di Francesco Attanasio. Allievo Scuola di giornalismo Lelio Basso.
Presente anche in Italia, la comunità Ahmadiyya promuove un Islam pacifico e inclusivo, ma continua a essere perseguitata in Pakistan e contestata come “eretica” da gran parte dell’Islam “ortodosso”. Tra divergenze teologiche e discriminazioni, gli ahmadi rivendicano il diritto alla libertà religiosa.
La comunità Ahmadiyya è una realtà che, nel panorama dell’universo islamico, presenta una serie di originalità e di peculiarità che ne fanno un unicum al mondo. Fondata nel 1889 a Qadian, nell’attuale Punjab, in India, da Hazrat Mirza Ghulam Ahmad, un mistico musulmano, oggi la comunità è presente in ogni continente. Unita sotto un’unica guida spirituale – il quinto califfo Mirza Masroor Ahmad – la comunità Ahmadiyya crede nel Corano, che Muhammad sia il suo profeta e che l’Islam – al pari delle altre religioni rivelate – esista per assicurare i diritti e le libertà dell’umanità, per proclamare il rifiuto della violenza e per costruire una società pacifica.
L’ACCUSA DI “ERESIA”
Sebbene sia una realtà molto impegnata nella promozione di una convivenza pacifica e sia nota in tutto il mondo per il suo motto “Amore per tutti e odio per nessuno”, la comunità Ahmadiyya viene perseguitata – soprattutto in Pakistan – e considerata eretica dagli altri musulmani perché “non ortodossa”. «Bisogna essere chiari – afferma l’imam della Grande moschea di Roma, il siriano Nader Akkad – sul piano dottrinale la maggior parte del mondo islamico ortodosso (sunnita e sciita) non riconosce gli ahmadi come musulmani. Questo perché il dogma centrale dell’Islam stabilisce che il profeta Muhammad sia il “Sigillo dei Profeti”, ovvero l’ultimo. Gli ahmadi, seguendo gli insegnamenti di Mirza Ghulam Ahmad, introducono una visione che collide con questo pilastro». La visione dell’imam è condivisa generalmente nel mondo islamico cosiddetto ortodosso «nonostante queste divergenze teologiche – continua Akkad – il rispetto per la persona e per il loro impegno civico rimane, per me, prioritario». «Gli ahmadi – spiega Francesco Zannini, professore emerito del Pontificio istituto di Studi arabi e d’Islamistica (Pisai) di Roma – sostengono che l’era messianica, cioè quella in cui definitivamente si instaurerà l’imam, sia iniziata con la predicazione di Hadrat Mirzā Ġulām Ahmad, nato il 13 febbraio del 1835 a Qadian, l’attuale Punjab, in India. Nel 1898 ha iniziato a predicare i concetti dell’Ahmadiyya. Ma – da qui nasce un equivoco – non ha detto mai di essere il sostituto di Muhammad o qualcosa del genere. Dire che Mirza si è presentato “come Muhammad” è un errore. Lui si è presentato come riformatore».
PAKISTAN: DALL’INSOFFERENZA ALLA PERSECUZIONE
L’ostilità che il mondo musulmano nutre verso gli ahmadi in alcuni casi si traduce in vera e propria persecuzione. Negli ultimi decenni si è verificato un peggioramento della situazione per colpa della politica, in particolare in Pakistan e specialmente a partire dalla fondazione del Paese nel 1947.
Nonostante molti ahmadi fossero entusiasti sostenitori del nascente Stato e nei primi anni dalla fondazione ottennero posizioni molto prestigiose sia dal punto di vista politico che sociale e militare, dagli anni Cinquanta cominciarono ad avere grossi problemi. Ma l’insofferenza verso la comunità crebbe così tanto che nel settembre 1974 il governo del Pakistan, sotto Zulfiqar Ali Bhutto, approvò il secondo emendamento della Costituzione che li dichiarava apertamente “non musulmani”. Inoltre, nel 1984 fu emanata un’altra ordinanza anti-ahmadi e inserita nella Costituzione, in cui viene stabilito che gli ahmadi non possono chiamarsi musulmani o “comportarsi come musulmani”. «Se penso al mio Paese di origine – spiega Asif Ahmad, che si è trasferito dal Pakistan in Italia da più di vent’anni con la famiglia mentre esce dalla moschea di San Pietro in Casale, centro spirituale e sociale della comunità Ahmadiyya in Italia – le differenze sono enormi. In Pakistan non siamo liberi di pregare e neanche di parlare della nostra fede o della nostra appartenenza alla comunità di ahmadi: rischiamo di venire arrestati o peggio». «È purtroppo vero – conferma l’imam Akkad – in Paesi come il Pakistan, gli ahmadi subiscono discriminazioni sistemiche, violenze e leggi che impediscono loro persino di definirsi musulmani. Perché accade? Spesso la religione viene strumentalizzata dalla politica per creare un nemico interno e compattare il consenso delle frange più estremiste. La divergenza dottrinale viene trasformata in un crimine di Stato». Ma persecuzione può non significare violenza diretta e ugualmente creare esclusione e frustrazione. «Viviamo spesso l’esclusione – dice Ataul Tariq, imam della comunità Ahmadiyya in Italia – per fare un esempio si può citare gli ahmadi che vivono nei campi profughi, arrivano scappando da una vita di persecuzioni in Pakistan, per cercare la libertà. Ma anche in queste situazioni devono nascondere la loro identità. Ormai non solo i pakistani tormentano la vita degli ahmadi, ci sono altri musulmani che non condividono più le mense, le camere e ciò che viene fatto nel quotidiano, perché veniamo considerati “eretici”. È così che molti ahmadi – anche in Italia – devono nascondere la loro identità, sennò vengono cacciati fuori dalle loro abitazioni e anche dal lavoro».
ITALIA: TRA INTEGRAZIONE E DIFFIDENZE
In Italia, gli ahmadi sono presenti formalmente dal 1993, ma il loro primo radicamento risale agli anni Venti del secolo scorso, con l’arrivo dei primi membri. «In Italia la comunità aveva il primo imam già nell’anno 1920 – afferma l’imam Ataul – e contava una piccola presenza in Sicilia. Ma a causa della Seconda guerra mondiale i nostri primi membri sono dovuti fuggire». La presenza degli ahmadi in Italia è poi ricominciata grazie al trasferimento a Roma di un gruppo di commercianti negli anni Settanta. Così, gradualmente, la comunità è cresciuta e attualmente conta poco più di 1000 fedeli. I rapporti con le altre fedi e tradizioni sono improntati al rispetto e al dialogo costruttivo. Non mancano però, anche qui, i problemi.
«Nella Grande moschea di Roma – riprende l’imam Akkad – accogliamo musulmani da ogni parte del mondo. Gli ahmadi sono molto attivi nel dialogo e nella solidarietà. Spesso ci si ritrova uniti su temi etici, sulla difesa dei diritti dei migranti o sulla lotta all’islamofobia. La tensione principale, però, è di natura identitaria. Molti fedeli ortodossi provano disagio nel vedere utilizzata la terminologia islamica da un gruppo che considerano “eterodosso”. Questo può creare barriere alla partecipazione formale a organismi rappresentativi dell’Islam. Noi però favoriamo dialogo e incontro. In Italia, la via privilegiata è quella del confronto istituzionale. Partecipiamo insieme a tavoli per la libertà religiosa. Il dialogo non deve necessariamente significare uniformità teologica, ma riconoscimento della dignità dell’altro». «Mi capita di partecipare a incontri in cui ci sono ahmadi e altri musulmani qui in Italia – aggiunge il professor Zannini – anche l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia) o altri gruppi e l’impressione che ho avuto è che siano generalmente accettati. Tutta la condanna nei confronti degli ahmadi ha una matrice politica, spinta dai fondamentalisti in Pakistan. Un musulmano che conosce bene la storia dell’Islam sa che il concetto di “eresia” non ha senso, perché l’Islam è sempre stato pluralistico. Il mondo islamico si è evoluto con migliaia di facce, attraverso elementi di acculturazione e inculturazione all’interno dei diversi Paesi; per questo un musulmano cinese non la pensa esattamente come un musulmano pakistano o del Marocco, a causa della filosofia assorbita all’interno di questo mondo».
NODI IRRISOLTI DI UN RICONOSCIMENTO
Il rapporto degli ahmadi con l’universo musulmano è a livelli critici nei Paesi dove l’estremismo musulmano è quotidiano sia nella vita comune che in politica, primo per eccellenza il Pakistan, dove sono state fatte delle leggi proprio anti-ahmadi. La situazione si semplifica in Paesi dove l’Islam non è eccessivamente radicato nella società, come l’Inghilterra – dove la presenza degli ahmadi è molto più consolidata – o l’Italia. Si semplifica, però rimane presente una condizione di razzismo.
E infatti anche in Italia capita che gli ahmadi vengano trattati come “non musulmani” e non possano andare nella moschea a pregare insieme agli altri fedeli. Può succedere che siano esclusi da ogni tipo di festività della fede come la festa di fine Ramadan. Vivere con le altre fedi per gli ahmadi non sarà mai un problema per loro, essendo una comunità dove il dialogo e la volontà di creare una società pacifica con tutti sono punti fermi. Il dilemma non è il rapporto che gli ahmadi hanno con i musulmani, ma il tipo di relazione che hanno i musulmani ortodossi nei loro confronti.
La fede Ahmadiyya, come spiegano vari teorici e fedeli, dovrebbe essere misurata solo sul piano spirituale e non politico. «Questo è il nostro problema, – spiega Ataul – se qualcuno non ci considera musulmani ha tutto il diritto ed è libero di pensare come vuole, perché per noi l’Islam e la fede in Dio hanno valore solo se è Dio stesso a riconoscerci come veri credenti».
Ph. © Francesco Attanasio
Francesco Attanasio
Allievo Scuola di giornalismo Lelio Basso.
