di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.
Nel suo studio su Vangeli e psicoanalisi, Massimo Recalcati interpreta Gesù come testimone del desiderio e della “vita viva”, capace di liberare l’essere umano dalla paura, dal risentimento e dalla vita “contratta”. Il percorso umano e simbolico dei Vangeli diventa così una riflessione sull’autotrasformazione, la fragilità e la potenza generativa del desiderio.
Dentro di noi è seppellito un profeta che grida, che vuole gridare contro tutto e contro tutti. È la grazia del fuoco che spinge dentro di noi, e ci fa domandare un’unica cosa, come il cieco del Vangelo: «Signore, che io torni a vedere!». M. Epicoco, Per custodire il fuoco (Einaudi, 2023)
Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, ha dedicato al rapporto tra Bibbia e psicoanalisi 860 pagine in due volumi: La legge della parola, 2022, sull’Antico Testamento e La legge del desiderio, 2024, sul Nuovo Testamento, entrambi editi da Einaudi con il sottotitolo Le radici bibliche della psicoanalisi. L’autore tenta di rintracciare nel logos biblico i fondamenti della psicoanalisi, le radici di alcuni concetti chiave di Freud e Lacan: Legge, Parola, Desiderio, Nome del Padre.
Questa seconda parte prende le mosse dal volume sui Vangeli e la figura di Gesù, proseguendo la riflessione avviata con il primo contributo, pubblicato il 16 giugno su Confronti.
Il secondo volume del saggio di Recalcati – La legge del desiderio (Einaudi, 2024; d’ora in poi LD) – è dedicato «a Pier Paolo Pasolini e a Fabrizio De André, ai loro Vangeli». Fin dalla dedica l’autore preannuncia una visione dirompente del Nuovo Testamento e della figura di Gesù, che emerge chiaramente già nelle prime pagine: «La parola di Gesù svela, infatti, il desiderio come potenza affermativa, capacità generativa, forza in atto, reale, vivente, potenza erotica capace di sconvolgere i piani ordinari della realtà; fattore di apertura della vita e di moltiplicazione dei suoi talenti, espressione radicale della sua potenza espansiva» (LD, 4). Se Dio – come si è visto nella prima parte di questo lavoro – è “desiderio eccedente” che crea il mondo come altro da sé attraverso la Parola, Gesù è colui che incarna quella potenza desiderante portandola fino alle soglie dell’umano, affinché diventi lievito generativo di trasformazione personale e collettiva.
È questa la risposta muta di Gesù al monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij – contenuto in un capitolo del romanzo I fratelli Karamazov – e alla protervia delle sue insinuazioni: l’uomo non è destinato ad essere nutrito, protetto e asservito come un infante incapace di pensiero e di parola, ma può e deve assumere in prima persona la forza e il fuoco del proprio desiderio. In questo modo egli può corrispondere alla domanda che Lacan riproporrà con insistenza nei suoi Seminari: «Avete agito conformemente al desiderio che vi abita?». Gesù libera il desiderio dalla dimensione normativa e moralistica dell’antica Legge, affinché prevalga una nuova Legge, la Legge del desiderio al posto della Legge contro il desiderio: «Il vero compito della Legge non è quello di schiacciare moralisticamente la vita sotto il suo peso, ma quello di liberare la Legge dalla Legge, di sollevare l’uomo dal giogo oscuro della Legge, mostrando che la vera Legge – la Legge stessa della Torah – non condanna affatto il desiderio ma lo eleva a compito fondamentale della vita» (LD, 11).
Assumere il desiderio come un compito – ovvero desiderare essendo autorizzati dalla Legge – significa aprirsi a quella che Recalcati chiama «l’eccedenza erotica della vita» (LD, 17). Significa fare esperienza della gioia anziché del risentimento, della libertà di essere anziché di quella che Nietzsche, nella Genealogia della morale, definiva la «segreta tirannia su se stessi» che finisce per rivolgere la vita contro la vita. Tutta la riflessione di Recalcati sui Vangeli ruota intorno a questa immagine di Gesù come testimone del fuoco del desiderio e dell’amore per la “vita viva”. La sua presenza in mezzo agli uomini, ogni sua parola e ogni gesto non sono altro che una spinta della vita verso l’aperto e la sovrabbondanza, nonché la testimonianza della possibilità e della «potenza feconda della Legge del desiderio» (LD, 18).
DIS-SEPPELLIRE SÉ STESSI
Cosa significa soggettivare il proprio desiderio, assumerlo come il fuoco centrale che vivifica l’esistenza nonostante tutto il peso della contingenza, della fragilità e del mal-essere? Significa avviare – non senza l’apertura della fiducia e l’intervento della dimensione della grazia – un potente processo di autotrasformazione. Si tratta di un percorso che – come accade in psicoanalisi – segna la transizione lenta e faticosa verso la guarigione dall’impotenza, ovvero da «una vita contratta che rinuncia alla vita perché si sente schiacciata dalla paura della vita» (LD, 36). La paura della vita è una delle declinazioni di quella che Freud chiamava “pulsione di morte”: una spinta ipertrofica al controllo, alla sicurezza e all’autoconservazione. È la cifra di un’esistenza nevrotica che si rinchiude nell’attesa e nella rinuncia pur di non esperire il proprio desiderio, costantemente procrastinato e utopisticamente differito per evitare la decisione e la scelta nel presente.
Aver paura della vita significa farne un sarcofago, un loculo protettivo e claustrofobico; significa rimanere paralizzati nel proprio guscio-tana, rinunciando all’auto-trascendimento per accontentarsi della piattezza di un presente senza slanci. A questa logica sacrificale, che anticipa la sepoltura definitiva, Gesù oppone una chiamata, un appello e un monito, come quello rivolto al paralitico di Betesda, da trentotto anni in attesa di salvezza: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). Una domanda radicale, di cui Recalcati esplicita tutta la drammaticità: «vuoi davvero riaprire la tua vita a un sapere nuovo, a un desiderio nuovo, a una vita nuova? Vuoi davvero rinunciare alla catene “protettive” dell’impotenza, alla sicurezza che ti garantisce restare nell’attesa passiva di una guarigione che può venire solo miracolosamente dall’Altro?» (LD, 192).
Qualcosa di simile avviene nel processo analitico: «Guarire non significa sopprimere terapeuticamente il sintomo, ma scuotere il soggetto, rimetterlo in movimento, sottrarlo alla tentazione della morte» (LD, 193). Significa liberarlo dal paradossale tornaconto secondario della malattia e del sintomo, avviandolo alla sua stessa dis-sepoltura e rinascita. La guarigione ha inizio quanto la vita viva si risveglia contro la vita morta, larvale, barricata nelle proprie fobie nevrotiche. Guarisce chi coglie la possibilità di ricominciare, chi si ridesta alla propria costitutiva capacità di desiderare e rimettersi in moto, abbandonando il ruolo di vittima, il lamento sterile e la colpevolizzazione di sé o dell’altro: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Gv 5,8). Questo non è un invito alla cieca forza di volontà o al potere del proprio Ego, bensì l’esortazione a decentrarsi, a esporsi disarmati all’evento della grazia, al kairós del tempo presente, all’evento del cambiamento. Significa accogliere l’apertura del possibile, liberando la disponibilità ad affidarsi all’imprevisto e all’evento dell’impossibile, fino a giungere a volere il proprio desiderio, attraversando i propri fantasmi e i propri timori.
GENERARE LA VITA NUOVA
La disponibilità e l’accoglienza verso l’impossibile che prende forma dentro di sé costituiscono il segreto e il mistero di ogni donna e di ogni madre, a partire da Maria. Nessuno meglio del Beato Angelico ha saputo rappresentare, nella scena dell’Annunciazione (del 1435 circa e conservata a Madrid nel Museo del Prado), questa postura interiore concava e aperta all’evento che sta per farsi carne del suo corpo: il mantello azzurro di Maria disegna una rientranza morbida che la contiene e la espone, all’interno di un quadro in cui ogni elemento (il grembo della donna, gli archi, le volte del portico, la porta aperta della casa, la rondinella appoggiata sul tirante) si conforma per pronunciare un “Sì” e fare spazio al Nuovo Arrivante annunciato dall’Angelo.

Annunciazione di Beato Giovanni da Fiesole © CC BY-SA 4.0 via Wikimedia commons
Massimo Cacciari, in Generare Dio (il Mulino, 2017, pp. 18, 20) sottolinea la paradossale libertà di questo assenso: «Gabriele non viene a ordinare, non comanda a una serva; è Maria che ascolta e diviene obbediente alla sua Parola. Ella beve il suo calice, come fa il Figlio. La sua obbedienza non ha nulla di semplicemente remissivo, quietistico. Ella giunge a volere la volontà divina. Soltanto dopo aver patito la propria sofferenza lascerà che Dio “decida per lei” […]. Sta alla fanciulla scegliere. E la scelta che compirà sarà decisiva. Giace nel suo potere, nel potere di questa povera fanciulla, scegliere di concepire colui che l’ha scelta».
Maria e Giuseppe (figura mite e straordinaria di sposo e di padre, a cui Recalcati dedica le pagine conclusive del suo saggio) sapranno amare l’irruzione dell’assolutamente altro nelle loro esistenze, in una disponibilità incondizionata in cui consiste l’autentico atteggiamento d’amore genitoriale: il figlio non come una proprietà, ma – diceva Lévinas – come una “libertà creata”, un eteros in cui non è possibile rispecchiarsi narcisisticamente, che non è possibile assimilare. Esso segna una differenza assoluta, «il taglio della separazione già imminente all’atto della generazione» (LD, 215): un’alterità mai riconducibile a sé, una trascendenza non ricomponibile nel regno del “proprio”. In fondo, ogni maternità – scrive ancora Recalcati – non è altro che «esperienza di una trascendenza incarnata che si radica all’interno di sé, nella carne, nelle viscere e nel sangue del proprio corpo, esperienza, dunque, di una trascendenza che vive nella più radicale immanenza. […] In questo senso Maria è il paradigma più puro del segreto della maternità: contenere in sé il mistero di una dismisura, di una impossibilità, di un evento che non si può spiegare mai del tutto, custodire una eccedenza, contenere nel piccolo, nel piccolissimo del proprio ventre, la sproporzione dell’assoluto, l’eccedenza del figlio di Dio, l’evento di Dio nel mondo, l’evento destinato a cambiare per sempre il volto del mondo» (LD, pag. 217, 219-20).
TRADIMENTI, SOLITUDINI, ABBANDONI
Sarebbe un errore pensare che il Gesù di Recalcati sia un Maestro indiscusso o un eroe che affronta senza timore la dimensione vertiginosa del proprio desiderio. Il percorso singolare di soggettivazione di ogni uomo, e di Gesù in quanto uomo, deve misurarsi con i limiti della finitezza, le strettoie della vulnerabilità e la via ardua della solitudine e dello sconforto. A cominciare dal trauma del tradimento da parte degli amici intimi e dei compagni più prossimi, che dopo una prima idealizzazione manifestano il proprio risentimento e la propria debolezza. Le pagine dedicate al tradimento di Giuda e di Pietro sono dense di umanità. Il primo – il “cattivo erede” del messaggio di Gesù – è preso nel vortice distruttivo della disillusione, un amore deluso che si trasforma in odio e che vuole cancellare ogni forma di dipendenza e di debito. Il secondo – la “roccia”, il discepolo più fedele – viene risucchiato nella spirale della contraddizione e della propria fragilità. Si tratta della stessa debolezza che porta gli altri discepoli a scivolare placidamente nel sonno, proprio quando Gesù chiede loro di vegliare al suo fianco (Mt 26,36-46), e infine a fuggire pavidamente, abbandonandolo nel momento tragico dell’arresto (Mt 26,56).
Le esperienze più significative di ogni esistenza si compiono nella solitudine: la nascita, il dolore, il disincanto, la malattia, la morte. «Quando si muore si muore soli», cantava Fabrizio De Andrè, e persino Gesù ha conosciuto l’abbandono di Dio e degli uomini. Essere soli significa essere inermi, senza riparo e senza appoggio, privati di ogni appartenenza e solidarietà; significa essere consegnati al proprio destino, al silenzio abissale dell’angoscia e del proprio crollo. È il momento esatto in cui l’umanità fa esperienza della propria radicale infondatezza.
IL RESTO CHE NON MUORE
Di tutto questo è testimone la figura di Gesù. A credenti e non credenti egli indica l’aderenza al proprio desiderio come via di realizzazione delle potenzialità “inconsce” di sé nel mondo: un’etica che combacia con quella della psicoanalisi ripensata da Freud e Lacan. Si tratta di un’etica che accoglie la sofferenza, il lutto e la morte, senza però ridurli al destino ultimo dell’esistenza. In fondo, il prodigio del sepolcro vuoto e della risurrezione – al di là della dimensione legata alla fede – parla simbolicamente a ogni uomo e a ogni donna: «Non tutto muore mai del tutto» (LD, 331). Resta sempre un’eccedenza della vita rispetto alla morte, e questa eccedenza custodisce il carattere inestinguibile del desiderio umano: risiede in ciò che il singolo ha realizzato nel corso della sua esistenza e in ciò che di quel fuoco, o di quella brace, si tramanda agli altri quando tutto è compiuto. Come conclude Recalcati, «esiste sempre un resto indistruttibile – eternamente vivente – in ogni morte. Sempre qualcosa di chi non è più con noi, resta con noi» (LD, 341).
Ph. Incredulità di san Tommaso di Caravaggio © via Wikipedia
Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale

