di Federico Chicchi (Università di Bologna) e Anna Simone (Università Roma Tre)
Fiorire, vivere, resistere oltre il “dover essere” dell’imperativo prestazionale
Fioritura, desiderio e gioia. Oltre la società della prestazione di Hanz Gutierrez Salazar, edito da Cittadella, è un libro che propone una diagnosi precisa e si consolida a partire da una forte divergenza. La diagnosi riguarda il tempo che abitiamo: un tempo segnato dall’imperativo della prestazione, dall’accelerazione, dalla trasformazione della vita in gestione e del soggetto in amministratore di sé stesso. La divergenza, invece, riguarda il modo di attraversare questa condizione senza limitarsi a denunciarla, ma tentando di disarticolarne la legittimità sociale, di scardinarne dall’interno le sue morali pretese di necessità per tornare a pensare l’esistenza come un’opera d’arte sempre aperta.
Negli ultimi anni abbiamo descritto la società della prestazione come una nuova architettura sociale che produce forme di soggettivazione che non si impongono più solo dall’esterno, ma vengono interiorizzate fino a coincidere con l’immagine che i soggetti hanno di sé. La prestazione, in tal senso, finisce per riguardare non più solo il tempo di lavoro: investe le relazioni, la vita affettiva, persino la fede. In questa prospettiva, il libro di Hanz Gutierrez Salazar intercetta con grande precisione una delle conseguenze più profonde di questo paradigma: il nesso strutturale tra prestazione e solitudine. «Prestazione e solitudine diventano interdipendenti e si condizionano mutuamente. La prestazione nasce dalla solitudine e crea più solitudine» (infra, p. 7), scrive l’autore, fino al punto in cui l’altro smette di essere una presenza costitutiva e diventa un elemento periferico, tollerato solo se funzionale. Questa diagnosi non è però affidata a un linguaggio clinico o sociologico in senso stretto. È attraversata da una riflessione antropologica e teologica che assume come posta in gioco non semplicemente il benessere, ma la possibilità stessa di una vita che fiorisce. Troviamo la metafora della fioritura proposta da Hanz interessante e giustamente illuminante nel descrivere una pratica sociale che voglia farsi “antagonista” a quella definita dall’imperativo prestazionale. Infatti, il cuore del libro sta nello spostamento di prospettiva che esso propone: dalla crescita alla fioritura, dall’obiettivo al telos, dalla prestazione al desiderio. Fiorire non significa migliorarsi indefinitamente, né raggiungere uno standard più elevato; significa piuttosto abitare una direzionalità aperta, non programmabile, che eccede la logica del risultato e diventa una pratica necessaria, un “bisogno” e un “mandato” contro la necrofilia del senso divorato dall’antropofagia del capitalismo contemporaneo, nonché dal suo rovescio neo-autoritario.
In questa cornice, la fragilità soggettiva cessa di essere un difetto da nascondere e diventa una condizione relazionale. Il soggetto prestazionale, forte e performante solo in alcune dimensioni della vita, è costretto a negare la propria vulnerabilità per restare all’altezza delle aspettative normative. Ma questa negazione, osserva l’autore, ha un costo elevato: produce soggetti efficienti e insieme impoveriti, capaci forse di funzionare (almeno per un po’ di tempo) ma sempre più incapaci di gioire. Non a caso, una delle tesi più incisive del libro riguarda proprio la perdita della gioia come criterio di riuscita dell’esistenza: «La perdita della gioia come spia e termometro dell’attaccamento e della fioritura della propria esistenza» è uno degli effetti più silenziosi e devastanti del paradigma prestazionale. Attenzione, però, la gioia di cui parla questo libro non va confusa con la concezione immanentista della gioia, intesa come incremento di potenza o come rafforzamento del soggetto. Pur evocando con forza il tema della gioia, che potrebbe richiamare la tradizione spinoziana, la gioia che attraversa queste pagine non coincide affatto con l’aumento della capacità di agire, né con una forma di pienezza energetica dell’esistenza come per certi versi richiama il filosofo di Amsterdam. Al contrario, qui emerge come evento fragile, relazionale, non appropriabile: un segno che indica non la forza del soggetto, ma la sua esposizione all’altro e al tempo. In questo senso, la gioia non funziona come risorsa, ma come eccedenza; non come potenziamento, ma come interruzione della logica prestazionale che misura la vita solamente in termini di efficacia, successo e rendimento.
La gioia, in questo testo, non è un’emozione privata né un premio finale. È un indice relazionale, un segnale debole, ma al contempo decisivo che indica se una vita riesce a entrare o meno in risonanza con altre vite. In questo senso, la gioia rappresenta una vera e propria contro-misura rispetto alla prestazione: non un altro indicatore, ma ciò che sfugge a ogni misurazione senza per questo essere evanescente. Essa non si produce, accade; non si accumula, si condivide. Anch’essa diventa un antidoto ai necromondi che ci assuefano sino a renderci incapaci di gioire perché sovrastati da un eccesso di immagini e notizie che agghiacciano, gelano, esattamente come accade quando qualcuno ci comunica la morte di una persona a noi prossima. D’altronde l’alienazione emotiva, nonché la scissione del soggetto che da un lato si sente costretto al “dover essere” nell’imperativo della prestazione e dall’altro percepisce quello stato come un insieme di sintomi senza gioia, né piacere, conduce a quella neutralizzazione del senso che in molti hanno già chiamato e chiamano nichilismo.
Un ruolo centrale, in questo attento percorso di osservazione dell’oggi, è poi svolto dalla riflessione sul tempo. Alla temporalità lineare, accelerata e cumulativa della prestazione, il libro oppone una temporalità dell’affidamento e dell’attesa, capace di sostare. La metafora dell’albero, che attraversa l’intero testo, restituisce con particolare efficacia questa postura esistenziale e spirituale: «una vita degna si rivela spesso come una vita lenta, immobile e dimezzata». In una cultura che identifica il movimento con la vita e l’immobilità con la morte, questa affermazione suona quasi provocatoria. Eppure, è proprio in questa immobilità feconda che l’autore individua la possibilità di una fioritura non prestazionale, non competitiva, non estrattiva. A condizione, naturalmente, che questa immobilità non sia annichilente, sintomo di una condizione depressiva, ma radice lenta fondamentale per nuove fioriture, nuove gioie, condizione di possibilità necessaria per accedere al desiderio inteso come piacere di vivere, di giocare l’esistenza senza farsela determinare dai dispositivi della prestazione.
Inoltre, la riflessione sulla lentezza, sull’immobilità e sulla fioritura non si sviluppa qui in forma astratta, ma trova sostegno in una costellazione di voci capaci di restituire alla vita il suo spessore non funzionale: dalla risonanza di Hartmut Rosa, alla metafora ecologica di Emmanuele Coccia, fino alla scrittura poetica di Chandra Candiani, che dà parola alla dignità dello stare, dell’incompletezza e di quell’“immenso non sapere” che sottrae la vita alla logica dell’efficienza. Bisogna costruire una nuova e gioiosa stanzialità, questo l’approdo che il lavoro di Hanz ci pare proponga. E d’altra parte è proprio qui che la dimensione teologica del libro dispiega tutta la sua originalità. La “svolta pneumatologica” proposta non mira a reintrodurre un principio di controllo o un fondamento rassicurante, ma a pensare lo Spirito come ciò che anima la vita senza dominarla. Uno Spirito che non pianifica, ma accompagna; che non accelera, ma apre; che non garantisce risultati, ma rende possibile la fioritura. In questa prospettiva, anche Dio è sottratto alla logica della prestazione: non un Dio indaffarato, ossessionato dagli obiettivi, ma un Dio che sa perdere tempo, che rinuncia al protagonismo e si affida alle sue creature. Un “dio” incarnato che sta nelle vite che abitiamo con la lettera minuscola.
Tra le altre tracce interessanti di questo libro v’è anche la critica a quell’idea di “Occidente” che, oggi più che mai, sembra essere diventata una sorta di pretesa di legittimazione di ogni forma di dismisura e de-umanizzazione dei mondi. Nel mondo contemporaneo la “difesa dell’Occidente” diventa a sua volta violenza e attacco ad altre forme di vita, religioni, culture, ripristinando forme di suprematismo, imperialismo e nuove schiavitù, neo-autoritarismi egocratici mistificati dalla continua costruzione di un nemico, a volte persino fantasmatico e inesistente. Un nemico che attacca, anche quando non attacca, un nemico figlio e frutto di una mania di persecuzione o di una “paranoia”, come direbbero gli psicoanalisti. Ma al di là delle categorie abusate e ormai sbandierate come simboli di una nuova guerra dei mondi tra Occidente e Oriente, l’autore qui si chiede con contagiosa convinzione se possiamo acquisire nuovi modi di pensare la vita, la resistenza e la gioia andando oltre quello stesso Occidente mortifero nel quale siamo. Anche qui l’esito della risposta attraversa territori sorprendenti e interessanti tra cui, ad esempio, la valorizzazione dell’“indi-genialità” ovvero di quelle pratiche e forme di vita degli indigeni che immaginano, inventano modi di stare al mondo esattamente nel momento in cui quello stesso mondo mira ad annientarli per avviare politiche estrattiviste sulle loro terre e sui loro corpi. Un tema, peraltro, molto dibattuto anche nella letteratura eco-femminista e post-coloniale, perché la vera questione non è soltanto legata alla valorizzazione di pratiche di relazione profonda tra noi e la natura, ma è anche e soprattutto legata alla necessità di fare di queste stesse pratiche un nuovo modo di stare al mondo collettivo in grado di rovesciare il segno cannibalico del capitalismo estrattivo e del business per il business. Ma è anche un modo, forse l’unico, per non cedere alle sirene, anch’esse mortifere, delle narrazioni che legittimano la “fine del mondo”, “l’apocalisse”, persino “l’estinzione della specie”.
L’impostazione di questo volume non rappresenta un episodio isolato, ma si iscrive con coerenza nel percorso di ricerca che Hanz Gutierrez Salazar conduce da anni. Nei suoi lavori precedenti – dedicati all’interpretazione biblica, all’ambivalenza del senso, alla critica del fondamentalismo e alla necessità di un pensiero teologico capace di abitare il paradosso – emerge già una costante attenzione per ciò che eccede la logica del controllo e della chiarezza forzata. Anche qui, come altrove, l’autore non cerca soluzioni rapide né sintesi pacificanti, ma difende la vulnerabilità del senso come condizione della vita. Fioritura, desiderio e gioia può così essere letto come un punto di maturazione di questo percorso: un testo in cui la critica culturale, l’antropologia e la teologia convergono in una proposta che non promette salvezze immediate, ma riapre lo spazio di una fiducia possibile in una temperie che fa del caos e della perdita di riferimenti la sua nuova e paradossale cifra di funzionamento.
Il valore di Fioritura, desiderio e gioia sta allora nella sua capacità di tenere insieme critica culturale e proposta positiva senza cedere né alla nostalgia né all’utopia. Non indica una via di fuga dalla crisi sempre più esacerbata della prestazione, ma invita a praticare, dentro questa crisi, forme di vita alternative: più lente, più relazionali, più ospitali per l’incompletezza. È un invito che riguarda credenti e non credenti, perché tocca una questione eminentemente politica e antropologica: che cosa consideriamo, oggi, una vita riuscita? In un tempo in cui siamo sempre più chiamati a “funzionare”, questo libro ci ricorda che vivere non coincide con il performare. E che forse, per tornare a fiorire, dobbiamo reimparare a sostare, a desiderare, a gioire – insieme. O, ancora, per dirlo con alcune strofe di una poesia di Mariangela Gualtieri scritte nel primo giorno di lockdown, dobbiamo imparare a fermarci perché lo sappiamo tutti che è “troppo furioso il nostro fare”, “agitare ogni ora”, “farla fruttare”. Rallentare, in altre parole, significa “restare umani”.
Ph. Nagi Arnold via Unsplash
Federico Chicchi (Università di Bologna)
Anna Simone (Università Roma Tre)
