di Roberto Bertomi Bernardi. giornalista e scrittore
A cinquant’anni dalla rivolta di Soweto, il sacrificio degli studenti sudafricani ricorda come la mobilitazione civile possa incrinare anche i sistemi di oppressione più radicati. La lotta contro l’apartheid continua a interrogare il presente sul valore della memoria, della nonviolenza e dell’impegno per i diritti.
Se si vuole comprendere l’orrore dell’apartheid in Sudafrica, non si può che partire dal massacro di Soweto, township alla periferia di Johannesburg. Era il 16 giugno 1976 e la popolazione nera decise di protestare contro l’ennesima imposizione del governo, ossia l’obbligo di imparare a scuola non solo l’inglese, lingua comunemente utilizzata dai neri, ma anche l’afrikaans, definita dall’arcivescovo Desmond Tutu “la lingua degli oppressori”. Il ministro dell’Istruzione Bantu, Punt Janson, affermò: «Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un capo che parla afrikaans o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue». Da lì, nacque la rivolta, in particolare nelle scuole per neri. Il 30 aprile dello stesso anno, i bambini della Orlando West Junior School (nel sobborgo di Orlando a Soweto) si rifiutarono di andare a scuola. Gli studenti di Soweto, invece, costituirono un comitato d’azione, il Soweto Students’ Representative Council, per organizzare la protesta, indicendo una manifestazione significativa per il 16 giugno.
LA VITTORIA DELLA NONVIOLENZA
A nulla servì la nonviolenza, al pari dei cartelli indirizzati alla polizia con su scritto: «Non sparateci, non siamo armati». Abbiamo ancora negli occhi, infatti, l’immagine di Hector Pieterson, il bambino di dodici anni ucciso dagli agenti e portato in braccio da Umbiswa Makhubo: la fotografia, scattata da Sam Nzima, divenne il simbolo stesso dell’apartheid e della sua barbarie, spingendo la comunità internazionale a condannare con crescente vigore il Sudafrica, fino a isolarlo con gravi ripercussioni economiche e d’immagine. Anche i bianchi, a cominciare dagli allievi della University of the Witwatersrand, si unirono alle proteste, spinti all’azione dall’elevato numero di vittime e dalla ferocia repressiva scatenata contro persone che rivendicavano unicamente i propri diritti. Da quella ferita, il regime non si sarebbe più ripreso: troppo profonda, troppo planetaria, troppo sotto i riflettori, troppo in tutti i sensi, al punto che Mandela, leader dell’Africa National Congress (Anc) ed emblema della lotta contro la segregazione razziale, divenne ancor più un’icona globale, risvegliando le coscienze e facendo sì che si moltiplicassero gli appelli per chiederne la scarcerazione. Scarcerazione che sarebbe avvenuta solo l’11 febbraio del 1990, mentre per la fine dell’apartheid si dovette attendere addirittura l’aprile del 1994, con le prime elezioni a suffragio universale dal 1948 (anno di istituzione dell’apartheid ad opera del National Party) e la vittoria elettorale dell’Anc; fatto sta che nulla sarebbe stato possibile senza il coraggio e la compattezza dei ragazzi di Soweto, a dimostrazione di quanto possa incidere la mobilitazione sociale nei processi politici.
LA MEMORIA DELL’APARTHEID
Se oggi raccontiamo questa storia, a mezzo secolo di distanza, è per tener viva la memoria di ciò che è stato affinché non si ripeta, ricordando anche che la grandezza di Mandela e Tutu non va ricercata nel loro successo elettorale, ma nella loro capacità di pacificare il Paese, ripudiando l’odio e la vendetta e battendosi per dar vita alla cosiddetta Rainbow Nation, la “nazione arcobaleno”, in cui ogni essere umano sarebbe stato degno di attenzione e rispetto. Non a caso, una delle prime mosse di Mandela da presidente fu stringere un’alleanza con il capitano della nazionale di rugby, François Pienaar, in occasione dei Mondiali casalinghi del 1995, al fine di contribuire a un clima di rinnovata concordia. I neri, difatti, tifavano contro la nazionale di rugby, ritenuta un altro vanto del regime; vedere un atleta bianco accanto al simbolo della lotta dei neri cambiò per sempre il corso della storia: un’impresa agevolata pure dal trionfo in finale contro la fortissima Nuova Zelanda di Jonah Lomu. Anche questo capolavoro diplomatico, ben descritto dal film Invictus con la regia di Clint Eastwood, non sarebbe stato possibile senza la mobilitazione dei cittadini di Soweto.
Cinquant’anni sono un tempo sufficiente per tracciare un bilancio di ciò che è stato, di come eravamo e di come siamo diventati. E se oggi la questione razziale è diventata oggetto di discussione in ogni angolo del globo, tanto da suscitare polemiche, prese di posizione e vere e proprie battaglie culturali, è perché l’esito della vicenda sudafricana ci ha insegnato che non bisogna mai rassegnarsi, mai arrendersi e mai pensare che lo status quo non possa essere mutato. Non solo: in una fase storica nella quale ci siamo convinti che la volontà popolare non conti nulla, avendone – ahinoi! – spesso conferma, raccontare un episodio che va in direzione opposta significa anche riflettere su cosa sia possibile fare per combattere le tante ingiustizie che tuttora affliggono l’umanità.
Per questo bisogna farsi forza l’un l’altro e rendere omaggio a chi ha lottato prima di noi per i propri diritti, senza arroganza, ma senza neanche lasciarci convincere che il nostro destino sia segnato perché non è così.
Soweto, mezzo secolo fa, rivelò ai sudafricani l’insostenibilità di un modello sociale fondato sull’esclusione e sulla sopraffazione, dando il La a una presa di coscienza collettiva che condusse infine alla caduta del regime. Adesso ci auguriamo che lo stesso accada a tutti i popoli che vivono quasi in schiavitù, tenuti in ostaggio dalla barbarie sanguinaria dei tiranni contemporanei.
Il 1976, del resto, fu l’anno del golpe di Videla in Argentina e della celebre vittoria italiana in Coppa Davis a Santiago del Cile, contro i padroni di casa chiamati a esaltare la tirannia di Pinochet. Un anno spartiacque, dunque, che rivelò sì la potenza criminale dei dittatori ma anche le potenzialità di resistenza dei popoli. Ricordare, pertanto, significa anche far presente che potrebbe succedere ancora e che non sempre chi può contare sulla forza bruta, alla lunga, sia destinato a prevalere.
Ph. Soweto © Medpro, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalista e scrittore
