di Paolo Naso. Politologo, Centro Studi Confronti.
Intervista a cura di Claudio Paravati. Direttore Confronti
Il rapporto tra fondamentalismo evangelical, politica americana e ascesa di Donald Trump è al centro del nuovo libro di Paolo Naso Dio benedica l’America (Claudiana, 2026). Un viaggio nella storia della Destra religiosa statunitense, dal creazionismo al sionismo cristiano, fino alle nuove forme di nazionalismo religioso.
L’immagine di Donald Trump circondato da pastori evangelical che pregano imponendo le mani su di lui è diventata uno dei simboli più rappresentativi del rapporto tra religione e politica negli Stati Uniti contemporanei. In Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump (Claudiana, 2026), Paolo Naso ricostruisce la lunga storia di un movimento nato come corrente teologica e diventato progressivamente un attore politico capace di influenzare il dibattito pubblico americano e internazionale. Dal Creazionismo al televangelismo, dal Sionismo cristiano al sostegno al movimento Maga, il libro analizza come una particolare lettura letteralista della Bibbia abbia costruito nel tempo una visione del mondo fondata sull’intreccio tra fede, identità nazionale e potere politico.
Nel suo libro racconta l’ascesa del fondamentalismo evangelical. Quanto pesa oggi questo mondo religioso nelle scelte dell’amministrazione Trump?
Sono le scelte concrete, il linguaggio, le strategie di lungo periodo di Trump a darci la misura dell’influenza esercitata dal network del fondamentalismo evangelical e di settori cattolici che ne hanno assunto i contenuti più caratterizzanti. Due esempi tra i tanti: da anni i teologi del cosiddetto “Sionismo cristiano” auspicavano una guerra contro l’Iran, invocata come un’azione liberatoria benedetta da Dio. I sermoni di predicatori come John Hagee, a capo dei potenti Christians United for Israel, testimoniano una vera e propria campagna tesa a spingere il presidente ad attaccare l’Iran: un’azione politica e militare, certo, ma che a suo avviso si colloca in quel “piano di Dio” che ci porterebbe all’Armageddon, allo scontro finale tra Bene e Male, e quindi all’atteso ritorno del Messia. I sermoni bellici del ministro della guerra Peter Brian Hegseth, aderente a una Chiesa presbiteriana minoritaria di orientamento fondamentalista, hanno dato una forma retorica a questa logica teo-politica alla quale Trump è tutt’altro che indifferente. Un altro esempio è più recente, e riguarda il nodo costituzionale del rapporto tra lo Stato e le comunità di fede che compongono il mosaico religioso degli Usa. Dai tempi di Jefferson, tra lo Stato e la religione vi è un “muro di separazione” che oggi la Commissione per la libertà religiosa (Religious Liberty Commission) istituita alla Casa Bianca per decisione del presidente intende rimettere in discussione. È un colpo di maglio a un architrave del diritto costituzionale, quello che ha plasmato un originale modello di “laicità”: nessuna concessione al confessionalismo ma, allo stesso tempo, massima libertà religiosa. La forza della democrazia americana si è costruita anche su queste basi che il fondamentalismo evangelical, in questo saldamente alleato del tradizionalismo cattolico, intende mettere in discussione per affermare, invece, l’idea di “un’America cristiana”.
Lo scontro tra Trump e papa Leone XIV rappresenta una novità nella storia dei rapporti tra Casa Bianca e Vaticano?
Tensioni tra il Vaticano e la Casa Bianca ce ne sono state e, a ben guardare, per quasi due secoli sono state una costante delle relazioni internazionali. Possiamo dire che almeno fino alla Prima guerra mondiale i presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca guardavano al Vaticano come a un abuso politico e teologico e, qualcuno, persino come una minaccia nei riguardi della tradizione repubblicana protestante degli Usa. Quindi non siamo di fronte a una novità ma, data la realtà ecumenica e geopolitica di oggi, a un rischioso azzardo. Attaccando in termini grossolani e scomposti il “papa americano”, Trump ha mostrato di capire che il vescovo di Roma è l’autorità morale che con lucidità e determinazione sta contrastando la sua politica su temi essenziali quali la guerra, il multilateralismo, le migrazioni globali. Nella sua visione autocratica ed autocentrata, il presidente vede nel papa il suo personale avversario, la voce irritante che osa contraddirlo e contrastarlo. Sarà casuale, ma il 4 luglio passato nel cimitero di Lampedusa piuttosto che a cantare God Bless America a Washington mi pare illustri bene la distanza tra due visioni del mondo e dell’America.
Trump sembra attraversare una fase di difficoltà politica (pensiamo agli Epstein Files), ma conserva un forte supporto soprattutto religioso. È corretto parlare di un problema legato al Protestantesimo?
Non darei tutte le responsabilità al Protestantesimo o, meglio, al movimento evangelical che di esso è solo una componente, per quanto oggi maggioritaria. A sostenere Trump c’è stato anche un solido blocco cattolico, ben impersonato dal vicepresidente J. D. Vance o dal Segretario di Stato Marco Rubio. Per non parlare dei movimenti estremi, tradizionalisti e anticonciliari. Oggi la popolarità del presidente è in declino perché i sogni Maga (sigla che sta per Make America Great Again) stanno rivelando tutta la loro inconsistenza. L’America di oggi non è più ricca, più potente e più sicura di quella di Biden. Ma è più sola e con dei debiti economici e militari molto alti da pagare. È questo che sta indebolendo Trump ma solo le elezioni di midterm ci diranno se questo declino è inarrestabile e qua è la sua misura.
Gli Stati Uniti sono stati considerati a lungo un’eccezione rispetto alla secolarizzazione europea. Il ritorno del protagonismo religioso mette in discussione questa lettura?
Direi che la situazione attuale conferma un’interpretazione ormai consolidata. L’idea di un mondo secolarizzato che metteva in un angolo l’esperienza religiosa è stata un abbaglio europeo. Bastava guardare al Sud globale o agli Usa per cogliere uno scenario assai diverso: pensiamo al boom del pentecostalismo, alla crescita dei fondamentalismi e dei radicalismi religiosi, a iniziare da quello di matrice islamista, alla vitalità della religiosità “migrante” e cioè del corredo di tradizioni e spiritualità che accompagna profughi e quanti altri scelgono di abbandonare la loro terra. In Europa abbiamo assolutizzato i dati delle chiese vuote, delle vocazioni in calo e del distacco dal sentimento e dalla coscienza religiosa. Tutto vero e reale, per carità, ma c’era e c’è dell’altro. Alcuni Paesi europei, ad esempio l’Italia, vivono un inedito pluralismo religioso che non si accorda con l’interpretazione classicamente secolaristica. C’è qualcosa di nuovo, che alcuni hanno chiamato post-secolarizzazione, ed è questa l’interpretazione che a me pare più convincente.
La fotografia di copertina del libro mostra alcuni pastori e pastore che pregano imponendo le mani su Donald Trump, benedicendo lui e il suo operato. Che cosa rappresenta per lei quell’immagine? È il simbolo della forza raggiunta dal fondamentalismo “evangelical” oppure anche il segno di una trasformazione profonda del cristianesimo americano?
Tutte e due le cose. Quella foto è il trofeo della Destra religiosa che dopo un lungo cammino nel deserto, iniziato negli anni Ottanta ai tempi di Ronald Reagan, con Donald Trump è finalmente entrata nella “Terra promessa”, e con tanto di pass permanente all’Oval office presidenziale.
D’altra parte, però, questo trofeo è anche il simbolo di un drammatico e virulento cambiamento: è il trionfo di un nazionalismo cristiano, identificato nel potere di un “presidente-messia”, il taumaturgo benedetto da Dio che trasforma in oro quello che tocca e che giudica i salvati e i dannati. Paradossalmente, una religione così identificata con il potere come quella che ci viene trasmessa dall’iconografia della Casa Bianca è quanto di meno americano si possa immaginare. Il presidente non è un sovrano; resta in carica solo 4 anni rinnovabili – e in alcuni casi il popolo sovrano non ha rinnovato l’elezione al presidente uscente –; deve fare i conti con i contrappesi che la Costituzione gli impone, a partire dal Congresso e dalla Corte Suprema. Non è così per Trump che, come si ricorderà, ritiene che il suo potere non abbia limiti se non quelli imposti dalla propria coscienza.
Nel libro dedica ampio spazio al Sionismo cristiano. Quanto influenza oggi la politica americana verso Israele e il Medio Oriente?
Più di quanto si pensi e si possa immaginare. Oggi buona parte dell’opinione pubblica moderata, anche quella tendenzialmente filoisraeliana, esprime un giudizio severo sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania ma è dagli anni Settanta che i vari movimenti del sionismo cristiano si mobilitano a sostegno dei settlers e finanziano l’occupazione di territori palestinesi. Sono anni che l’International Christian Embassy, i già citati Christians United for Israel e molte altre sigle analoghe finanziano i trasferimenti in Israele di etiopi o di russi di ascendenza ebraica, attribuendo a questa operazione il significato teologico di accompagnare il piano di Dio per la crescita e la prosperità di Israele. Negli Usa è assai radicata l’idea che la guerra in Medio Oriente abbia una valenza teologica e spirituale, che supera i contorni degli interessi profani della geopolitica. È un’idea che viene da lontano e che si alimenta con un rozzo letteralismo biblico che, ad esempio, identifica senza alcuna mediazione esegetica, l’Israele biblico con il moderno Stato di Israele. Capite bene quali scellerati corollari di violenza e di odio possono derivare dal corto circuito tra il racconto biblico e la più stretta attualità politica e militare. A proposito mi piace ricordare che le mobilitazioni dei gruppi fondamentalisti che precedettero l’insurrezione armata del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill, furono denominate le “marce di Gerico”. E chi vi partecipava si sentiva l’esercito di un “novello Giosuè” e che combatteva la guerra benedetta da Dio.
Il fondamentalismo evangelical ha superato i confini statunitensi. Esistono fenomeni analoghi in Europa e in Italia?
Direi di no. Il fondamentalismo evangelical si nutre di un rapporto con la Bibbia, sia pure distorto e strumentale. In Europa e in Italia l’analfabetismo biblico è pressoché assoluto e non riusciamo a immaginare una Destra religiosa che si mobilita a suon di citazioni dell’Antico o del Nuovo Testamento. Il che, però, non ci metterà affatto a riparo dall’uso violento e settario di una religiosità nutrita di valori tradizionali, simbolismi e devozionalismi. Se il fondamentalista americano scende in piazza citando versetti della Bibbia che gli sembrano utili a sostenere la sua causa, quello italiano mobilita i suoi sostenitori agitando un rosario e arroccandosi nella difesa di un presepe.
Foto: Copertina del libro Dio benedica l'America di Paolo Naso
Paolo Naso
Politologo, Centro Studi Confronti.
