admi è impegnata da oltre quarant’anni nel dialogo tra israeliani e palestinesi. In passato ha ricoperto ruoli di responsabilità nel Parents Circle Families Forum, che riunisce famiglie dei due popoli colpite dalla perdita di parenti nel conflitto, e ha lavorato come facilitatrice di gruppi nel campo della mediazione. Admi stessa ha perso il fratello maggiore, Ishai Ron, durante i combattimenti del 1969 tra Egitto e Israele e in più di un’occasione ha ricordato come la sua morte abbia segnato profondamente il suo impegno di attivista. Nella sua visione, la costruzione della pace richiede soprattutto un cambiamento di prospettiva. «Non è questione di essere pro-Palestina o pro-Israele: si tratta di essere pro-pace». Il ruolo delle donne, aggiunge, può essere decisivo nei processi negoziali. «Noi, donne e madri, portiamo al tavolo dei negoziati la nostra empatia, la nostra creatività, la nostra determinazione e la nostra capacità di costruire fiducia tra le parti».

DONNE E NEGOZIATI

Il percorso comune tra Women Wage Peace e Women of the Sun si è ulteriormente rafforzato negli ultimi anni anche attraverso una serie di incontri pubblici legati alla Mother’s Call. Il 4 ottobre 2023, pochi giorni prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, centinaia di donne israeliane e palestinesi si erano riunite sulle rive del Mar Morto per ribadire la richiesta di una soluzione negoziata. In quell’attacco perse la vita anche l’attivista Vivian Silver, tra le fondatrici di Women Wage Peace, da anni impegnata nel dialogo con la società civile palestinese. Admi ha ammesso che la morte della compagna di viaggio e amica abbia ulteriormente rafforzato la convinzione che il ciclo di vendetta e ritorsione non possa produrre altro che altra violenza.

Tra gli obiettivi comuni dei due movimenti c’è anche l’attuazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel 2000, che riconosce il ruolo centrale delle donne nella prevenzione dei conflitti, nei negoziati di pace e nei processi di ricostruzione post-bellica. La risoluzione sottolinea come donne e ragazze subiscano in modo sproporzionato le conseguenze delle guerre e invita gli Stati a garantire la loro partecipazione ai processi decisionali in materia di sicurezza. «Siamo stanche che i nostri figli vengano sacrificati in guerre combattute per interessi politici», ha affermato Al-Hajajrah. «Le donne devono avere un ruolo nella politica e nei negoziati».

La scelta di camminare scalze durante la marcia romana aveva soprattutto un valore simbolico. Secondo le organizzatrici, il gesto richiama la vulnerabilità delle popolazioni civili e la necessità di riconoscere il dolore presente su entrambi i lati del conflitto. Come ha osservato Alyse Nelson di Vital Voices Global Partnership: «Un piede scalzo sente ogni asperità del terreno». Allo stesso modo, ogni madre avverte il peso delle perdite e dei vuoti lasciati dalla guerra e proprio da questa esperienza condivisa nasce la convinzione che la pace possa essere costruita solo insieme.

L’iniziativa è stata presentata il giorno precedente alla marcia al Senato della Repubblica, nel corso di un incontro promosso da esponenti politici appartenenti a diversi gruppi.

La senatrice Valeria Valente (Partito democratico) ha sottolineato il significato politico del protagonismo femminile nei processi di pace: «Crediamo molto nella forza che le donne possono avere nella costruzione di percorsi di pace». Un ruolo che, ha ricordato, nasce anche dall’esperienza diretta delle donne nei conflitti: spesso vittime della violenza, ma al tempo stesso protagoniste di una lunga tradizione di opposizione alla cultura della sopraffazione. Per la senatrice Susanna Camusso (Partito democratico), l’iniziativa assume un valore particolare nell’attuale contesto internazionale segnato dal moltiplicarsi delle guerre. «In un momento in cui parlano soprattutto le armi, questa iniziativa è una luce». Anche il deputato Benedetto Della Vedova (+Europa) ha evidenziato la difficoltà di affermare una prospettiva diversa nel conflitto israelo-palestinese: «La narrazione della guerra è più semplice, più immediata e più seducente di quella della pace». Proprio per questo, ha osservato, iniziative come questa sono importanti perché chiedono di «fermarsi e spezzare questa spirale che si autoalimenta».

La marcia romana è stata concepita come una delle prime tappe di una serie di iniziative internazionali con l’obiettivo di rafforzare il sostegno internazionale alla piattaforma della Mother’s Call e riportare l’attenzione sulla necessità di riaprire un processo negoziale nel conflitto israelo-palestinese. «Il primo passo è semplice», ha detto Al-Hajajrah. «I leader devono tornare a parlarsi».

Nei prossimi mesi sono previste numerose Barefoot Walk in diverse città del mondo. Il movimento Mother’s Call invita donne e uomini a partecipare a queste iniziative, organizzate anche in occasione di alcuni appuntamenti internazionali – tra cui il G7 Summit previsto il prossimo giugno in Francia – con l’intento di portare ai leader mondiali un messaggio chiaro: i negoziati di pace devono continuare e devono includere le donne.

Ph. in ordine: Yael Admi (Women Wage Peace) e Reem al-Hajajrah (Women of the Sun) a Roma per la Barefoot Walk; le diverse fasi del corteo della Barefoot Walk al centro di Roma © Michele Lipori

Immagine di Michele Lipori

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