di Redazione Confronti
Un sincero ringraziamento a tutti coloro che sono intervenuti alla tavola rotonda La pace giusta oggi. È ancora possibile in un mondo di conflitti, guerre e bombe atomiche?, organizzata dalla rivista e Centro Studi Confronti, in collaborazione con la Chiesa valdese di piazza Cavour e la Libreria Claudiana di Roma, che si è tenuta il 10 giugno presso la Sala della Chiesa valdese di piazza Cavour a Roma.
Come ha ricordato Eleonora Natoli, pastora della Chiesa valdese di piazza Cavour: «Questa tavola rotonda è un incontro prezioso in quanto affronta un tema tragico e urgente, perché è da qualche anno che non si riesce a definire una pace che sia giusta e auspicabilmente duratura. Un argomento che qui viene affrontato da diversi punti di vista, per dare le coordinate di una pace che non sia solo la parola di un’invocazione, per quanto condivisibile e lodevolissima, ma anche densa di contenuti».
«Si tratta di un appuntamento coraggioso perché affronta direttamente quello che sta accadendo nel mondo oggi, segnato da guerre, ingiustizie e sofferenze diffuse», ha aggiunto Claudio Paravati, direttore della rivista e del Centro Studi Confronti. «Per ragionare insieme questa sera, abbiamo preso spunto da documenti e dichiarazioni della Chiesa cattolica, delle Chiese protestanti e della società civile internazionale. Ne è nata una tavola rotonda di grande valore, che mette insieme amici delle nostre Chiese e costruttori di pace, intervenuti con generosità e compassione».
Ambrogio Bongiovanni, direttore del Centro Studi Interreligiosi dell’Università Gregoriana ha detto: «Il problema della pace nasce dallo squilibrio di giustizia che c’è nel mondo. Spesso si dice “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. La pace quindi è strettamente legata al tema della giustizia, ma oltre al perdono, c’è bisogno della riconciliazione, e di attivare tutta una serie di processi che comprendono anche negoziazioni politiche e diplomatiche.
Ci troviamo in un mondo profondamente ingiusto, squilibrato sul piano dei poteri e della concentrazione delle ricchezze, dove la dimensione etica è completamente saltata e la ricchezza è nelle mani di pochi – spesso fuori dal controllo dei governi – che hanno interesse a mantenere una dimensione di ingiustizia. Quali possibilità abbiamo allora di parlare di una pace giusta, quando questa prospettiva presuppone l’accettazione di una sostanziale resa delle democrazie ai poteri forti? Per ripristinare il tema della giustizia occorre partire da un atteggiamento diverso, dalla relazione con gli altri e dalla capacità di trasformare, attraverso la cooperazione internazionale, le risorse destinate alla guerra e alla morte in risorse per la vita. Mentre l’Europa sembra dimenticare la storia cruenta che l’ha attraversata e, con la scelta di aumentare le spese militari, rischia di tradire le proprie radici cristiane, è necessario oggi più che mai sostenere anche teologicamente il disarmo, a partire dall’idea di una volontà di Dio che chiede all’uomo di abbandonare le armi. Il disarmo è la prospettiva di un mondo nuovo, di una logica diversa, in cui pace e giustizia si ricongiungono».
Fulvio Ferrario, teologo, Facoltà valdese di Teologia di Roma, ha aggiunto: «All’interno delle Chiese ci sono sempre state due grandi correnti: una secondo la quale il compito della Chiesa è annunciare un messaggio paradossale, cambiare la storia senza utilizzare gli strumenti della diplomazia e della politica; l’altra che attribuisce alla Chiesa una responsabilità di gestione della società. Ciò non implica necessariamente fare la guerra – giusta o ingiusta che sia – ma entrare in una complessità che non si accontenta degli appelli e quindi porsi problemi che si sperava di non doversi porre: quelli della politica, della mediazione, del compromesso. Siamo in un mondo dominato da rapporti di forza, ma l’idea della pace giusta sta nell’introdurre frammenti di diritto nel caos di questi rapporti e di calmierare la forza bruta. Sappiamo che l’umanità non è “il paradiso terrestre”, che l’Unione europea legittima una quantità infinita di ingiustizie, e che il diritto internazionale sottende rapporti di forza molto concreti. Ma oggi, che del diritto internazionale non sembra esserci più l’ombra e manca un’istanza internazionale che lo faccia rispettare, la dottrina della pace giusta appare fuori gioco. E se è vero che l’umanità non si può redimere, può almeno provare a gestire questo mondo irredento».
Alessandra Morelli, attivista, già delegata Unhcr, ha concluso: «Dalla caduta del muro di Berlino a quella delle Torri gemelle noi operatori umanitari e cooperanti abbiamo vissuto cambiamenti importanti che ci hanno anche messo in pericolo nell’esercizio del nostro lavoro. Oggi il lavoro del cooperante nella maggior parte delle zone del mondo prevede grande sacrificio e grande pericolo. Molti miei colleghi sono morti in servizio, e molti di noi, me compresa, siamo tornati feriti e senza neanche un riconoscimento, perché mentre i militari tornano da eroi, noi torniamo da sconosciuti. Il diritto internazionale è stato scritto con il sangue delle vittime della Seconda guerra mondiale, ma adesso, mentre l’Europa si riarma, si sta assistendo alla morte della cooperazione internazionale, della fratellanza universale, e dell’universalismo. Ho sempre lavorato in contesti interreligiosi: atei, buddhisti, shintoisti, protestanti e cattolici erano insieme e condividevano la convinzione che il nostro compito fosse riparare l’umano ferito. Questo è ciò che ci accomuna, e tutte le religioni devono accomunarsi a questo. Si può dire che così facendo stavamo costruendo la pace? Io direi di sì. Piccola, fragile, forse solo una scintilla, ma di certo molti “corridoi umanitari” si sono aperti, e in molti luoghi abbiamo ottenuto il cessate il fuoco, pur lontano dai riflettori. La pace giusta non può che essere un esercizio continuo di ospitalità, accoglienza, riconoscimento reciproco e dialogo interculturale fondato sulla reciprocità. Ma fino a che penseremo ad armarci per cacciare via gli invasori “cattivi”, che vengono a toglierci l’identità, saremo in uno stato di perenne conflitto».
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Foto copertina © Valeria Brucoli; Foto galleria © Michele Lipori
