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Oltre i fenicotteri… La nuova Albania

di Rando Devole

di Rando Devole. Sociologo

Nata dalla contestazione di un progetto turistico nell’area protetta di Vjosa-Narta, la cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri si è trasformata in una vasta mobilitazione contro corruzione, oligarchie e concentrazione del potere. Un movimento spontaneo, trasversale e senza leadership partitiche che potrebbe segnare una svolta nella storia dell’Albania post-comunista.

Comunque vada a finire, la cosiddetta Rivoluzione dei fenicotteri è destinata a occupare un posto nei libri di storia politica dell’Albania post-totalitaria. Non solo per il fenomeno in sé, rilevante sotto il profilo sociopolitico, ma anche per le modalità con cui si è propagato attraverso i social network e i media.

Tutto ha avuto inizio alla fine di maggio, durante le proteste organizzate da residenti e ambientalisti nel villaggio di Zvërnec, nei pressi di Valona, contro la recinzione di un’ampia area affacciata sull’Adriatico. Il terreno è destinato alla costruzione di un resort di lusso che, secondo i piani, si estenderebbe fino alla zona protetta di Vjosa-Narta e all’isola disabitata di Sazan. L’area interessata dal progetto comprende un ecosistema di particolare pregio ambientale: una zona umida protetta che ospita fenicotteri e altra biodiversità.

Fin qui nulla di insolito. Operazioni di questo tipo – in cui grandi operatori economici, i cosiddetti oligarchi, costruiscono nonostante le proteste locali e ambientaliste – si sono ripetute più volte, sia nel Nord sia nel Sud del Paese. Tuttavia, in questo caso, qualcosa è andato diversamente. Le telecamere presenti a Zvërnec hanno infatti ripreso alcuni membri della società di sicurezza incaricata di sorvegliare l’area mentre trascinavano con violenza un manifestante, sotto lo sguardo impassibile delle forze dell’ordine, rimaste senza intervenire a difesa del cittadino inerme.

LA SCINTILLA DI ZVËRNEC

Secondo molti osservatori, a innescare le proteste sarebbe stato il video del manifestante maltrattato: immagini dotate di una forte carica simbolica, in cui si cristallizza la percezione di un potere arrogante, capace di collocarsi al di sopra della legge, contrapposto a un cittadino lasciato senza tutela. È da quella sequenza, divenuta rapidamente virale, che avrebbe preso forma la prima scintilla capace di alimentare un ciclo di mobilitazioni culminato nelle piazze affollate di Tirana. 

Le manifestazioni di giovani e studenti – subito ribattezzate Rivoluzione dei fenicotteri – hanno colto tutti di sorpresa. Quasi nessuno le aveva previste: non il primo ministro Edi Rama, alla guida solitaria del Paese da quasi tredici anni senza interruzioni; non il Partito socialista, confortato e riprodotto grazie ad un sistema di potere collaudato; non gli analisti, da tempo inclini a descrivere la società albanese come apatica e disillusa; non l’opposizione storica ancora impegnata a leccarsi le ferite, serrare i ranghi, ridefinire sé stessa. Anche le cancellerie internazionali sono rimaste sorprese, talvolta assorbite dalle logiche della Realpolitik e dal mantra della stabilità per esorcizzare un mondo imprevedibile, così come i media locali, spesso proiezioni di potenti uffici stampa, più attenti alle veline ufficiali dei partiti che ai segnali provenienti dalla società.

Anche l’attenzione dei media internazionali è arrivata in ritardo, trainata più dagli elementi “mediaticamente appetibili” della vicenda che dalla sua sostanza e dalle motivazioni sottostanti: il paesaggio incontaminato, un’isola disabitata, i fenicotteri romantici – facilmente trasformati in simboli iconici –, il racconto di un piccolo Paese alle prese con ingenti capitali aggressivi, la presenza di grandi investitori come Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, e infine l’immagine di giovani pacifici in piazza senza l’intermediazione dei partiti.

Sono rimasti stupiti un po’ tutti, soprattutto coloro che negli ultimi anni hanno raccontato l’Albania dall’esterno con occhiali da turista, filtrandola attraverso le tinte vivaci delle facciate, le torri scintillanti della capitale, l’italiano impeccabile del solito politico “occidentalizzato”, ristoranti alla moda e una cucina al tempo stesso esotica e addomesticata. Del resto, la storia tende a ripetersi, pur cambiando forma: l’Albania resta un Paese insieme vicino e lontano, visto ma non davvero guardato, fotografato ma non compreso, descritto ma raramente analizzato.

Prima di parlare delle ragioni che hanno portato i manifestanti a scendere per le vie della capitale, bisogna sottolineare qualcosa sulla sua estetica. Quasi tutti concordano sulla sua bellezza e civiltà. “Profumata” l’ha definita qualcuno. Del resto, una manifestazione del genere è sempre mancata all’Albania pluralistica. Non si riscontrano i consueti focolai di rabbia, violenza e ostilità tipici di tali circostanze. Giovani, famiglie, bambini che camminano democraticamente e civilmente per le strade della capitale per dimostrare la propria contrarietà nei confronti del governo in carica – talvolta con toni comprensibilmente accessi – e che, alla fine della manifestazione, cercano persino di pulire la piazza.

“L’ALBANIA NON È IN VENDITA!”

Qual è l’elemento che accomuna gli albanesi presenti in piazza, pur nella loro evidente diversità di idee e provenienze? Lo scrittore e l’intellettuale albanese Fatos Lubonja ha tentato una spiegazione in un collegamento direttamente dalla manifestazione: «Qui si tratta davvero di una folla eterogenea, sotto molti punti di vista: a partire dalle differenze di credo religioso, passando per chi può essere definito “di Sinistra” o “di Destra”, per arrivare a età e preoccupazioni diverse. Ciò che li unisce tutti è il fatto che lo slogan “l’Albania non è in vendita!” esprime una frustrazione comune nei confronti di un processo decisionale da cui si sentono esclusi, dove a decidere è una minoranza di oligarchi e il crimine organizzato legato al governo».

L’interpretazione che pone al centro la frustrazione è ormai ampiamente condivisa. La protesta si è progressivamente estesa come risposta a una serie di problemi stratificati nel tempo: la corruzione dilagante, il crescente costo della vita, i servizi pubblici inefficienti, le diseguaglianze economiche, l’arroganza del potere, lo stallo strutturale della giustizia, lo spopolamento, l’invecchiamento demografico, le speculazioni edilizie, l’appropriazione dei beni pubblici e le criticità legate alla proprietà privata. In un certo senso, la protesta degli albanesi appare come uno specchio collettivo in cui ciascuno riflette la propria indignazione, diversa e non necessariamente coincidente con quella degli altri. Inoltre, non compaiono simboli di partito, nel senso che nessun partito ha potuto intestarsi la protesta, ma questo non significa che manchino rivendicazioni politiche, tra cui spicca particolarmente la richiesta di dimissioni del primo ministro Edi Rama.

Il progetto contestato dagli ambientalisti nell’area di Pishë Poro-Narta ha rappresentato soltanto la scintilla in un contesto già saturo di tensioni accumulate nel tempo. La protesta si è rapidamente propagata, raggiungendo anche la numerosa diaspora albanese nel mondo: molti emigrati sono rientrati nel Paese per partecipare alle manifestazioni, mentre altri hanno scelto di mobilitarsi davanti alle rappresentanze diplomatiche all’estero. È significativo questo forte desiderio di partecipazione alla vita pubblica, probabilmente alimentato dall’atteggiamento di un potere prepotente e poco incline ad ascoltare i cittadini. Il caso della demolizione del Teatro Nazionale di Tirana è stato emblematico in questo senso: l’edificio venne demolito all’alba del 17 maggio 2020, durante il lockdown pandemico, nonostante una lunga mobilitazione di artisti, intellettuali e cittadini che ne chiedevano la tutela.

IN CERCA DI FUTURO

Il governo socialista, ormai identificato quasi esclusivamente con la figura del primo ministro – al punto che pochi conoscono i nomi dei ministri, cambiati più volte nel corso di questi lunghi anni di potere – ha reagito in modo disordinato e disorientato. In un primo momento ha ignorato le manifestazioni; poi ha accusato i partecipanti di essere contro oppure di non comprendere il modello di sviluppo del Paese; successivamente ha insinuato la presenza di ingerenze interne ed esterne; infine ha cercato di recuperare terreno mostrando qualche apertura, per poi passare ad attacchi ad hominem e a deridere social e influencer in “contromanifestazioni” improponibili. Parallelamente, si sono moltiplicate narrazioni complottistiche, con richiami a presunte agenzie di intelligence e a oscuri centri di potere che avrebbero pilotato i manifestanti per fini poco chiari. Il solito richiamo ai nemici interni ed esterni, tipico di una narrazione di impronta totalitaria come ai tempi di Enver Hoxha.

ll giornalista Lutfi Dervishi, da un lato, ha spiegato in un post su Facebook del 7 giugno scorso le origini del fenomeno e, dall’altro, ne ha sottolineato il carattere di successo: «In piazza è esplosa una massa critica di malcontento accumulata nel corso degli anni. Sono cittadini che ogni giorno si scontrano con i fallimenti della sanità, dell’istruzione e dell’amministrazione, oltre che con la banalità del dibattito politico e pubblico. Sono persone che non si sentono rappresentate e che si sentono offese nel vedere chi parla e decide per loro in Parlamento, al governo o nei media».

Secondo Dervishi, non si può tuttavia affermare che la protesta non abbia prodotto risultati: ha infatti spostato equilibri, provocato reazioni, attirato l’attenzione internazionale e mantenuto viva la mobilitazione per giorni consecutivi (www.facebook.com/dervishi.lutfi/).

Le manifestazioni, nate inizialmente per motivi ambientalisti, sono ormai entrate in una dimensione pienamente politica e antisistema. Le richieste, infatti, stanno diventando sempre più definite. È evidente che il movimento di protesta si trova in una fase nascente, pieno di energie spontanee, comunione emotiva, solidarietà ed entusiasmo, spinto da un desiderio collettivo di cambiamento. Ma questa sua forza vulcanica fatta di speranze e malcontento è anche sinonimo di fragilità e vulnerabilità, perché i rischi di frammentazione interna, erosione dell’entusiasmo, raffreddamento graduale, mancanza di struttura, strumentalizzazione, delegittimazione, sono congeniti in tali fenomeni sociali. 

È ancora difficile prevedere il futuro e la sua evoluzione, e resta da vedere se ci saranno tentativi per darsi una struttura, trovare forme di istituzionalizzazione e quindi entrare in una fase di normalizzazione. Molto dipenderà, per un verso, dalla reazione del sistema costituito e, per l’altro, dai risultati imminenti del movimento: dalla sua resilienza, dalla capacità di trasformare le spinte differenti e utopistiche in obiettivi condivisi e realistici, e l’energia genuina in un progetto propositivo.

Si tratta, tuttavia, di un fenomeno senza precedenti nell’Albania pluralista. Un vero e proprio risveglio collettivo, un’autentica voglia di libertà e un esercizio di democrazia dal basso che, già di per sé, può considerarsi un traguardo ambizioso. Movimenti di questo tipo, capaci di mobilitare soprattutto i giovani, mostrano un forte grado di creatività. Numerosissimi i meme e gli slogan che hanno accompagnato il fiume di persone e animato i social albanesi dai primi giorni di giugno. Se da un lato è affascinante esplorare i giacimenti del web, dall’altro risulta complesso orientarsi e scegliere tra la miriade di immagini, battute e motti. Forse, però, due più di altri sintetizzano lo spirito e l’origine della protesta: “Albania nuova!” e “Benedetta la goccia che ha fatto traboccare il vaso!”.

Foto: Manifestazione della "Rivoluzione dei fenicotteri" in Albania © Irida Cami

Immagine di Rando Devole

Rando Devole

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