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L’“oasi di pace” che resiste alla guerra

di Nava Sonnenschein

di Nava Sonnenschein. Fondatrice ed ex direttrice della School for Peace di Wahat al-Salam / Neve Shalom

Intervista a cura di Michele Lipori. Redazione Confronti

A Wahat al-Salam / Neve Shalom, ebrei e palestinesi con cittadinanza israeliana convivono da decenni sperimentando forme concrete di dialogo e uguaglianza. Nava Sonnenschein racconta il lavoro della School for Peace tra conflitto, asimmetrie di potere e crisi aperta dopo il 7 ottobre 2023.

Tra Tel Aviv e Gerusalemme, su una delle alture della zona di Latrun che dominano la valle di Ayalon, sorge Wahat al-Salam / Neve Shalom (“Oasi di pace” in arabo ed ebraico), un villaggio cooperativo unico nel suo genere in Israele e che in Italia è sostenuto dall’Associazione italiana Amici di Neve Shalom / Wahat al-Salam (www.oasidipace.org). Il nome riprende Isaia 32,18 e sintetizza l’idea originaria: la possibilità di “abitare un’oasi di pace”. Nato nei primi anni Settanta su un terreno allora quasi incolto e affittato dal vicino monastero trappista di Latrun, il villaggio è stato fondato da un’intuizione semplice e radicale: ebrei e palestinesi – tutti con cittadinanza israeliana – possono scegliere di vivere insieme, su un piano di uguaglianza, senza rinunciare alle proprie identità. Il progetto, ideato dal domenicano Bruno Hussar – ebreo per nascita, egiziano per origine, francese per cittadinanza (poi israeliana) e cristiano per scelta religiosa –, si è concretizzato a partire dalla fine degli anni Settanta con l’arrivo delle prime famiglie. Nel tempo, quella che era una piccola comunità pionieristica si è consolidata fino a diventare una realtà stabile, oggi composta da alcune centinaia di abitanti, con un numero crescente di famiglie in lista d’attesa. L’idea di fondo non era solo abitativa, ma profondamente politica ed educativa: costruire una convivenza reale in cui la differenza non venisse rimossa, ma riconosciuta e attraversata quotidianamente. Dentro questo contesto è nata anche la School for Peace, fondata alla fine degli anni Settanta come dispositivo educativo interno al villaggio e poi diventata una delle esperienze più strutturate di dialogo israelo-palestinese anche fuori dai confini del villaggio.

La scuola ha sviluppato negli anni programmi di incontro, formazione e facilitazione che hanno coinvolto decine di migliaia di giovani e adulti israeliani e palestinesi (anche da Cisgiordania e Gaza), lavorando esplicitamente non solo sulle relazioni personali, ma anche sulle asimmetrie di potere che attraversano il conflitto. In questo quadro si inserisce il lavoro di Nava Sonnenschein, tra le fondatrici della School for Peace e per decenni sua direttrice. Accademica e formatrice, ha sviluppato un metodo di facilitazione centrato sulla trasformazione del conflitto attraverso il dialogo, la costruzione dell’identità e il riconoscimento delle dinamiche di potere all’interno dei gruppi misti. La sua ricerca e la sua pratica hanno formato più di mille facilitatori di gruppi in conflitto e migliaia di “agenti di cambiamento” provenienti da diversi ambiti professionali, influenzando esperienze simili in altri contesti di conflitto nel mondo.

Come nasce la School for Peace?
Quando sono arrivata a Wahat al-Salam / Neve Shalom, alla fine degli anni Settanta, avevo già fatto esperienza di lavoro con giovani ebrei e arabi in città miste israeliane come Lod e Haifa. Lì avevo imparato quanto il dialogo potesse essere trasformativo, anche grazie all’influenza di persone con cui avevo lavorato. Ma arrivando qui ho capito che non bastava costruire una comunità che convivesse nel quotidiano: era importante avere un impatto anche fuori dal villaggio. Per questo abbiamo iniziato con i giovani, con studenti delle scuole superiori. Negli anni Ottanta organizzavamo incontri tra classi arabe ed ebraiche che passavano alcuni giorni insieme a parlare del conflitto. Era un’assoluta novità allora. Poi, col tempo, ci siamo detti che questo non bastava: dovevamo raggiungere più persone, altri contesti. Così siamo entrati nelle varie università – alla Tel Aviv University, per esempio, lavoriamo da più di trent’anni – e da lì abbiamo continuato ad allargare il raggio d’azione.

Qual è il metodo che avete sviluppato nel tempo?
Abbiamo capito abbastanza presto che non si trattava di un conflitto tra individui, ma tra gruppi. Questo cambia completamente il modo di lavorare. Non si tratta di far andare d’accordo due persone, ma di mettere in relazione identità collettive che sono in conflitto da decenni. Il cuore del nostro metodo è proprio questo: lavorare sulle dinamiche di gruppo e, soprattutto, sulle relazioni di potere. Non cerchiamo di nasconderle o di neutralizzarle, come spesso accade in altri approcci. Al contrario, le mettiamo al centro. Guardiamo cosa succede nella stanza tra i partecipanti e lo colleghiamo a ciò che accade fuori, nella realtà sociale e politica. È un processo difficile, perché significa affrontare direttamente il conflitto, non aggirarlo. Ma è anche ciò che permette un cambiamento più profondo. Le persone imparano ad ascoltare, a riconoscere il dolore dell’altro senza sentirlo come un attacco, a restare dentro una tensione che normalmente eviterebbero. Per molti anni, nel campo degli incontri tra gruppi in conflitto, ha dominato quella che in psicologia sociale viene chiamata Contact Theory: l’idea che, creando condizioni di uguaglianza e cooperazione, le persone possano ridurre i pregiudizi e sviluppare empatia. Questo approccio ha avuto risultati importanti, ma presenta anche un limite: tende a mettere tra parentesi le differenze di potere. Nel nostro modello, invece, il potere è al centro. Non cerchiamo di neutralizzarlo durante l’incontro, ma di renderlo visibile. Questo cambia completamente la dinamica. Nelle relazioni tra gruppi, infatti, non tutti partono dalla stessa posizione: ci sono gruppi che hanno più accesso a risorse, più sicurezza, più riconoscimento, e altri che vivono condizioni di marginalità o discriminazione. Queste asimmetrie non scompaiono perché le ignoriamo; continuano a operare, spesso in modo invisibile. Il nostro lavoro consiste proprio nel portarle alla luce. Questo rende gli incontri più difficili, più conflittuali, ma anche più autentici e potenzialmente trasformativi.

Nel tempo avete lavorato con pubblici molto diversi. Che tipo di impatto avete osservato? Abbiamo iniziato con gli studenti, poi con gli universitari, e poi abbiamo sviluppato programmi per professionisti: architetti, urbanisti, medici, operatori della salute mentale, avvocati, giornalisti, politici. L’idea era formare persone che potessero agire nei loro ambiti come “agenti di cambiamento”. I corsi sono strutturati in modo da tenere insieme dialogo, teoria e pratica: una parte è dedicata all’incontro tra i gruppi, una alla comprensione di come il conflitto attraversa quella specifica professione, e una all’attivazione concreta. Per esempio, nel caso degli urbanisti si lavora su come la pianificazione possa contribuire a creare o rafforzare disuguaglianze. Un tema che in Israele ha conseguenze concrete: nelle facoltà di architettura, per esempio, non si studia come la pianificazione urbana venga sistematicamente usata per limitare la presenza palestinese e redistribuire spazio a favore della popolazione ebraica. I professionisti formati dalla School for Peace, al contrario, hanno imparato a vedere queste dinamiche e a contrastarle, ad esempio intervenendo pubblicamente nei procedimenti di confisca delle terre o demolizione delle case. L’impatto di questa formazione è qualcosa che abbiamo visto nel tempo. Molti partecipanti hanno cambiato il loro percorso di vita: alcuni sono diventati ricercatori in questo campo, altri attivisti per i diritti umani, altri ancora hanno portato questo tipo di consapevolezza dentro le istituzioni. Anche un solo corso, all’interno di un percorso universitario, può lasciare un segno molto forte. Tutto questo è stato costruito senza alcun sostegno pubblico: il governo israeliano infatti non ha mai finanziato la School for Peace, che – a differenza della scuola primaria bilingue del villaggio che riceve contributi dal Ministero dell’Istruzione israeliano – ha dovuto cercare risorse tra associazioni amiche, Unione europea e Stati Uniti (e questi ultimi, con l’amministrazione Trump, hanno del tutto tagliato i fondi).

Cosa è cambiato dopo il 7 ottobre 2023?
La società israeliana si è spostata molto a Destra. È diventato più difficile lavorare, più difficile coinvolgere le persone. C’è più paura, più rabbia, meno disponibilità ad ascoltare. Anche reclutare partecipanti è oggi una sfida. Eppure continuiamo. Nei gruppi vediamo arrivare persone che portano con sé molta rabbia e altrettante ferite. Il nostro lavoro consiste anche nel permettere che queste emozioni emergano, per poterle ascoltare, accogliere e incanalare. Non si tratta di eliminare il conflitto, ma di creare uno spazio in cui possa essere affrontato senza distruggere la relazione. Una delle realtà più difficili da elaborare riguarda il modo in cui il conflitto viene raccontato – o taciuto – in Israele. I media israeliani, con l’eccezione di alcuni giornali, mostrano quasi esclusivamente la prospettiva degli ostaggi e delle vittime israeliane, mentre le dimensioni della catastrofe a Gaza – che ha davvero preso le dimensioni di un genocidio – rimangono quasi invisibili all’opinione pubblica. È proprio questo silenzio che rende ancora più urgente l’esistenza di spazi di dialogo facilitato: luoghi in cui le persone possano sentire voci e storie che i media mainstream non trasmettono. Un grande problema, infatti, è che molte persone non hanno mai avuto un incontro reale con qualcuno dell’altra parte. Non hanno mai avuto uno spazio in cui parlare apertamente del conflitto. Quando questo spazio si crea può avere un effetto molto potente.

Che cosa significa, nella pratica, vivere a Wahat al-Salam / Neve Shalom oggi?
È una comunità piccola, circa un centinaio di famiglie, ma molto significativa. Vivere qui significa scegliere consapevolmente di stare insieme, ebrei e palestinesi, su un piano di uguaglianza e rispetto reciproco. Non è sempre facile. Ci sono tensioni, soprattutto nei momenti più difficili come quello che stiamo vivendo. Ma quasi nessuno, una volta entrato, decide di andar via perché le persone sono molto legate a questo luogo e a ciò che rappresenta. Dopo il 7 ottobre abbiamo attraversato momenti molto complessi anche all’interno del villaggio. Molte delle famiglie palestinesi che vivono a Wahat al-Salam / Neve Shalom hanno parenti a Gaza: il “genocidio” di cui parlano non è per loro un’astrazione, ma qualcosa che tocca persone care, legami di sangue, vite concrete. Questo ha reso il peso emotivo della convivenza molto più gravoso. Ma abbiamo continuato a incontrarci, a parlare, a sostenere il dolore dell’altro. Questo è essenziale: imparare a sentire e “contenere” il dolore dell’altro senza viverlo come una minaccia.

Che ruolo può avere oggi il dialogo, in un contesto così polarizzato?
Io credo che non ci siano alternative al dialogo. Tutte le altre strade portano alla distruzione. Il dialogo non è qualcosa di semplice o “positivo” nel senso superficiale del termine: è un processo difficile, che richiede di affrontare il conflitto, il dolore, la rabbia. Le persone hanno bisogno di aiuto per farlo. Hanno bisogno di uno spazio sicuro, facilitato, in cui poter dire ciò che sentono davvero. Questo è ciò che cerchiamo di offrire. Wahat al-Salam / Neve Shalom e la School for Peace non sono un’utopia, un “sogno”. Sono una realtà, imperfetta ma concreta. E dimostrano che è possibile trovare una via di coesistenza. Il problema non è che non esistano soluzioni ai conflitti: è che spesso le persone non fanno i passi necessari per attuarle. Ma noi non abbiamo il privilegio di scegliere di rinunciare.

Ph. Il villaggio di Wahat al-Salam / Neve Shalom © Archivio Wahat al-Salam / Neve Shalom

Immagine di Nava Sonnenschein

Nava Sonnenschein

Fondatrice ed ex direttrice della School for Peace di Wahat al-Salam / Neve Shalom

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