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Il presente di Srebrenica è un festival di cinema: dentro il Silver Frame

di Asia Leofreddi

di Asia Leofreddi. Sociologa e giornalista.

A trent’anni dal genocidio, il Silver Frame Festival prova a restituire a Srebrenica un presente, trasformando il cinema in uno spazio di memoria, incontro e nuove opportunità per il territorio e le giovani generazioni.

A prima vista, sembra quasi che Srebrenica voglia lentamente scomparire dalla cartina del mondo.

Un tempo c’erano autobus diretti da Sarajevo. Oggi, per raggiungerla, bisogna passare da Tuzla o da Zvornik e affrontare un viaggio che può durare quasi otto ore per percorrere appena 140 chilometri.

La strada attraversa la Bosnia orientale, seguendo il corso del fiume Drina, che per un tratto segna il confine naturale tra Bosnia Erzegovina e Serbia. Tornanti di montagna, boschi fitti, villaggi quasi disabitati. Più ci si avvicina, più cresce la sensazione di arrivare quasi al capolinea dell’intero Paese.

La cittadina, adagiata tra le valli del Podrinje, porta ancora addosso i segni della guerra. Sui muri di molte case restano i fori dei proiettili; sulle colline si affacciano gli scheletri delle abitazioni bombardate e mai ricostruite.

Una casa distrutta di Srebrenica @ Giulio del Muratore, Mario Lazos, Giovanni Malik Valenza, Giulia Martinelli

Poco fuori dal centro, a Potočari, l’ex fabbrica di batterie che un tempo dava lavoro a centinaia di persone, è diventata il memoriale del genocidio. Qui sono sepolti i resti degli oltre 8mila uomini e ragazzi bosgnacchi uccisi l’11 luglio del 1995 dalle truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić, dopo la caduta dell’enclave che le Nazioni Unite avrebbero dovuto proteggere.

Ma alla ferita della guerra, negli anni, si è aggiunta quella più lenta dell’isolamento economico e infrastrutturale. E dello spopolamento. Prima del conflitto Srebrenica contava oltre 36mila abitanti. Oggi, osserva il giornalista Sadik Salimović, «l’intera popolazione della città potrebbe stare in un solo grande condominio di Parigi».

Srebrenica oggi @ Giulio del Muratore, Mario Lazos, Giovanni Malik Valenza, Giulia Martinelli

Eppure, proprio qui, nel luogo che Paolo Rumiz ha definito quello in cui l’11 luglio 1995 «l’Europa ha iniziato a morire», una nuova generazione cerca di costruire una Srebrenica diversa, capace di contare sulle proprie risorse e di custodire la memoria della guerra senza restarne prigioniera.

A LUGLIO ARRIVA IL CINEMA TRA BRATUNAC E SREBRENICA

Lo si capisce ogni luglio, lungo la strada che collega Srebrenica a Bratunac. Tra i boschi della Bosnia orientale, quando cala la sera, si accende uno schermo. Le sedie vengono sistemate all’aperto, e, per qualche giorno, il cinema prende il posto del silenzio.

È il Silver Frame Festival, una rassegna internazionale nata nel 2024 con un obiettivo semplice e ambizioso: riportare il mondo a Srebrenica.

L’ideatore è il regista bosniaco Ado Hasanović, classe 1986, che oggi lo dirige insieme a un gruppo di giovani volontari provenienti da varie parti d’Europa. Cresciuto a Glogova, un villaggio a pochi chilometri da Srebrenica, distrutto nel 1992 dalle forze serbo-bosniache, dopo gli studi tra Sarajevo e al Centro Sperimentale Roma, Hasanović ha dedicato il suo lavoro al rapporto tra cinema e memoria. Il suo ultimo film, My Father’s Diaries, racconta la guerra attraverso i diari e le immagini girate dal padre Bekir durante l’assedio di Srebrenica: un archivio familiare che diventa memoria collettiva.

Il festival nasce dallo stesso desiderio. Eppure, quando Hasanović ne parla, insiste soprattutto sul presente. «Ci sono tanti giovani che chiedono di guardare questi luoghi attraverso i loro occhi», racconta. «Molte persone sono andate via, molte non sono sopravvissute. Ma qui esiste ancora una comunità viva. Noi vogliamo continuare a tenere accesa una luce su questa comunità e contribuire al suo futuro».

IL SILVER FRAME FESTIVAL

Oltre al centro culturale di Bratunac, l’arena principale del festival è il centro socio-educativo dell’associazione MFS-Emmaus, tra Potočari e Srebrenica. Nelle sue casette colorate, durante l’inverno, il centro ospita studenti provenienti dai villaggi più isolati della zona, funzionando come una sorta di collegio; d’estate si riempie di volontari arrivati da tutta Europa per partecipare a progetti di ricostruzione e scambio culturale.

È proprio qui che il festival è nato. Lo racconta B., ventenne di Novi Pazar, in Serbia, che ogni estate torna come volontario. «Qualche anno fa lavoravamo alla ricostruzione del piccolo villaggio di Pale», dice seduto sui gradini del campo da calcio che quest’anno ospita lo schermo del festival. «Ogni giorno Hasanović e altri filmavano quello che facevamo e nel pomeriggio lo montavano. La sera proiettavamo subito le immagini, su un telo bianco appoggiato a una delle casette. I ragazzi si sedevano per terra e guardavano sé stessi sullo schermo».

Campo da calcio del centro di MFS-Emmaus © Mladen Kojic

Quel telo improvvisato è stato l’inizio del Silver Frame, arrivato quest’anno, nonostante le difficoltà, alla sua terza edizione, che tra il 16 e il 19 luglio ha portato a Srebrenica 32 cortometraggi, divisi in 5 sezioni competitive, e 9 lungometraggi, tra cui Vidra di Srđan Vuletić, Arco di Ugo Bienvenue e lo storico capolavoro del neorealismo italiano, Ladri di Biciclette. Ma il cuore del Silver Frame Festival non è soltanto nelle proiezioni. È nelle occasioni di incontro e di formazione che iniziano pochi giorni prima del festival e vedono protagonisti studenti e registi internazionali. Tra queste la Green Film Residency, ma anche la principale novità dell’edizione di quest’anno: la Silver Doc Academy, la scuola internazionale di cinema documentario nata all’interno del festival per favorire un incontro creativo tra il mondo del cinema, Srebrenica e la sua comunità.

SILVER DOC ACCADEMY: RACCONTARE SREBRENICA ATTRAVERSO CHI LA VIVE

La sera del1’8 luglio, quando i cinque documentari della Silver Doc Academy vengono proiettati per la prima volta, l’arena di Emmaus si riempie. Sul grande schermo non ci sono grandi eventi né personaggi famosi: ci sono le persone che abitano il territorio di Srebrenica ogni giorno, venute stavolta a vedersi raccontate su un nuovo schermo.

12 giovani filmmaker arrivati da Bosnia Erzegovina, Malta e Ungheria hanno avuto 6 giorni per ideare, girare e montare cinque cortometraggi dedicati ad altrettanti abitanti della zona. Accanto a loro, cinque mentori professionisti e alcuni giovani del territorio hanno accompagnato il lavoro delle troupe, aiutandole a entrare in contatto con la comunità locale. Un esercizio cinematografico, certo, ma anche l’occasione per Srebrenica di vedersi con occhi diversi, scegliendo di guardare ciò che resta della bellezza, dentro la tragedia.

Serata finale Silver Doc Accademy @Sara Colic, Silver Frame Festival

A vincere è stato A Miracle Woman, di Kyle Fenech, Haris Habibija ed Hanna Tamásfalvi, il racconto della donna che per anni ha lavorato alla biglietteria della vecchia stazione degli autobus di Srebrenica. Sopravvissuta a due bombardamenti, prima a Srebrenica, poi a Belgrado, con la sua incredibile ironia è diventata il simbolo di una generazione che ha attraversato la guerra e ha continuato, semplicemente, a vivere.

Tra i membri della giuria ci sono il regista Srđan Vuletić, Alena Džebo, Presidente dell’Associazione dei professionisti del cinema della Bosnia Erzegovina (UFRBiH) e Sadik Salimović, giornalista e scrittore, che per decenni ha raccontato la Bosnia orientale. Al termine della proiezione ha preso il microfono per ringraziare le giovani troupe. «Sono anni che racconto queste zone e la vita di queste persone», ha detto. «Oggi, per la prima volta, ho capito che tutto questo può essere visto con uno sguardo diverso». 

LE ASPIRAZIONI DELLA GENERAZIONE Z CHE RESTA

Tra i local producer della Silver Doc Academy c’è I., diciassette anni. Vive a Bratunac, frequenta il liceo e nel tempo libero fa parte di un gruppo di folklore locale. Quando gli si chiede cosa vorrebbe fare da grande risponde sorridendo: «Il radiologo. O forse il regista. Anche se molti mi dicono che dovrei provare a fare l’attore e sto finendo per crederci».

In un comune in cui gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni sono rimasti meno di un migliaio, I. rappresenta una generazione che deve ancora costruirsi un futuro a partire da qui. Durante la Doc Academy ha aiutato la troupe a cui era assegnato a entrare in contatto con la comunità locale, trovare i protagonisti, accompagnare i filmmaker nei luoghi meno conosciuti, creare un rapporto di fiducia. «In realtà ho anche portato l’asta del microfono», racconta ridendo.

Il suo gruppo ha realizzato Mirko, premiato con una menzione speciale: la storia dell’artigiano di Srebrenica che produce saponi con le acque del Crni Guber, e che nel 1993 perse la moglie, colpita mentre attraversavano la Drina verso la Serbia.

Per Hasanović, il valore della Doc Academy non riguarda soltanto i filmmaker arrivati dall’estero, ma è anche un’opportunità per i ragazzi del territorio di sviluppare nuove competenze. «I local producer imparano come funziona una troupe professionale, vedono da vicino il lavoro dei registi e possono acquisire competenze che altrimenti sarebbe difficile trovare qui», spiega. «L’anno successivo possono tornare alla Academy come filmmaker».

UNA VOLTA ALL’ANNO, SREBRENICA DIVENTA IL CENTRO DEL MONDO

Tra i visitatori del festival c’è anche una coppia romana, che ha parcheggiato il camper poco fuori dal complesso di Emmaus, in uno spiazzo di cemento in mezzo al verde, accanto a un modesto edificio di epoca socialista. Lei è montatrice, lui regista: sono partiti dieci giorni prima dall’Albania, hanno attraversato il Montenegro e ora stanno viaggiando in Bosnia. «Se non fosse stato per il festival, probabilmente Srebrenica non sarebbe entrata nel nostro itinerario», raccontano.

Ci sono i volontari di Perché no?, un’associazione veneta che da più di vent’anni lavora per ricostruire ponti tra la comunità musulmana e quella serba nel distretto di Gračanica. C’è Tony, un pilota americano che da dieci anni torna in questa parte della Bosnia. Ci sono Elena e Lorenzo, lei bibliotecaria all’Università di Pisa, lui professore di Storia dell’arte, e c’è Mak, giovane astrofisico con madre croata e padre bosniaco, oggi studente a Trieste.

L’ultimo giorno del festival si ritrovano tutti sulle rive della Drina, al ristorante Ladjarica. Il tavolo è sotto gli alberi, il fiume scorre a pochi passi dalle sedute. Si mangia burek, si beve caffè turco, si commentano i film visti nei giorni precedenti.

Ristorante Ladjarica @ Asia Leofreddi

È una delle immagini che il Silver Frame lascia dietro di sé: Srebrenica non più soltanto come destinazione legata alla memoria della guerra, ma come un posto “bello”, dove si arriva per il cinema, si resta per le persone che vi si incontrano, e si vive qualcosa che assomiglia, per una volta, a normalità.

A Ladjarica sul fiume Drina @ Rebecca Fish, Silver Frame Festival


Il cinema non cambia la città e non può cambiare la sua Storia. Ma può aprire uno spazio in cui iniziare a rielaborare la memoria, facendo attraversare Srebrenica da persone e storie nuove. E può diventare così uno dei pochi modi per cambiare la geografia dello sguardo, restituendo a Srebrenica un presente che vada oltre il suo passato, le sue divisioni e la violenza.

Il giorno prima, alla fine della proiezione dei documentari della Silver Doc Academy, B., il ragazzo di Novi Pazar che ogni estate torna come volontario, aveva guardato il pubblico riunito nell’arena. «Per tre giorni all’anno», aveva detto, «Srebrenica diventa il centro del mondo». Non è più solo il suo capolinea.

Foto di copertina: Lo schermo del Silver Frame Festival a MFS Emmaus © Hajrija Osmanhodzic, Silver Frame Festival

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