di Michele Lipori. Redazione Confronti.
A venticinque anni dalla Risoluzione 1325 dell’Onu, i dati mostrano un mondo segnato da crescita di conflitti e violenze di genere, con le donne tra le principali vittime delle guerre contemporanee.
A venticinque anni dall’approvazione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza Onu su Women, Peace and Security, i dati mostrano una contraddizione sempre più evidente: mentre cresce il riconoscimento del ruolo delle donne nei processi di pace, aumentano guerre, militarizzazione e violenze di genere. Secondo il Rapporto 2025 del Segretario generale delle Nazioni Unite e i dati raccolti da UN Women – l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile –, il mondo sta attraversando una fase di escalation dei conflitti senza precedenti nella storia recente.
L’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), un’organizzazione non governativa e no-profit statunitense specializzata nell’analisi di conflitti geopolitici e violenza politica a livello globale – nel suo Conflict Index 2025 (pubblicato nel 2026) – segnala oltre 204mila eventi di violenza politica registrati nell’ultimo anno. Circa 831 milioni di persone vivono oggi in prossimità di aree di conflitto; tra loro, circa il 16% della popolazione femminile mondiale.
La guerra non appare più, dunque, come un’emergenza temporanea, ma come una condizione strutturale che attraversa intere regioni del pianeta. Le conseguenze sulle donne sono dirette: i dati Onu indicano che tra il 2023 e il 2025 i casi verificati di violenza sessuale legata ai conflitti sono aumentati dell’87%; in oltre venti Paesi la violenza di genere viene classificata come “grave” o “estrema” e stupro, sfruttamento sessuale e matrimoni forzati continuano a essere usati come strumenti di intimidazione e controllo.
Nonostante questo scenario, le donne continuano a restare ai margini dei negoziati di pace. Secondo l’Onu, basandosi sui dati del Women in Peace Processes Monitor – un sistema di tracciamento globale progettato per misurare, analizzare e documentare l’inclusione delle donne all’interno dei negoziati di pace formali e informali –, nel 2024 le donne rappresentavano appena il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori nei principali processi di pace internazionali.
Quasi il 90% dei negoziati si è svolto senza una presenza significativa di donne. Eppure gli stessi dati mostrano che gli accordi che coinvolgono le donne hanno maggiori probabilità di essere implementati e durare nel tempo. Accanto alla crisi dei conflitti emerge anche quella dei finanziamenti. Mentre la spesa militare globale ha superato i 2,7 trilioni di dollari nel 2024, i fondi destinati alle organizzazioni femminili restano minimi. Secondo UN Women, solo lo 0,4% dell’assistenza bilaterale è destinato alle organizzazioni che operano per i diritti delle donne nei contesti di crisi. Un sondaggio globale del 2025 mostra che il 90% delle organizzazioni femminili locali è stato colpito dai tagli agli aiuti internazionali; quasi la metà teme di dover chiudere entro sei mesi.
Il Rapporto Onu insiste infine sulla necessità di una “rivoluzione dei dati di genere”. La raccolta sistematica di dati disaggregati – su violenze, partecipazione politica, accesso ai servizi e impatto climatico – viene considerata uno strumento essenziale per rendere visibili bisogni spesso ignorati e costruire politiche di prevenzione più efficaci. Venticinque anni dopo, quindi, l’agenda Women, Peace and Security appare ancora incompiuta: le donne continuano a essere tra le principali vittime delle guerre contemporanee, pur avendo (potenzialmente) un ruolo importante nella costruzione della pace.
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Michele Lipori
Redazione Confronti.
