di Francesca Vidal. Giornalista e ricercatrice
Tra i preparativi per il Mondiale 2026 emergono in Messico nuove denunce sulle sparizioni forzate e il ritrovamento di fosse comuni. Le famiglie delle vittime chiedono che l’evento sportivo non oscuri una crisi umanitaria ancora irrisolta.
Lo Stadio Azteca a Città del Messico ospiterà, l’11 giugno, la cerimonia inaugurale della Coppa del Mondo Fifa 2026, ma tra l’euforia dei festeggiamenti e i preparativi infrastrutturali, il ritrovamento di almeno 600 resti di corpi umani, sepolti in fosse comuni clandestine, è passato quasi del tutto inosservato.
MÉXICO CAMPEÓN EN DESAPARICIONES
Il mondiale si gioca, tra Messico, Stati Uniti e Canada, un evento seguito da 6 milioni di spettatori, considerato il più redditizio della storia del pallone, durante il quale sono programmate 46 partite, 104 squadre in campo e 16 città ospitanti. Tra queste, c’è la città di Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco nel Messico occidentale, che sarà sede di quattro partite. Qui, lo scorso gennaio, a pochi chilometri di distanza dallo Stadio di Akron, una struttura moderna recentemente inaugurata con una capienza di 50mila spettatori, sono stati trovati centinaia di resti umani: ossa, frammenti di vestiti e scarpe. La data di morte di alcune vittime risale a poco più di un anno prima; e il ritrovamento è avvenuto, principalmente, grazie al lavoro autogestito dei collettivi di ricerca costituiti dalle famiglie delle persone desaparecidas. Lo Stato di Jalisco è l’epicentro del crimine organizzato messicano e, secondo la Comisión Interamericana de Derechos Humanos, detiene il record nazionale di sparizioni forzate, circa 16mila in appena dieci anni. Nonostante l’agghiacciante scoperta, però, l’amministrazione federale ha scelto comunque di ospitare il mondiale e dopo un breve periodo di subbuglio, l’attenzione mediatica è tornata sulle qualificazioni sportive. In risposta al silenzio istituzionale lo scorso 9 maggio, per il Dia de la Madre centinaia di donne, madri, sorelle e figlie sono scese nelle strade delle principali città messicane al grido di: «México Campeón en desapareciones!». I familiari delle persone vittime di sparizione hanno protestato contro il silenzio del governo coprendo le immagini promozionali del mondiale con fotografie e schede di parenti e amici scomparsi e non localizzati. Frasi come: «Il pallone torna a casa… e i nostri cari quando?» hanno caratterizzato la mobilitazione in strada e nei social media. I collettivi chiedono che lo spettacolo sportivo non metta in ombra la drammatica realtà di migliaia di persone, ma serva, invece, da megafono internazionale per denunciare al mondo una situazione di violenza sistematica che continua a peggiorare. Secondo l’Informe di Personas Desaparecidas (Imdhd) il Paese conta precisamente 128.065 persone ufficialmente scomparse; si tratta di un fenomeno in aumento che, negli ultimi anni, ha raggiunto cifre record. Nel 2022 il numero ruotava attorno ai 100mila casi, questo è aumentato del 7,3% nel 2023, del 6,3% nel 2024 e del 12% nel 2025, toccando l’impressionante cifra delle 12.872 persone scomparse in un anno.
SPARIZIONI IMPUNITE
Secondo l’analisi dei dati pubblicata dall’OngMéxico Evalúa, ogni giorno nel Paese scompaiono tra le 35 e le 40 persone, l’equivalente di più di una persona ogni ora. Di questi il 76% sono uomini, tra i 25 e i 29 anni, alcuni reclutati dai cartelli per il lavoro forzato, altri uccisi dalla violenza urbana. Le donne invece, non vengono ritrovate né morte né vive, di queste il 21% sono ragazze e bambine tra i 15 e i 18 anni di età e nella stragrande maggioranza finiscono nella tratta sessuale. La società civile ha spesso accusato il governo di miopia denunciando in un documento parallelo che «le sparizioni sono sistematiche e generalizzate, restano impunite e contano sulla complicità dell’esercito e della polizia». L’esecutivo, attualmente guidato dalla presidente Claudia Sheinbaum, nega ogni accusa, ma i numeri parlano chiaro: quasi 130mila persone scomparse, oltre 72mila cadaveri non identificati presso gli istituti medico-legali, centinaia di migliaia di frammenti di ossa e appena 373 condanne emesse.
«L’incertezza è la cosa peggiore. Più della tristezza, il dolore è non sapere se sono vivi, se sono morti, se stanno bene, se sono diventati dei delinquenti, se stanno facendo male ad altri. E se sono morti: dopo quanto sono morti, cosa hanno provato, hanno avuto paura, in che modo sono morti, che gli hanno detto. Mi stavano aspettando? Trovarlo morto è meno peggio di non trovarlo affatto», racconta María Luisa Núñez Barojas, madre di Juan de Dios Núñez Barojas, scomparso il 28 aprile 2017 mentre tornava a casa. «Alla fine, lo abbiamo trovato in una fossa comune. Era il 2020», prosegue. «Mio figlio è morto perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non sappiamo esattamente cosa sia successo, ma se lo abbiamo trovato è perché io non ho mai smesso di cercarlo. Alle autorità non importa. I narcos lo hanno ucciso perché possono. Possono buttare delle persone in una fossa comune e non succede niente», conclude. La Signora Núñez Barojas è la fondatrice del collettivo La Voz de los Desaparecidos nello Stato di Puebla nel Messico centrale. Grazie al suo lavoro, indipendente, autonomo e autofinanziato, sono state trovate 50 persone, di queste solo otto sono state trovate vive. «Il mio compito è accompagnare altre donne nella ricerca dei propri figli. I narcos mi hanno minacciato e perseguitata. Quando uscivamo a cercare i nostri figli nelle fosse comuni, ci seguivano. Mi hanno bucato le ruote della macchina e aperto la porta di casa. Io so chi sono i colpevoli e li ho denunciati, ma ci sono dei livelli di corruzione enormi e gli esecutori dell’omicidio di mio figlio sono ancora in giro. La mia collega, Blanca Esmeralda Gallardo, è stata ammazzata. Cercava sua figlia che risulta ancora scomparsa», conclude.
MADRES BUSCADORAS
In assenza di una risposta concreta da parte delle istituzioni, le famiglie hanno formato associazioni di ricerca autonome, come il collettivo di Madres Buscadoras, che ogni giorno cerca i propri cari scavando la terra con pico y pala (piccone e pala). Una volta recuperati i resti, le madres buscadoras li portano alla Fiscalía locale per l’esame del Dna. Qui avviene la doppia desaparición perché le autorità spesso perdono o non effettuano gli esami lasciando queste madri, ancora una volta, nel dubbio e nell’incertezza.
Il ritrovamento di centinaia di corpi intorno allo stadio di Jalisco, da una parte, è stato un evento chiave per mettere in luce la smisuratezza di questo fenomeno; dall’altra, ha lasciato tracce evidenti che i tentativi di nascondere questa dinamica metodica provengono dall’alto. Secondo i media indipendenti messicani, tra cui Animal Político, il Parlamento di Jalisco avrebbe cercato di distogliere l’attenzione dal ritrovamento delle fosse comuni reprimendo il dissenso pubblico e le manifestazioni in strada. Inoltre, diversi attivisti denunciano di essere stati allontanati dalla polizia dai luoghi di scavo e che i corpi siano, in realtà, molti di più rispetto ai dati ufficiali che contano 270 sacchi nella fossa di Las Agujas.
Lo Stato di Jalisco, inoltre, è al centro del dibattito pubblico per la controversa riforma di legge che propone il divieto di affissione di schede e fotografie delle persone scomparse nei luoghi pubblici. I collettivi hanno dichiarato che la proposta è stata presentata in vista del Mondiale e in previsione dell’arrivo di turisti stranieri negli stadi. Le schede sono collocate appositamente su pali, muri e mezzi di trasporto pubblico proprio per amplificare la visibilità. «Questa misura riduce la possibilità dei ritrovamenti sfruttando in modo ambiguo la definizione di “spazi pubblici”», raccontano alcuni attivisti. «Il fatto che vogliano ripulire l’immagine delle sparizioni qui nello Stato di Jalisco è per noi una vera presa in giro, soprattutto considerando che siamo noi a fare il lavoro di ricerca. Loro vogliono cancellare tutto ciò che riguarda il tema dei desaparecidos», racconta una madre buscadora a El País. «Vogliamo che il mondo veda che, mentre all’interno dello stadio si festeggiano le partite dei Mondiali, fuori si piange la scomparsa di un familiare», racconta all’emittente Ntn24 Vanessa Gámez che, da nove mesi, cerca la figlia diciannovenne. «Le autorità ci dicono che non ci sono le risorse economiche per le indagini, però ci sono per i Mondiali?», conclude.
I gruppi di ricerca hanno lanciato un appello ai tifosi di calcio affinché si uniscano alla protesta, affermando che «non c’è nulla da festeggiare, perché le madri del Messico stanno giocando la partita più difficile: quella della giustizia».
JALISCO, L’EPICENTRO DELLA VIOLENZA
Lo Stato di Jalisco è uno dei più corrotti del Paese; diverse organizzazioni e media locali hanno spesso denunciato ambiguità e poca trasparenza nel conteggio delle persone scomparse da parte dell’amministrazione regionale. Infatti, i numeri tra registro federale e quello locale non coincidono, e questo riguarda principalmente i casi di sparizione dei giovani tra gli 0 e i 14 anni, i quali sono aumentati del 17% dal 2024 al 2025, passando da 275 minori scomparsi a 323. Lo Stato di Jalisco è sotto il controllo del narco-cartello Jalisco Nueva Generación (Cjng), attualmente, insieme al cartello di Sinaloa, il gruppo più potente e pericoloso del Messico, ramificato anche a livello internazionale. Il leader del Cjng era Nemesio Oseguera Cervantes, alias El Mencho, anche detto il “Signore del fentanyl” per aver aperto il mercato degli oppiodi sintetici negli Stati Uniti. Un giro d’affari molto più redditizio e facile da controllare rispetto a quello della cocaina, perché funziona come una classica filiera industriale e non dipende dalla coltivazione della terra. Grazie al controllo sul mercato internazionale di fentanyl, “El Mencho” aveva portato, in meno di dieci anni, il Cjng ai vertici della catena del narco-traffico internazionale. Il boss è stato ucciso lo scorso febbraio dall’intelligence messicana insieme a una, non meglio specificata, collaborazione Usa. Nonostante non sia chiaro se la recente morte del Mencho sia direttamente collegata con l’inizio dei mondiali, è, invece, certo che non è la prima volta che uno Stato usa la violenza per garantire la sicurezza dei tifosi. Per il Mondiale in Qatar nel 2021, ad esempio, 6.500 persone migranti hanno perso la vita durante la costruzione delle infrastrutture calcistiche. Durante i preparativi della Coppa del Mondo in Brasile, nel 2014, la polizia uccise più di 600 persone nelle favelas di Rio de Janeiro, per pulire alcune zone periferiche. Il Mondiale 2010 in Sudafrica è stato segnato da arresti sistematici di venditori ambulanti, cittadini sudafricani senza fissa dimora e rifugiati, oltre che da centinaia di episodi di violenza xenofoba (Amnesty International). Lo sport dovrebbe essere un’occasione per unire e avvicinare anche la cittadinanza internazionale, ma questi esempi mostrano come gli interessi economici lasciano ancora un volta in panchina i diritti umani. Soprattutto in un Paese, il Messico, dove il 56% della popolazione ha dichiarato preoccupazione per il Mondiale e il 79% teme gli effetti sulla criminalità e i vantaggi economici che ne conseguono.
Ph. Glorieta de las y los desaparecidos (Città del Messico) © Luis Alvaz, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Francesca Vidal
Giornalista e ricercatrice
