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Mondiali di calcio, diritti umani “fuori gioco”

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti.

Dai cantieri del Qatar alle favelas di Rio, passando per la Russia di Putin e il Sudafrica del primo Mondiale africano, le grandi competizioni calcistiche sono state spesso accompagnate da controversie sui diritti umani. Un fenomeno che, secondo Ong e organismi internazionali, non riguarda il calcio in sé ma il modello economico e politico che accompagna i mega-eventi sportivi.

Mentre il dibattito sui Mondiali del 2026 si concentra sul ritrovamento di fosse comuni e sulla crisi dei desaparecidos in Messico [vedi l’articolo di Francesca Vidal su Confronti], uno sguardo alle precedenti edizioni della Coppa del Mondo Fifa mostra che le criticità in materia di diritti umani in occasione di grandi eventi sportivi non rappresentano un’eccezione. Negli ultimi quindici anni, infatti, Ong internazionali, organismi delle Nazioni Unite e centri di ricerca hanno documentato un fenomeno ricorrente: la preparazione di grandi eventi (non solo) calcistici è stata spesso accompagnata da violazioni dei diritti umani che hanno colpito soprattutto lavoratori migranti, residenti delle periferie urbane, rifugiati e categorie sociali marginalizzate.

Uno dei casi più noti resta quello del Qatar 2022, per cui un’inchiesta del The Guardian, pubblicata nel 2021, stimò che oltre 6.500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka fossero morti tra il 2010 e il 2020 per la costruzione di stadi, infrastrutture e servizi collegati ai Mondiali. Il dato non attribuisce automaticamente tutti i decessi ai cantieri dei Mondiali, ma in generale imputava quelle morti a un sistema di lavoro che aveva i contorni del puro sfruttamento. Al centro delle critiche vi era infatti il sistema della kafala (cioè della “sponsorizzazione”), diffuso in diversi Paesi del Golfo, che subordina il lavoratore straniero al datore di lavoro che ne sponsorizza la presenza nel Paese. In pratica, cambiare impiego, dimettersi o lasciare il Paese richiede il consenso dello sponsor locale, creando una forte asimmetria di potere e aumentando il rischio di sfruttamento. È in questo sistema che Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato molti casi di erosione dei diritti, come casi di salari non pagati, sequestro dei passaporti e limitazioni alla libertà di movimento. Eppure il Qatar – che è uno dei Paesi membri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) – già dal 2018 aveva avviato un programma di cooperazione tecnica con l’agenzia Onu (finanziato con quasi 40 milioni di dollari) e nel 2020 erano stati aboliti il cosiddetto No Objection Certificate (una lettera scritta in cui il datore di lavoro/sponsor dichiarava di non avere obiezioni rispetto a una determinata azione del lavoratore, richiesta dal lavoratore straniero per poter cambiare datore di lavoro prima della scadenza del contratto o per trasferirsi in un’altra azienda) e il “permesso di uscita” (un’autorizzazione, tipicamente concessa dal datore di lavoro,che un lavoratore migrante doveva ottenere obbligatoriamente per poter lasciare temporaneamente o definitivamente il Paese ospitante), due degli aspetti più pesanti della kafala. Ma le controversie di Qatar 2022 non hanno riguardato soltanto il lavoro: durante i mondiali, infatti, la Fifa ha impedito ai capitani di diverse nazionali europee di indossare la fascia arcobaleno OneLove, a dimostrazione del supporto dei diritti della comunità Lgbtq+, minacciando sanzioni sportive. Numerosi tifosi e giornalisti denunciarono restrizioni all’accesso agli stadi con simboli riconducibili alla comunità Lgbtq+, in un contesto legislativo – come quello qatariota – in cui l’omosessualità continua a essere apertamente criminalizzata.

Anche i Mondiali di Russia 2018 furono accompagnati da numerose denunce relative ai diritti umani: in tale occasione Human Rights Watch ha documentato nei cantieri degli stadi e delle infrastrutture casi di mancato pagamento dei salari, violazioni dei contratti di lavoro e condizioni di lavoro particolarmente dure, con operai impiegati anche durante l’inverno russo a temperature estremamente rigide e secondo la Confederazione dei sindacati russi, almeno 18 lavoratori morirono durante la costruzione degli impianti legati al torneo. Un’inchiesta della televisione pubblica tedesca Ard (Arbeitsgemeinschaft der öffentlich-rechtlichen Rundfunkanstalten der Bundesrepublik Deutschland) segnalò inoltre la presenza di lavoratori nordcoreani impiegati nei cantieri, una pratica che numerose organizzazioni internazionali hanno associato a forme di lavoro forzato e a gravi limitazioni delle libertà individuali. Problematiche del resto già osservate e denunciate da Human Rights Watch durante la preparazione delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014 e che, nonostante le promesse delle autorità russe, non sono state risolte nei fatti. Ma le critiche riguardarono anche il più ampio quadro delle libertà civili nel Paese ospitante, con Amnesty International in primis che richiamò l’attenzione sulla legislazione russa contro la cosiddetta “propaganda delle relazioni sessuali non tradizionali”, una normativa considerata discriminatoria nei confronti delle persone Lgbtq+, e sulle crescenti restrizioni imposte alle organizzazioni della società civile attraverso la legge sugli “agenti stranieri”. Inoltre, durante il torneo, quattro componenti del collettivo femminista e antigovernativo Pussy Riot furono arrestate dopo aver fatto irruzione sul terreno di gioco durante la finale tra Francia e Croazia per denunciare la repressione politica nel Paese. Nello stesso frangente, organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno continuato a segnalare procedimenti giudiziari controversi, intimidazioni e aggressioni nei confronti di attivisti e difensori dei diritti umani. Anche in questo caso, il dibattito internazionale si concentrò prevalentemente sull’evento sportivo, mentre le questioni relative alle libertà civili e alle condizioni dei lavoratori rimasero in gran parte sullo sfondo.

Anche il Brasile ha conosciuto dinamiche analoghe. Nel periodo che precedette i Mondiali del 2014, infatti, Amnesty International registrò un aumento del 39,4% delle persone uccise dalla polizia nello Stato di Rio de Janeiro tra il 2013 e il 2014. Le vittime furono 580 solo nel 2014, che poi salirono a 645 l’anno successivo. L’organizzazione rilevò inoltre che il 79% delle vittime era costituito da persone nere e che tre quarti avevano tra i 15 e i 29 anni. All’epoca, la crescita della violenza si inseriva in una più ampia strategia di “pacificazione” delle favelas e già nel 2007 e nel 2010 le forze armate erano intervenute nei quartieri di Santa Marta e Complexo do Alemão, ufficialmente per contrastare le organizzazioni criminali. Ma con l’avvicinarsi dei Mondiali, le operazioni di sicurezza si intensificarono e Amnesty e altre organizzazioni denunciarono sgomberi, uso eccessivo della forza e repressione delle proteste contro i costi dell’evento, in un contesto segnato da profonde disuguaglianze sociali, crisi economica e forte instabilità politica.

Anche il Sudafrica, che nel 2010 ospitò il primo Mondiale nel continente africano, è stato oggetto di critiche. Amnesty International e organizzazioni locali documentarono sgomberi di migranti, rifugiati, venditori ambulanti e persone senza fissa dimora nelle aree limitrofe agli impianti sportivi. Anche la creazione di zone commerciali controllate attorno agli stadi contribuì ad aggravare le disuguaglianze sociali poiché determinò una grande limitazione all’esercizio dell’economia informale largamente diffusa nel Paese e da cui dipendevano migliaia di persone. Nello stesso periodo, diverse Ong denunciarono centinaia di episodi di violenza xenofoba contro cittadini provenienti da altri Paesi africani e giunti in Sudafrica per seguire le partite dei Mondiali; parallelamente, organizzazioni come End Child Prostitution, Pornography and Trafficking (Ecpat) e Terre des Hommes lanciarono campagne internazionali per richiamare l’attenzione sul rischio di aumento della tratta di minori e dello sfruttamento sessuale durante il torneo. In quel momento storico, il Sudafrica era già da tempo sotto osservazione per essere una delle principali destinazioni del traffico di esseri umani nel continente, ma le organizzazioni umanitarie segnalarono nel periodo dei Mondiali un incremento dei movimenti di minori non accompagnati provenienti dai Paesi confinanti.

A questi aspetti si aggiunge una questione più strutturale: la governance del calcio globale. Nel 2015 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti incriminò dirigenti Fifa e manager del settore sportivo nell’ambito di una vasta indagine per corruzione, riciclaggio e associazione criminale. L’inchiesta coinvolse anche i processi di assegnazione dei Mondiali di Russia 2018 e Qatar 2022, evidenziando le difficoltà di garantire trasparenza in un sistema economico che movimenta miliardi di dollari tra sponsor, diritti televisivi e investimenti pubblici.

Le violazioni dei diritti umani non sono tuttavia appannaggio esclusivo dei Mondiali di calcio né dei grandi eventi calcistici: sono numerosi e ampiamente documentati fenomeni analoghi in occasione di altri mega-eventi sportivi. In vista delle Olimpiadi di Pechino del 2008, ad esempio, si stima che circa un milione di persone sono state sgomberate per fare spazio alle infrastrutture olimpiche, mentre attivisti e giornalisti che denunciavano tali abusi sono stati arrestati o sottoposti a restrizioni. Le Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 furono accompagnate dallo sgombero di oltre quattromila famiglie e da un aumento delle operazioni di polizia nelle favelas. In Bahrein e in Arabia Saudita, varie Ong hanno più volte denunciato l’utilizzo della Formula 1 come strumento di sportwashing, ovvero la promozione a livello internazionale di un’immagine positiva nei confronti di governi accusati di gravi violazioni dei diritti umani. Anche le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022 sono state al centro delle critiche di oltre 180 organizzazioni della società civile per il trattamento della minoranza uigura. Più che il calcio in sé, dunque, il problema sembra riguardare la concentrazione di enormi interessi economici, politici e simbolici che può incentivare governi e organizzatori a privilegiare l’immagine pubblica rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. I mega-eventi sportivi tendono infatti a produrre una forte pressione sulle autorità nazionali e locali affinché garantiscano sicurezza, ordine pubblico e attrattività economica (di grandi capitali), facendo in modo che i costi sociali dell’evento ricadano sulle fasce più vulnerabili della popolazione e dunque, più che un’anomalia, i dati suggeriscono l’esistenza di una questione strutturale che accompagna da anni i principali eventi sportivi del pianeta.

Ph. My Profit Tutor via Unsplash

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Michele Lipori

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