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Mali, la giunta Goïta vacilla sotto l’offensiva jihadista

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

In Mali la giunta militare di Assimi Goïta affronta la più grave crisi dal golpe del 2021 dopo l’offensiva congiunta di jihadisti e ribelli tuareg, arrivati fino alle porte di Bamako. Gli attacchi mettono in discussione la strategia securitaria sostenuta dalla Russia e riaprono il caos nel Sahel.

Il Mali è sotto la pressione costante di gruppi jihadisti e tuareg ribelli da ormai molto tempo e la questione scottante delle varie insurgencies ha innescato cambiamenti epocali nella conduzione del potere e nei rapporti internazionali. Tra il settembre 2020 e il maggio 2021, per citare i mutamenti più significativi, si sono succeduti due colpi di Stato che hanno portato al comando giunte militari. L’ultima, guidata dal generale Assimi Goïta e sostenuta da Mosca che ha spedito nel Paese africano truppe ingenti di miliziani Wagner – poi trasformatesi in Africa Corps – gode del favore della popolazione fin dal suo insediamento e ha resistito fin qui a scossoni dovuti all’avanzata jihadista da una parte e crisi economica dall’altra. Gli attacchi subiti da fine aprile scorso a opera della nuova alleanza anti-governativa fra le milizie jihadiste del Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) e i ribelli tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), però, rischiano di riscrivere per l’ennesima volta le sorti del potere politico-economico-religioso del grande Paese saheliano e quello di tutta un’area.

Il consenso popolare di cui gode Goïta, infatti, e una gestione del potere nel complesso salda, poggia molte delle sue basi sulla promessa di una vittoriosa campagna militare interamente autoctona (in realtà sostenuta anche da Mosca) contro i jihadisti. Come appare da almeno varie settimane a questa parte, le milizie islamiche e i loro alleati tuareg, non solo riprendono vigore, ma arrivano anche a uccidere il ministro della Difesa e a conquistare diverse aree del Paese: per la prima volta in cinque anni il potere della giunta militare comincia a scricchiolare pericolosamente.

 IL FALLIMENTO OCCIDENTALE

Procediamo, però, con ordine e, soprattutto, facciamo un passo storico indietro fino al 2013, l’anno in cui il presidente francese François Hollande diede l’innesco a un intervento militare in Mali e nel Sahel mirato a fermare l’avanzata della minaccia jihadista. Nel giro di poco tempo, per avviare quella che fu battezzata Operazione Barkhane, sbarcarono in Mali e nella regione oltre 5.100 effettivi francesi che presero possesso di caserme e presidi militari e si misero alla testa di un contingente formato, oltre che da loro, da più di mille americani, battaglioni di varie nazioni europee e di varie altre provenienze. Il numero enorme di soldati ben addestrati dislocati in vari angoli del Paese, attrezzature di ultima generazione e tecnologie militari avanzate, facevano presagire una vittoria schiacciante delle forze anti-jihadiste e, se non una definitiva sparizione, un forte ridimensionamento delle milizie islamiche. In meno di un decennio, invece, i jihadisti avevano moltiplicato la propria presenza in Mali e costretto circa 2 milioni di individui alla fuga dalle proprie abitazioni in cerca di riparo in altre aree del Paese o nei Paesi limitrofi, con un aumento di 330mila persone solo nel 2020. Le vittime degli scontri hanno superato la cifra di 15mila. Il 2021, poi, segnò una crescita esponenziale del numero di attacchi mortali messi a segno in gran parte da forze jihadiste o da bande armate in azione in Mali, e tra i ranghi dell’esercito maliano si fece strada il desiderio di liberarsi definitivamente del fardello coloniale e di una presenza massiccia sul proprio territorio di militari francesi e occidentali rivelatasi marcatamente fallimentare.

ASCESA DI GOÏTA E SVOLTA FILO-RUSSA

La presa del potere del giovane generale Assimi Goïta (all’epoca 37enne) nel maggio del 2021 a seguito del doppio colpo di Stato sostanzialmente incruento, fu salutata dall’intera popolazione con grande entusiasmo. Nelle strade di Bamako, la capitale, così come di altri centri del Paese, sciamarono per settimane migliaia di maliani che, accanto alla bandiera del Mali, sfoggiavano quella russa e bruciavano quella francese. Le prime mosse dell’ufficiale nominato presidente furono tutte nella direzione della propaganda anticoloniale. Prima fece capire che la presenza dell’ambasciatore francese Joel Meyer non era gradita e poi, oltre al diplomatico, chiese alle truppe transalpine di stanza sul territorio, di andarsene al più presto.

Da allora, grazie anche al soccorso russo mai venuto a mancare dall’uscita di scena francese, la battaglia contro estremisti islamici e tuareg sembrava avviata, se non verso la vittoria definitiva, almeno verso un significativo contenimento. A parlare con i bamakiani, fino a settembre scorso, capitava di sentirli ripetere la propria fedeltà al generale e la fiducia che, tra mille difficoltà, i jihadisti non avrebbero prevalso. Ma già dall’autunno scorso, nel Paese si cominciava a respirare un’aria pesante. Il boicottaggio del trasporto dei combustibili operato dai jihadisti e il susseguente sostanziale blocco di molte attività, la ripresa degli scontri in alcune aree del Nord così come la presenza di terroristi denunciata anche a Bamako stessa, facevano preconizzare tempi oscuri. Anche per questo, Goïta ha tenuto a celebrare il 65° anniversario dell’indipendenza dalla Francia, il 22 settembre scorso, in una Boulevard de l’Indépendance della capitale Bamako vestita a festa, tra fasti militareschi e sfoggio di strategie e tecnologie belliche, discorsi e spettacoli andati avanti per oltre sei ore.

Ma la situazione dalla fine di aprile scorso, è precipitata. Con una sequenza impressionante, l’alleanza anti-governativa, nell’ultimo weekend di aprile, ha messo a segno una serie micidiale di attacchi a sei città lungo un asse di oltre 1500 chilometri di territorio maliano, incluse le principali basi militari del Paese e la stessa Bamako. Tra i colpi più significativi assestati dai miliziani, vanno annoverati la presa dell’intero controllo dell’importante città di Kidal a Nord, la netta sconfitta in varie altre zone del Paese delle Forze dell’Esercito maliano (Fama) e l’uccisione a Kati, nei pressi della capitale Bamako, per mezzo di un attentato con autobomba, del potente ministro della difesa Sadio Camara, principale artefice dell’alleanza militare con la Russia. Non contenti, i combattenti hanno poi preso di mira la residenza del presidente Assimi Goïta e puntato decisamente verso Bamako. «Mi trovavo su una strada che porta a Senou, un quartiere a sud di Bamako – scrive su The New Humanitarian un giornalista maliano che, data la tensione altissima di quei giorni, preferisce non firmare il pezzo – in mezzo a una folla che aveva visto una colonna del Jnim dirigersi verso il vicino aeroporto internazionale. La reazione non era molto diversa da quella di dieci anni fa: shock […]. Il numero stesso dei combattenti che hanno preso d’assalto Bamako e i quartieri vicini è sembrato particolarmente senza precedenti».

LA STRETTA SU BAMAKO

Come già detto, la presenza jihadista in Mali e in tutto il Sahel non è certo una breaking news. Fin dai primi anni del nuovo secolo sono cominciati attacchi di miliziani di varie affiliazioni islamiche poi trasformatisi in guerriglie nel 2012 prima nelle aree settentrionali del Paese in seguito nelle zone centrali e infine anche al Sud. Quello che preoccupa oggi, però, è la facilità con cui i militanti jihadisti e tuareg penetrino nella capitale fin qui sostanzialmente risparmiata: l’obiettivo dei combattenti antigovernativi è fin qui principalmente stato il controllo delle aree rurali, raramente quelle urbane. «Ecco perché è stato così sorprendente che siano riusciti a entrare nella capitale e nelle zone circostanti in numero così elevato», conclude il giornalista maliano. Già a settembre, in un’intervista poi apparsa su Osservatore Romano a monsignor Cissé l’arcivescovo cattolico di Bamako, il prelato, dopo aver spiegato che chi compie queste operazioni è più inquadrabile come “terrorista” dato che «più che di appartenenza religiosa, qui si tratta di business visto che a muovere i cosiddetti jihadisti sono interessi economici», aggiunse che «questi terroristi sono un po’ dappertutto nel Paese, anche qui a Bamako. Il problema una volta era solo al Nord ma ultimamente si sta spostando verso il centro e anche verso Sud». 

In questa nuova fase dell’instabilità cronica del Mali, oltre alla penetrazione nella capitale, gioca un ruolo centrale la presa di Kidal. La città del Nord del Paese, infatti, è un feudo storico dei tuareg e luogo centrale su cui ruotano da decenni gli impulsi separatisti e la voglia di riconquista dell’Azawad (come gli indipendentisti chiamano il Nord del Mali, sottolineando, con un nome diverso, un’entità slegata da Bamako). L’importante centro fu riguadagnato sul finire del 2023 dai miliziani mercenari della Wagner e riconsegnata nelle mani della giunta militare che ne fece un simbolo di vittoria su estremisti islamici e tuareg. Secondo quanto spiega Luca Raineri, analista e ricercatore in Studi di sicurezza presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, ascoltato da Africa Rivista, nei mesi successivi alla riconquista di Kidal, le popolazioni tuareg sono state fatte oggetto di violenze e repressioni da parte dei mercenari russi «che hanno finito per spingerle verso un riavvicinamento ai gruppi jihadisti». L’unione di intenti tra jihadisti e ribelli – secondo lo studioso – nasce anche dalle scelte della giunta militare maliana dopo il ritiro della missione Onu nel 2023 (Minusuma): «Fino a quel momento i tuareg erano interlocutori di un difficile processo di pace. Successivamente sono stati equiparati ai terroristi e trattati come tali».

Il caos, in Mali, in questo scorcio di 2026, regna sovrano. Si susseguono notizie di possibili ingerenze internazionali dietro i tentativi di destabilizzazione di quella che da molti, a cominciare dalle popolazioni maliana, nigerina e burkinabè i cui governi – tutti golpisti – hanno costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), considerano una gestione del potere politico definitivamente decolonizzata e fieramente panafricanista. Alcune di queste “tracce” riportano direttamente alla Francia che, cacciata via in malo modo e ridicolizzata, starebbe tramando da anni per ritornare centrale nel Sahel. Altre puntano il dito contro l’Algeria accusata dai generali maliani di ospitare e foraggiare esponenti vicini ai ribelli tuareg. Altre ancora, arriverebbero addirittura a collocare dietro l’avanzata dell’alleanza anti-governativa, agenti ucraini che starebbero addestrando i miliziani e fornendo loro armi e droni. 

Nel frattempo Assimi Goïta ostenta una certa sicurezza e chiama a raccolta i suoi concittadini che restano in gran parte a lui fedeli. Il 9 maggio scorso, a migliaia hanno preso parte a una grande adunata nello stadio Konate di Bamako per un evento a metà tra commemorazione del ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso nell’attacco del 25 aprile, e chiamata all’unità e alla lotta per respingere i nemici comuni, colpevoli di creare caos in una nazione «orgogliosamente patriottica».

Ph. Bamako (Mali) © Robin Taylor, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Immagine di Luca Attanasio

Luca Attanasio

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