di Michele Lipori. Redazione Confronti
Secondo i dati Istat, a febbraio 2026 l’occupazione cala al 62,4% mentre aumenta la disoccupazione al 5,3% e resta stabile l’inattività al 33,9%. Giovani ai margini, precarietà diffusa e natalità ai minimi (1,14 figli per donna) aggravano gli squilibri su lavoro e sostenibilità del sistema pensionistico.
I numeri del mercato del lavoro italiano raccontano una realtà ambivalente: alcuni indicatori migliorano, ma dietro la superficie restano criticità profonde. Occupazione fragile, giovani ai margini del sistema produttivo, precarietà diffusa e una dinamica demografica che mette in discussione il futuro del welfare.
Secondo i dati Istat, a febbraio 2026 gli occupati diminuiscono di 29mila unità su base mensile. Il totale si riduce quindi leggermente, e il tasso di occupazione – cioè la quota di persone occupate tra i 15 e i 64 anni – scende al 62,4%, registrando una flessione di 0,2 punti percentuali rispetto a febbraio 2025. In parallelo cresce la disoccupazione: le persone in cerca di lavoro aumentano di 36mila unità e il tasso di disoccupazione sale al 5,3%, con un incremento di 0,1 punto rispetto a un anno prima (5,2%).
In senso opposto si muove la disoccupazione giovanile, che scende al 17,6% (-1 punto rispetto al 18,6% di febbraio 2025), segnalando però una dinamica non necessariamente strutturale, ma legata alla contrazione della popolazione attiva giovane. Resta invece stabile una delle principali criticità del sistema italiano: l’inattività.
Il tasso di inattività è fermo al 33,9%, praticamente invariato rispetto al 33,8-33,9% dell’anno precedente, confermando che oltre un terzo della popolazione in età lavorativa non lavora e non cerca lavoro.
Nel quadro più ampio del quarto trimestre 2025, gli occupati si attestano a 24 milioni e 121mila. Qui si osserva una dinamica composita: aumentano i contratti a tempo indeterminato (+76mila) e gli autonomi (+21mila), mentre calano i contratti a termine (-60mila). La crescita complessiva (+0,2% sul trimestre precedente) nasconde però una trasformazione interna del lavoro, con una quota rilevante di occupazione a tempo parziale che raggiunge il 28,9% delle posizioni dipendenti.
Sul fronte sociale, il lavoro non si traduce sempre in sicurezza economica. Nel 2025 il 22,6% della popolazione (circa 13,2 milioni di persone) è a rischio di povertà o esclusione sociale, con punte vicine al 40% nel Mezzogiorno. Il dato resta quasi invariato rispetto al 23,1% del 2024, segnalando una riduzione solo marginale della vulnerabilità sociale.
Particolarmente critica resta la condizione giovanile. Se, come detto, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni al 17,6% rappresenta un calo rispetto al 18,6% del 2025, esso convive con una vasta area di Neet, giovani fuori da lavoro, studio e formazione, che rappresentano una delle principali dispersioni di capitale umano del Paese.
A tutto questo si somma la variabile demografica: nel 2025 i nati sono 355mila contro 652mila decessi, con un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna (in calo da 1,18). L’Italia continua così a invecchiare rapidamente, con oltre un quarto della popolazione sopra i 65 anni. Questo squilibrio rende sempre più evidente una domanda di fondo: con una base occupazionale stagnante e una popolazione attiva che non cresce, chi sosterrà il sistema pensionistico nei prossimi decenni?
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Michele Lipori
Redazione Confronti.
