di Andrea Cantelmo. Giornalista e scrittore
Partiti alla ricerca di lavoro e di una possibilità di riscatto, più di 200 cittadini etiopi rischiano la pena di morte in Arabia Saudita con l’accusa di traffico e detenzione di sostanze stupefacenti. Mentre le organizzazioni per i diritti umani chiedono di fermare le esecuzioni, da Addis Abeba non sono arrivate prese di posizione pubbliche significative.
Più di 200 uomini attendono il proprio destino dietro le sbarre di un carcere saudita. Sono etiopi, partiti dal loro Paese inseguendo un lavoro e una possibilità di riscatto, e oggi rischiano di essere giustiziati con l’accusa di traffico e detenzione di sostanze stupefacenti. Mentre le organizzazioni per i diritti umani lanciano l’allarme e chiedono di fermare le esecuzioni, da Addis Abeba non è arrivata alcuna presa di posizione pubblica di rilievo. Un silenzio che pesa quanto le condanne e che apre interrogativi non solo sulla sorte dei detenuti, ma anche sui rapporti tra Etiopia e Arabia Saudita. La vicenda, emersa nelle scorse settimane attraverso organizzazioni internazionali e media etiopi, è infatti solo la punta dell’iceberg. Dietro il caso dei circa 200 condannati si intrecciano la politica sempre più dura di Riad sulla pena di morte per reati legati alla droga, la vulnerabilità dei lavoratori migranti stranieri e gli equilibri diplomatici che spingono molti governi africani a evitare uno scontro con una delle principali potenze economiche del Golfo.
LE DENUNCE
A portare alla luce il caso è stato il quotidiano etiope Addis Standard, che, citando l’Ufficio per la Gioventù della regione del Tigray, ha riferito dell’esistenza di oltre 200 giovani etiopi detenuti nel carcere di Khamis Mushait e condannati a morte nell’ambito di un procedimento collettivo. Human Rights Watch precisa di non poter confermare il numero complessivo dei detenuti, ma afferma di aver verificato almeno 65 casi di cittadini etiopi che rischiano un’esecuzione imminente per reati legati agli stupefacenti. L’organizzazione ha inoltre documentato l’esecuzione di tre cittadini etiopi avvenuta il 21 aprile scorso dopo una condanna per traffico di hashish. Secondo la stessa fonte, il numero reale dei detenuti nel braccio della morte potrebbe essere più alto, considerando la difficoltà di accesso alle informazioni nei sistemi carcerari del Regno. Secondo testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie, molti dei detenuti provengono dal Tigray, regione devastata dalla guerra civile tra il 2020 e il 2022. Dopo essere fuggiti dal conflitto, avrebbero attraversato Gibuti e lo Yemen lungo una delle rotte migratorie più pericolose al mondo nella speranza di trovare un impiego in Arabia Saudita. Il viaggio, spesso affidato a reti di trafficanti, espone i migranti a violenze, estorsioni e detenzioni arbitrarie già prima dell’arrivo nel Regno. In diversi casi, secondo quanto riportato da Ong internazionali, i detenuti sarebbero stati arrestati in contesti di controllo migratorio o durante operazioni antidroga che non avrebbero chiarito il ruolo individuale di ciascun imputato. Una condizione che alimenta il sospetto che, in alcuni procedimenti, la distinzione tra semplice possesso e traffico organizzato non sia sempre stata netta.
PROCESSI SOMMARI
Secondo Human Rights Watch, il problema non riguarda soltanto la severità delle pene, ma anche le modalità con cui vengono celebrati i processi. L’organizzazione riferisce che alcuni imputati sarebbero comparsi davanti ai giudici in udienze collettive durate pochi minuti, senza poter contare su un avvocato o su un interprete. Diversi detenuti hanno inoltre raccontato di essere stati costretti a firmare documenti redatti esclusivamente in arabo e di non aver compreso pienamente le accuse a loro carico. In alcune testimonianze si parla anche di pressioni durante la detenzione preliminare, incluse forme di coercizione psicologica. Si tratta di elementi che le Ong definiscono coerenti con un quadro più ampio di criticità del sistema giudiziario saudita nei casi legati alla droga e ai cittadini stranieri, pur precisando che la verifica indipendente di ogni singola testimonianza è spesso impossibile. Tra le sostanze contestate compare frequentemente il khat, una pianta dalle proprietà stimolanti largamente consumata nel Corno d’Africa e nello Yemen, ma classificata come sostanza illegale dalla legislazione saudita. Per molti migranti etiopi, il passaggio da una sostanza culturalmente accettata nel Paese d’origine a un reato grave nel Paese di destinazione rappresenta un fattore di rischio spesso sottovalutato. Alcuni detenuti avrebbero dichiarato di non essere stati consapevoli che il trasporto o il possesso di quantità anche limitate di khat potesse essere punito con pene così estreme. Questa discrepanza normativa tra Paesi di origine e Paesi di arrivo è uno degli elementi che le organizzazioni per i diritti umani indicano come fattore strutturale di vulnerabilità per i migranti.
PENA DI MORTE PER REATI DI DROGA
Il caso degli etiopi si inserisce in una più ampia inversione di tendenza da parte dell’Arabia Saudita. Nel 2022 il Regno aveva lasciato intendere una possibile riduzione del ricorso alla pena di morte per reati legati agli stupefacenti, sospendendo temporaneamente le esecuzioni. La moratoria, tuttavia, è durata pochi mesi. Dalla fine dello stesso anno le esecuzioni sono riprese con regolarità crescente. Secondo Human Rights Watch, nel 2024 l’Arabia Saudita ha eseguito 345 condanne a morte, salite a 356 nel 2025. Una parte significativa riguarda cittadini stranieri accusati di reati non violenti legati alla droga.
Le organizzazioni internazionali sottolineano come questa tendenza sia in contrasto con gli standard del diritto internazionale, secondo cui la pena capitale dovrebbe essere applicata solo ai reati più gravi, in particolare quelli che comportano la perdita intenzionale della vita. Anche diversi organismi delle Nazioni Unite hanno più volte espresso preoccupazione per l’uso della pena di morte in casi legati agli stupefacenti, evidenziando come tale applicazione rischi di colpire in modo sproporzionato i gruppi più vulnerabili, inclusi migranti, lavoratori a basso reddito e persone prive di adeguata assistenza legale.
VULNERABILITÀ DEI MIGRANTI
La maggior parte delle persone coinvolte in queste vicende appartiene alle fasce più fragili della popolazione migrante. Ogni anno migliaia di etiopi affrontano un viaggio estremamente pericoloso attraverso Gibuti e lo Yemen per raggiungere il mercato del lavoro saudita. Le motivazioni sono molteplici: povertà, disoccupazione, instabilità politica e, nel caso del Tigray, gli effetti prolungati della guerra civile. Il percorso è spesso controllato da reti criminali che lucrano sul traffico di esseri umani, imponendo pagamenti, estorsioni e condizioni di viaggio estreme. Una volta arrivati in Arabia Saudita, i migranti si confrontano con ulteriori livelli di vulnerabilità. La barriera linguistica, la dipendenza dai datori di lavoro e la limitata possibilità di accesso a una difesa legale indipendente contribuiscono a creare un contesto in cui anche accuse gravi possono tradursi in condanne rapide e difficilmente contestabili. Nel 2023 Human Rights Watch aveva inoltre accusato le guardie di frontiera saudite di aver ucciso centinaia di migranti etiopi lungo il confine con lo Yemen. Accuse respinte con fermezza da Riad, che ha negato qualsiasi politica di uso eccessivo della forza. In questo quadro, la vicenda dei detenuti nel braccio della morte si inserisce in una dinamica più ampia che riguarda non solo la giustizia penale, ma anche la gestione dei flussi migratori e il ruolo delle reti di reclutamento del lavoro straniero nel Golfo.
IL SILENZIO DI ADDIS ABEBA
Se la severità della giustizia saudita è da tempo oggetto di critiche internazionali, altrettanto rilevante è il comportamento prudente del governo etiope. L’Arabia Saudita rappresenta uno dei principali partner economici dell’Etiopia e ospita centinaia di migliaia di lavoratori etiopi, le cui rimesse costituiscono una fonte fondamentale di valuta estera per Addis Abeba.
L’importanza strategica di questi flussi emerge anche dagli obiettivi fissati dall’Ethiopian Diaspora Service, che punta a raggiungere 8 miliardi di dollari annui di rimesse provenienti dalla diaspora globale. In questo quadro, il contributo dei lavoratori presenti nel Regno saudita assume un ruolo particolarmente rilevante: secondo i dati della Banca Centrale Saudita (Sama), le rimesse complessive degli espatriati in Arabia Saudita hanno raggiunto il livello record di 44 miliardi di dollari.
La dipendenza economica da questi flussi contribuisce a spiegare la cautela diplomatica del governo, che deve bilanciare la difesa dei propri cittadini con la necessità di mantenere rapporti stabili con un attore chiave del Golfo.
Negli ultimi anni Addis Abeba e Riad hanno inoltre rafforzato la cooperazione nella gestione dei flussi migratori, in un contesto reso sempre più complesso dall’aumento delle partenze lungo la rotta orientale. Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), la pressione sulla Eastern Route è aumentata nel 2025 del 24% rispetto all’anno precedente, registrando oltre 351mila movimenti complessivi di migranti (provenienti in massima parte dall’Etiopia). Parallelamente, la gestione dei rimpatri sembra essersi progressivamente spostata verso forme negoziate tra i due governi: i dati dell’Oim indicano infatti una riduzione del 28% dei rimpatri forzati, a favore di programmi di rientro assistito e accordi bilaterali. In questo contesto, lo scontro pubblico su casi giudiziari sensibili viene spesso evitato a favore di negoziati riservati, condotti lontano dai riflettori e con l’obiettivo di preservare un equilibrio diplomatico fragile ma considerato strategico da entrambe le parti. A fine giugno, il Ministero degli Esteri etiope ha annunciato il rientro di 340 cittadini detenuti in Arabia Saudita, ottenuto attraverso un accordo bilaterale. L’operazione è stata presentata come un successo della diplomazia silenziosa, basata sul dialogo diretto piuttosto che su pressioni pubbliche. E potrebbe essere proprio questa la chiave di lettura per comprendere una strategia ormai consolidata, che aiuta a spiegare anche l’assenza di dichiarazioni ufficiali forti sul caso delle condanne a morte, una vicenda che resta politicamente sensibile e potenzialmente destabilizzante nei rapporti bilaterali, soprattutto in una fase in cui Addis Abeba punta a mantenere aperti canali economici e migratori con Riad.
UN CASO CHE SUPERA I CONFINI DEL SINGOLO EPISODIO
Il numero esatto degli etiopi condannati resta ancora oggetto di verifiche indipendenti. Tuttavia, al di là delle cifre, la vicenda si inserisce in un quadro più ampio che interroga la comunità internazionale su tre livelli distinti ma intrecciati. Il primo riguarda l’uso della pena di morte per reati non violenti legati alla droga, sempre più contestato dagli organismi internazionali. Il secondo riguarda la condizione dei lavoratori migranti, spesso esposti a sistemi giudiziari poco trasparenti e privi di adeguata tutela. Il terzo, infine, riguarda il ruolo della diplomazia economica, che può limitare la capacità dei governi di intervenire pubblicamente a difesa dei propri cittadini. Per i giovani etiopi, partiti con la speranza di costruirsi un futuro migliore, il viaggio verso l’Arabia Saudita rischia così di trasformarsi in un punto di non ritorno, sospeso tra giustizia, politica e silenzi istituzionali. Ed è proprio in questa zona grigia, tra necessità economiche, rapporti diplomatici e diritti individuali, che la vicenda dei detenuti etiopi continua a pesare come un caso simbolico destinato a superare i confini del singolo episodio.
Foto: Khamis Mushayt © Aiman titi, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Andrea Cantelmo
Giornalista e scrittore
