di Tommaso Tuppini. Professore di Filosofia teoretica all’università di Verona
Intervista a cura di Claudio Paravati. Direttore Confronti
Nel libro Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine (Solferino Libri, 2025), il filosofo Tommaso Tuppini rilegge il tema dell’interconnessione contemporanea a partire dall’idea di un’esperienza originaria “senza gli altri”. Ne emerge una riflessione che attraversa filosofia, tecnica e vita quotidiana.
Con Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine (Solferino Libri, 2025), il filosofo Tommaso Tuppini interviene nel dibattito pubblico ricordando come, proprio nell’era della più ampia interconnessione, si continui a vivere a partire da una condizione originaria di esperienza “senza gli altri”. Smontare la tesi secondo cui saremmo ormai sempre e comunque in connessione significa trarne tutte le conseguenze, anche le più scoraggianti; ma significa anche individuare uno spiraglio attraverso cui intravedere la vita e pensarla, forse, in modo più disincantato ma più autentico. Abbiamo intervistato l’autore, Tommaso Tuppini.
L’uomo è un animale politico, viveva e continua a vivere, in branco, in gruppo, in società.
Questa enfasi sulla relazione tra noi e gli altri credo che non corrisponda del tutto a come stanno realmente le cose e, in qualche misura, finisca per impoverire le nostre esperienze più autentiche. Per esempio, mentre facciamo questa intervista noi due stiamo parlando: ebbene, non vedo anzitutto un’alterità, e descrivere ciò che accade soltanto in questi termini mi sembra una ricostruzione un po’ artificiosa. Io adesso sto parlando con te attraverso un video, ma non ti percepisco come qualcosa di radicalmente “altro da me”. Innanzitutto perché ci conosciamo da decenni e, in secondo luogo, perché mi stai facendo domande interessanti: sono davvero coinvolto in quello che stiamo dicendo. E quando si è così coinvolti, in un certo senso ci si dimentica l’uno dell’altro; non perché venga meno la relazione, ma perché entrambi partecipiamo con interesse a qualcosa che ci accomuna, alla cosa stessa. La cosa stessa è l’argomento di cui stiamo parlando, e grazie a questa attenzione così viva, la distanza e la differenza passano in secondo piano. Ci siamo io e te, naturalmente, ma c’è anche ciò di cui stiamo parlando, e rispetto a cui, in qualche modo, io e te siamo soltanto dei riflessi.
Nel libro affronta criticamente il pensiero della differenza, suggerendo la necessità di andare oltre questa prospettiva. Che cosa la convince meno di questa proposta filosofica?
Ho l’impressione che i sostenitori del pensiero della differenza vogliano migliorare le cose, e credo che lo facciano in buona fede. Però non so fino a che punto questa impostazione ci aiuti davvero. Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario di Taxi Driver e, se c’è una cosa che quel film ci mostra con grande forza, è che tra il mondo maschile e quello femminile esistono distanze, incomprensioni e barriere reali. Io questa differenza l’ho sempre avvertita molto. Tuttavia non sono sicuro che insistere continuamente su questo aspetto sia sempre utile. Perché poi ci accorgiamo che, nei momenti più spontanei e immediati dell’esperienza, quella differenza tende a sfumare.
È difficile immaginare che la differenza possa davvero venir meno…
Una possibile risposta la si trova nella Recherche di Marcel Proust e, più tardi, nel filosofo Gilles Deleuze quando riflette sul momento della seduzione. Deleuze osserva che nella seduzione non ci sono semplicemente due individui uno di fronte all’altro: è piuttosto un mondo che si squaderna davanti ai nostri occhi! Se una ragazza mi affascina, è come viaggiare, andare a New York, in Brasile o in Norvegia, entrare in un Paese straniero e abitarlo e quindi lasciarsi sedurre da ciò che si incontra. Quando ciò accade, si è talmente coinvolti da non avvertire più la differenza come elemento decisivo dell’esperienza. Lo stesso succede quando si legge un grande libro: partecipiamo a ciò che leggiamo fino al punto di identificarci con i personaggi. Quando leggiamo l’Iliade, per certi aspetti diventiamo davvero Achille! Ed è una fortuna che la vita ci conceda ogni tanto esperienze di questo genere, senza differenza, senza distanza, altrimenti la vita sarebbe davvero insopportabile.
È questa l’esperienza assoluta di cui si parla nel libro? Questa esperienza ci livella tutte e tutti allo stesso modo?
Nietzsche e Leopardi sono d’accordo su questo: il tasso di verità di un’affermazione, di una sentenza o di una teoria è tanto più alto quanto più è difficile da accettare. Ed è qui che emerge il problema. Abbiamo visto come l’esperienza di sentirsi tutt’uno con il mondo, o con ciò che chiamiamo l’altro, sia una cosa positiva. È quella che il filosofo e psicologo statunitense William James definiva un’“esperienza assoluta”. Tuttavia, se si porta questa intuizione fino alle sue estreme conseguenze, si arriva a una conclusione che è quella di Leopardi, Nietzsche e Giordano Bruno: non c’è nessuna differenza tra una formica che attraversa un prato e Dante Alighieri che compone la Divina Commedia.
Anche questo è difficile da pensare, e forse anche da digerire!
Per esempio, oggi nella filosofia italiana la parola d’ordine sembra essere “immanentismo”. Un’ottima parola d’ordine, ma credo sia importante tener presente fino in fondo che cosa essa comporti. Se si assume davvero una prospettiva immanentista, allora il professore che pubblica il suo libro non vale di più del mio gatto che in questo momento sta mangiando le crocchette.
L’esperienza assoluta mette quindi sullo stesso piano tutte le esperienze, umane e non umane…
In un certo senso sì. Se l’esperienza è coinvolgimento assoluto, allora nessun coinvolgimento, proprio in quanto assoluto, può stabilire che un’esperienza valga più di un’altra: anche l’altra è coinvolgimento assoluto. E qui emerge un aspetto al contempo entusiasmante e un po’ disperante. Per esempio, spesso diciamo che i ragazzi non studiano più come un tempo, che la loro capacità di attenzione si esaurisce nei 12 secondi di un video su TikTok. Può essere vero. Ma, da questo punto di vista, si pone una domanda scomoda: che cosa rende quei 12 secondi intrinsecamente meno significativi degli anni necessari a comporre la tetralogia di Wagner? Da un certo punto di vista la risposta potrebbe essere “niente!”. Ed è proprio qui che questa verità si rivela più catastrofica, perché mette in discussione molti dei criteri su cui la nostra cultura ha costruito le proprie gerarchie di valore: il lavoro, l’impegno, l’engagement.
La conclusione mi pare che voglia essere uno schiaffo al perbenismo dei nostri tempi, e, come dire, riprendere la vita nella sua complessità senza facili chiavi di lettura auto prodotte.
Sì, perché la filosofia, come la vita, ci costringe a prendere atto del fatto che non possiamo avere le proverbiali “botte piena e moglie ubriaca”. Dobbiamo accettare una tensione di fondo. Non è possibile vivere l’assoluto e, nello stesso tempo, continuare a giudicare la realtà attraverso le distinzioni e le gerarchie cui siamo abituati. O si accetta che ciò che si sta vivendo e facendo abbia un senso in sé, oppure si entra in quella che potremmo chiamare una “vita riflessa”, prendendo distanza dall’esperienza e introducendo continuamente criteri, valutazioni e distinguo. In questo senso mi torna in mente una celebre osservazione di Thomas Mann, che qui parafraso: «o vivi o rifletti». Quando si è davvero immersi nella vita, molte delle differenze di valore che abitualmente tracciamo perdono la loro evidenza e in questo senso la nostra vita non vale più di quella di una formica.
Come si concilia questa prospettiva con le differenze che, nella vita concreta, continuano ad avere un peso e un’importanza reali?
La cosa principale per me è questa: mi piace un mondo che permetta sia le differenze sia le indifferenze. Mi piace il mondo che ci consente di avere questa conversazione, che non è affatto ovvia. Perché noi, in questo momento, ci stiamo concedendo la possibilità di mettere in crisi qualcosa, oppure di non farlo. Mi piace un mondo in cui tutte queste possibilità restino sospese, aperte. È il mondo del pensiero critico, della messa in dubbio, della filosofia; è il mondo della libertà, che resta una delle ricchezze più importanti da non disperdere.
È il richiamo alla tradizione filosofica europea?
Sì, ma intendo l’Europa come la intendevano i filosofi: non come uno spazio puramente geografico, ma come uno spazio del pensiero. La tradizione filosofica nasce, cresce e rimane quel modo di abitare il mondo che consiste nel poter mettere tutto in discussione. Come Husserl, tra gli altri, intendo l’Europa come un “luogo dello spirito”. È questo il luogo in cui mi riconosco maggiormente: uno spazio in cui tutto può essere rimesso in gioco e sottoposto a esame. E credo che questa sia un’eredità da custodire.
Rischiamo di perderci questa eredità?
Credo che la nostra cultura accademica, e larga parte del discorso culturale del Paese, non sia sufficientemente consapevole di questa ricchezza e passi il tempo a segare il ramo su cui è seduta. E allora direi: stiamo attenti! È vero che, da un punto di vista della filosofia dell’assoluto, tutto è uguale, ma questa affermazione è possibile solo dove esiste libertà. Non possiamo non renderci conto di questo.
Il mondo è ben più grande dell’Europa, e il passato europeo è stato a dir poco burrascoso…
Proprio così. Per questo dobbiamo stare attenti: una cosa molto europea che stiamo fatalmente perdendo è la consapevolezza della storia. Quella storia che contiene le grandi gesta dell’Europa e anche i suoi grandi crimini; la coscienza storica ci permette di comprendere, di dare peso alle cose e di collocarle nella giusta prospettiva. Come si possono capire il conflitto russo-ucraino o il conflitto israelo-palestinese senza una prospettiva storica?
In questo quadro dobbiamo sperare in un futuro della filosofia?
Martin Heidegger, in un’intervista alla rivista Der Spiegel pubblicata postuma nel 1976, diceva: la filosofia non esiste più, esiste la cibernetica. Il che significa: il mondo della tecnologia contemporanea (compresa l’intelligenza artificiale di cui parliamo quotidianamente) è fatto dalla filosofia. Il linguaggio binario è un’invenzione di Leibniz, con radici teologiche. Quindi, quando si dice che la filosofia è qualcosa di astratto, si dimentica che essa è alla base della tecnica. Studiare le nuove tecnologie significa, in fondo, studiare filosofia applicata. Ma della filosofia intesa in senso più classico? Forse oggi ce n’è fin troppa in giro, in senso accademico, e la filosofia come facoltà universitaria potrebbe anche essere destinata a scomparire. Ciononostante, credo che il mondo possa essere un po’ meno “penoso” se ci fossero una decina di persone per città – non di più (venti, venticinque al massimo!) – disposte a fare un passo indietro rispetto a ciò che vedono. Heidegger riprendeva Aristotele quando parlava dello stupore. Ecco, credo che la vita possa essere un po’ più sopportabile se ogni tanto una ventina di persone attorno a noi si insospettissero, non si accontentassero, e ci ricordassero che ciò che abbiamo davanti, o ciò che accade, non è così ovvio. Incontrare persone così rende la vita leggermente più sopportabile perché più interessante, un po’ più variopinta, un po’ più esotica. È vita.
Ph. Interconnessione © Alina Grubnyak via Unsplash
Tommaso Tuppini
Professore di Filosofia teoretica all’università di Verona
