Home RubricheFrom The Donkey's MouthPer una contro-narrazione della “guerra perpetua”

Per una contro-narrazione della “guerra perpetua”

di Yonatan Zeigen

di Yonatan Zeigen. Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

Tra le tensioni dovute alle ricorrenze nazionali israeliane e la guerra in corso, cresce un movimento israelo-palestinese che prova a costruire dal basso un’alternativa fondata su pace, giustizia e convivenza.

A seconda dell’anno e del calendario ebraico lunisolare, aprile o maggio sono mesi emotivamente intensi per gli israeliani. Comprendono le diverse giornate dedicate alla memoria: il Giorno della Shoah (Yom HaShoah, la giornata nazionale israeliana dedicata al ricordo della Shoah e della resistenza ebraica, distinta dal Giorno della Memoria internazionale che si celebra il 27 gennaio), il Giorno del Ricordo (Yom HaZikaron, la giornata ufficiale dedicata alla commemorazione dei militari caduti in guerra e delle vittime del terrorismo), commemorato immediatamente prima del Giorno dell’Indipendenza (Yom HaAtzmaut, che ricorda la nascita ufficiale dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948).

Si potrebbe pensare che queste ricorrenze siano politicamente neutrali e che riuniscano tutti gli israeliani in una sorta di “abbraccio nazionale”, ma non è così. Quando il Giorno della Shoah – che in Israele mette fortemente l’accento sull’esperienza della resistenza ebraica, sulla Rivolta del Ghetto di Varsavia e sul legame tra distruzione della presenza ebraica in Europa e la nascita dello Stato – non è accompagnato da un insegnamento storico più universalista, cosa in Israele solo in parte comprensibile, esso ha l’effetto di individuare negli ebrei delle vittime uniche e irripetibili anziché condannare il Nazismo come impresa criminale contro l’intera umanità e riconoscere che genocidi si sono verificati prima della Shoah e anche dopo (incluso, a quanto pare, quello commesso da Israele).

Quando il Giorno del Ricordo pone un’enfasi totale sui soldati e viene legato al Giorno dell’Indipendenza, si promuove la glorificazione della perdita di vite umane invece della capacità di elaborare il lutto e di chiedersi se tutte quelle morti fossero evitabili, se solo ci fosse stata la volontà politica di una diplomazia di pace. Tutto ciò non lascia spazio alla percezione che siamo tutti (israeliani e palestinesi) vittime del conflitto e che dovremmo puntare a risolverlo con mezzi non violenti.

Per queste ragioni e per molte altre, negli ultimi 21 anni due organizzazioni come Parents Circle – Families Forum e Combatants for Peace hanno organizzato la Cerimonia commemorativa congiunta israelo-palestinese (Israeli-Palestinian Joint Memorial Ceremony), a cui anch’io partecipo da tre anni. Di solito la gente tende a liquidare o attaccare questa cerimonia congiunta per il suo “radicalismo”, ma dopo il 7 ottobre sembra esserci una frattura generale anche nell’Israele più mainstream.

Una crescente maggioranza di israeliani ha riconosciuto, infatti, che lo Stato si è allontanato dalla propria auto-dichiarata “neutralità” e ha compreso che accettando le cerimonie finanziate dal governo si accettano anche le sue agende politiche, intrise di “suprematismo ebraico” e di totale disinteresse verso chi non è allineato.

Non è un caso, infatti, che negli ultimi tre anni siano fiorite diverse cerimonie “alternative”, che stanno diventando una nuova prassi per molti. Un esempio significativo è il People’s Peace Summit (timeisnow.co.il) organizzato da It’s Time, una coalizione di oltre 80 organizzazioni israelo-palestinesi. Da tre anni migliaia di persone si riuniscono in un appuntamento annuale che è insieme una dimostrazione di forza e un momento di costruzione di movimento, incentrato su pace, riconciliazione e giustizia per palestinesi e israeliani.

Il summit comprende seminari, discussioni, arte, stand informativi e un evento finale conclusivo. Può forse sembrare qualcosa di eccessivamente “soft” e “festoso” in tempi di così grave sofferenza diffusa, ma questa sofferenza, nonché la denuncia dei suoi responsabili e i modi per resistervi e alleviarla sono stati temi costantemente presenti durante tutta la giornata.

L’evento si basa su una teoria del cambiamento dal basso: attraverso la costruzione di alleanze civiche, la mobilitazione delle masse e l’offerta di una comunità con un messaggio coerente e senza ambiguità, si genera una forza di attrazione sociale e un corpo elettorale collettivo che chiede a politici e decisori (in Israele e all’estero) di portare avanti le nostre istanze. Un altro aspetto importante è la partnership con i palestinesi. Sul territorio esistono cooperazioni coraggiose e durature, ma c’è una differenza tra credere in questi partenariati e vederli dal vivo su un palco.

Questo vale tanto per il lavoro di cooperazione oltre i confini quanto per le forme di azione condivise e la convivenza tra ebrei e arabi in Israele. I governi israeliani e i gruppi armati palestinesi ci offrono soltanto una guerra perpetua, ma il 30 aprile scorso israeliani e palestinesi hanno affermato con una voce congiunta e chiara: la pace è necessaria, è possibile e la realizzeremo insieme.

Ph. Robert Schwarz, via Unsplash

Immagine di Yonatan Zeigen

Yonatan Zeigen

Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

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