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Se non ora quando?

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Le guerre prolungate in Ucraina e Medio Oriente consumano grandi quantità di armamenti e riducono l’offerta globale, creando paradossalmente le condizioni per rilanciare politiche di controllo degli armamenti. In questo frangente, l’Unione europea dovrebbe cogliere questa fase per promuovere una strategia cooperativa di limitazione del riarmo.

Nel momento in cui questo articolo viene scritto, la guerra tra Russia e Ucraina non sembra avere fine e, nel contempo, i belligeranti della guerra in Medio Oriente, si ritrovano a scommettere cautamente su fragili tregue che difficilmente dureranno nel tempo.

Queste guerre nella loro incompiutezza da un lato ci confermano chiaramente e inequivocabilmente che esse sono mattanze spesso inefficaci nella realizzazione concreta di obiettivi strategici, ma dall’altro ci forniscono anche un’opportunità potenziale che al momento potrebbe apparire paradossale e controintuitiva.

I grandi conflitti che durano così a lungo infatti impiegano inevitabilmente un elevato e consistente quantitativo di dispositivi d’arma, riducendo nel breve periodo rapidamente e sensibilmente l’offerta di armi a livello globale e internazionale.

In altre parole, le guerre incompiute – caratterizzate più propriamente e precisamente da uno stallo militare prolungato e persistente – aumentano significativamente e progressivamente la domanda e l’uso di armi da parte dei belligeranti e questo determina direttamente e indirettamente una minore disponibilità effettiva di armi per il resto del mondo e per gli attori non direttamente coinvolti.

Alcuni dispositivi d’arma sono velocemente e prontamente rimpiazzabili poiché le tecniche di produzione si sono sicuramente e progressivamente affinate e perfezionate nel tempo, ma in molti altri casi la produzione di armi convenzionali richiede tempi lunghi. Per quanto possa apparire paradossale, pertanto, in questo momento esistono le condizioni per rilanciare una politica globale e coordinata di limitazione degli armamenti.

Gli effetti sul mercato di queste guerre in corso, infatti, saranno una minore disponibilità di armi e prezzi più elevati e crescenti, con conseguenze non trascurabili sui bilanci pubblici. I governi, in particolare e specialmente quelli delle economie più vulnerabili, potrebbero voler razionalmente limitare nuovi ordini di armi al fine di contenere anche il “peso” crescente e gravoso del riarmo sulle proprie economie.

Dopo il 2022 abbiamo assistito chiaramente a politiche di riarmo gestite in maniera unilaterale e autonoma da parte di tutti gli Stati. Una politica di limitazione parimenti unilaterale da parte di diversi attori, pur essendo desiderabile e auspicabile, non è purtroppo realisticamente e concretamente immaginabile in quanto inefficace. 

E allora è il momento di riportare con decisione e convinzione un’idea di cooperazione tra Stati sul tema delle armi, avendo la possibilità di motivarlo razionalmente e pragmaticamente alla luce della inevitabile e prevedibile riduzione dell’offerta di armi convenzionali nel breve periodo e delle conseguenze che ne derivano.

Anche in questo caso, però, è evidente che è necessario un attore credibile che si assuma la responsabilità politica di prendere l’iniziativa in questa direzione. È evidente che solo lUnione europea può promuovere una politica in questo senso.

Il riarmo europeo in corso, che per alcuni aspetti risponde più a sollecitazioni di origine americana che non a una reale e immediata minaccia da parte di Mosca, dovrebbe essere riorganizzato su base realmente cooperativa e integrata e un medesimo approccio cooperativo andrebbe concretato nelle relazioni dei Paesi acquirenti di armi europee, rafforzando meccanismi comuni.

La Commissione deve una volta per tutte comprendere che l’Unione europea ha senso di esistere solo se costruisce la pace superando la logica della guerra potenziale come strumento di sicurezza e come paradigma dominante. Il controllo degli armamenti non è che il primo passo.

Ph. ev, via Unsplash

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Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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