di Luigi Sandri. Redazione Confronti
La scomparsa, il 16 giugno scorso, del cardinale Camillo Ruini – nato a Sassuolo nel 1931 – priva la Chiesa cattolica, e la stessa Italia, di un discusso protagonista della vita ecclesiale dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, al primo decennio del Duemila. Il prelato, infatti, fu segretario (1986-1991) e poi presidente (1991-2007) della Conferenza episcopale italiana; e, anche, durante questo suo impegno, vicario della diocesi di Roma nella maggior parte del pontificato di Giovanni Paolo II.
Salvo rari casi, sdegnò ogni contatto con il variegato mondo del “dissenso cattolico”, del quale faceva parte anche il movimento delle Comunità cristiane di base, e dunque pur Com-Nuovi Tempi, poi diventato Confronti. Ma la sua idea di “presenza” della Chiesa, che si annodava a età antiche quando vigeva il regime di Cristianità, e la sua lotta al “relativismo”, cozzò contro quel “dissenso” e, di più, con quella larga fetta del Cattolicesimo italiano che si sentiva rappresentata dall’idea della “scelta religiosa”, propria dell’Azione cattolica e di una parte della intellighenzia ecclesiale, che si riteneva figlia legittima del Concilio Vaticano II. E che guardava più a Martini, che a lui.
Infatti, il “dominio” di Ruini nella Cei fu incrinato da una scelta che Giovanni Paolo II fece quando il vescovo emiliano non era ancora il “viceré d’Italia”: nel 1979 scelse, come arcivescovo di Milano, il gesuita Carlo Maria Martini, che reggerà quella città fino al 2002. Dunque, gran parte del “regno” italiano di Ruini fu segnato dalla compresenza di Martini; e qualche vescovo non “wojtylian-ruiniano” guardava piuttosto all’arcivescovo ambrosiano, che al rampante prelato emiliano, per cercare di districarsi nella complessità dell’annuncio dell’Evangelo nella modernità.
Due “casi” ci sembrano dimostrare la distanza siderale del “ruinismo” dai fermenti che percorrevano anche la Chiesa italiana, e che il porporato pensava di sradicare chiamando tutti all’obbedienza alle Gerarchie. Il primo fu quello di Piergiorgio Welby. Questi, attivista del Partito radicale, ammalato di un gravissimo caso di distrofia muscolare progressiva, domandò ripetutamente che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita. Infine, il 20 dicembre 2006 un medico staccò la spina che lo reggeva. La famiglia voleva un funerale in chiesa, ma il card. Ruini si oppose, ritenendo che Welby si fosse suicidato. Dunque una grande folla si riunì in piazza, di fronte alla chiesa di san Giovanni Bosco, a Roma. Pochi giorni dopo, Mina, la moglie di Welby, ed altri parenti, vennero alla celebrazione eucaristica nella Comunità cristiana di base di san Paolo; Giovanni Franzoni, per l’occasione, fece un appassionato intervento a difesa della libertà di coscienza, e dunque delle scelte di Piergiorgio. Mentre la Cei rimaneva silente di fronte alla scelta di Ruini (ma qualche vescovo fece capire che non l’approvava), la maggioranza dei cattolici italiani, secondo indagini statistiche, disapprovò la decisione del porporato. Il cardinale si aggrappò al potere che aveva, ma tentennò; la gente si accorse che, al di là delle pompose apparenze, il “viceré d’Italia” aveva fatto il suo tempo.
L’altro caso è quello del referendum – giugno 2005 – che proponeva quattro distinti quesiti volti ad abrogare le restrizioni vigenti alla procreazione medicalmente assistita. Ruini, d’accordo con Karol Wojtyla, (anche se questi morì due mesi prima della consultazione), spronò vigorosamente il clero a mobilitarsi perché la gente non andasse a votare, così da far fallire il quorum. Risultato raggiunto, grazie anche alla “crociata sanfedista” del porporato, ormai consolidato “capo” della maggiore Chiesa italiana. Ma anche per lui si apriva la via del tramonto; sotto Benedetto XVI a poco a poco perse tutte le sue cariche: con Francesco, poi, si vide smentito frontalmente.
Celebrando i suoi funerali, Leone XIV ha fatto un panorama senza ombre dell’operato di Ruini. E ora la sua Chiesa deve affrontare problemi pastorali tremendi (la crisi devastante delle “vocazioni” che obbligano ad accorpare, guidate da un solo prete, più parrocchie; l’irruenza di gruppi di donne che criticano in radice una Chiesa strutturalmente maschilista; la difficoltà di tradurre in pratica la pur proclamata “sinodalità”). La ricetta di Ruini – politicamente “fan” del berlusconismo – ha occultato, ma non risolto, i problemi. Sta alla coralità della Chiesa cattolica italiana, e alla Cei, ora guidata dal cardinale Matteo Zuppi, riprendere la via delineata dal Concilio, ostico per Ruini. Impresa certo asperrima, ma non impossibile.
Ph. Il cardinale Camillo Ruini con papa Benedetto XVI © Giuseppe Ruggirello, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Luigi Sandri
Redazione Confronti
