di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation CESPIC) di Tirana.
Nuovi studi sul rapporto tra cambiamento climatico e violenza mostrano che gli effetti della crisi ambientale non producono soltanto conflitti e instabilità, ma possono anche favorire cooperazione e adattamento collettivo. La sfida, per le scienze sociali e della pace, è comprendere quali condizioni spingano le comunità verso lo scontro o verso forme condivise di resilienza.
Negli ultimi anni è risultato evidente che il cambiamento climatico pone una sfida all’assetto dei sistemi sociali, in particolare nelle economie più vulnerabili e fragili. Se da un lato esso, nel lungo periodo, riscrive profondamente gli elementi strutturali delle economie attraverso i suoi effetti diretti e indiretti, dall’altro è anche foriero di shock e disastri naturali, come ad esempio inondazioni e precipitazioni ben oltre le medie storiche. In entrambi i casi, ritroviamo una diversa e spesso più limitata disponibilità delle risorse necessarie alle attività produttive delle società.
Tali effetti sulle condizioni strutturali delle economie stanno determinando, in molte società, una pressione crescente e persistente che sovente sfocia in eventi conflittuali che coinvolgono non solo gruppi organizzati, ma anche individui non necessariamente uniti da un fine politico, bensì da un sentimento diffuso di malcontento e rivendicazione legato al progressivo peggioramento delle condizioni economiche. In breve, possiamo dire che, almeno per una quindicina di anni, la relazione tra cambiamento climatico e violenza è stata ampiamente e diffusamente documentata.
Nessuno oggi contesta che in alcune società il cambiamento climatico abbia determinato un aumento dei livelli di violenza. Alla luce di tale evidenza, pur eterogenea e differenziata tra Paesi e regioni, tra gli scienziati andava progressivamente cristallizzandosi l’idea secondo cui esso avrebbe continuativamente aumentato le tensioni, contribuendo a rendere il mondo inevitabilmente più incerto e instabile. In realtà, la ricerca sul rapporto tra cambiamento climatico e violenza sta cominciando ad assumere nuove direzioni.
Cominciano infatti a presentarsi lavori di ricerca che si pongono l’interrogativo opposto, vale a dire se il cambiamento climatico sia viceversa foriero di una maggiore cooperazione tra gli individui e le comunità. Il quesito rientra in una logica di razionalità tipica delle interazioni ripetute. Se individui e gruppi sanno in anticipo che dovranno avere interazioni e scambi continui, allora diventa più facile raggiungere accordi cooperativi stabili.
Nella teoria dei giochi questo fenomeno è studiato attraverso il cosiddetto Folk Theorem, che afferma come, quando le interazioni tra attori si ripetono nel tempo e gli attori attribuiscono sufficiente valore al futuro, possano emergere e sostenersi equilibri cooperativi anche in contesti nei quali, nel gioco giocato una sola volta, prevarrebbe il comportamento opportunistico o conflittuale. Nel nostro caso, pertanto, i membri delle comunità sanno che dovranno interagire con altre comunità o comunque con gli altri membri della comunità di cui fanno parte e, di conseguenza, anche le problematiche derivanti dagli effetti del cambiamento climatico devono essere in qualche modo gestite e governate collettivamente.
In questa prospettiva, allora, non stupisce che un numero crescente di nuovi progetti di ricerca stia puntando su questo quesito, ritrovando risultati relativamente incoraggianti nel senso di una maggiore e più diffusa attitudine alla cooperazione. Questi risultati riguardano in particolare le comunità locali e non necessariamente gli Stati.
È evidente che non sia possibile affermare che le preoccupazioni relative alle problematiche che prendono forma in seguito al cambiamento climatico debbano considerarsi superate, ma è altrettanto evidente che un cambiamento così ampio e articolato, incidendo profondamente sulle vite di donne e uomini, non possa che produrre una pluralità di effetti, anche in virtù delle differenti condizioni di partenza delle società coinvolte.
Il rapporto tra cambiamento climatico, conflitto e cooperazione appare dunque assai più complesso di quanto inizialmente ipotizzato. Se il deterioramento delle condizioni ambientali può certamente alimentare tensioni e violenze, esso può anche incentivare forme nuove di coordinamento collettivo e adattamento condiviso. Comprendere quali condizioni favoriscano l’una o l’altra dinamica rappresenta oggi una delle principali sfide teoriche ed empiriche per le scienze sociali e per la scienza della pace.
Ph. Madison Oren, via Unsplash
Raul Caruso
Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.
