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Il suicidio e la sua “dimensione”

di Giulia Rugolo

di Giulia Rugolo. Giornalista freelance.

Il suicidio non è da intendersi come un raptus improvviso, ma come risposta estrema al dolore mentale. Gli esperti spiegano segnali, rischi, prevenzione e il peso del lutto per chi resta.

Nel secondo articolo del ciclo Sopravvivere al vuoto sul suicidio viene approfondito il “dolore mentale”, con Maurizio Pompili – professore di Psichiatria alla Sapienza e fondatore del Servizio per la prevenzione del suicidio al Sant’Andrea – che illustra i segnali di rischio del gesto estremo. Il percorso si concentra poi sulle ferite di chi resta: insieme alla psicoterapeuta Giulia Marinato che lavora con il lutto traumatico dei familiari. «L’idea del suicidio era una protesta di vita», scriveva Cesare Pavese il 1° gennaio 1950 nel suo diario personale, oggi noto come Il mestiere di vivere. Pochi mesi dopo, si ucciderà ingerendo una dose letale di barbiturici. Con questa frase, lo scrittore intendeva sottolineare come l’intenzione di suicidarsi non sia una vera rinuncia all’esistenza, ma un atto estremo di ribellione, un tentativo di affermare il proprio potere di scelta in risposta a un contesto che si avverte come insostenibile. Chi arriva a questo punto non desidera la morte in sé, ma respinge la propria condizione, vedendo nel suicidio l’unica via di fuga possibile.

UN RIMEDIO CONTRO IL DOLORE

Questa teoria trova riscontro anche in studi più recenti: «Il vero discrimine del rischio suicidario è ciò che definiamo “dolore mentale”: un dialogo interiore, una sofferenza intima e profonda che il soggetto cerca di risolvere a ogni costo. Il suicidio, in questi casi, diventa la soluzione estrema per porre fine a tutto ciò. In realtà la persona non vuole morire, ma eliminare il dolore. Per questo è fondamentale puntare sulla loro voglia di vivere, piuttosto che sul desiderio di uccidersi», dichiara lo psichiatra Maurizio Pompili, riconosciuto dall’agenzia di rating americana Expertscape come uno dei maggiori esperti mondiali in suicidologia.

I principali fattori di rischio che spingono l’uomo a considerare di farla finita si distinguono in distali e prossimali. I primi sono eventi lontani, come avversità infantili, problemi di accudimento, traumi fisici o sessuali durante l’infanzia, storie familiari difficili e uso precoce di sostanze. I secondi, invece, sono avvenimenti più vicini nel tempo: episodi avversi, traumi recenti, psicopatologie. «È importante sottolineare – spiega Pompili – che avere un disturbo psichiatrico non significa per forza avere una tendenza suicidaria, ma può contribuire a far soffrire l’individuo e abbassare la qualità della vita». E aggiunge: «Un altro elemento chiave è ciò che chiamiamo “hopelessness”, cioè la disperazione, la mancanza di aspettative venture. Quando si perde fiducia nel presente e nel futuro, si può iniziare a pensare che la morte sia una soluzione valida».

Ma quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare e in che modo è possibile riconoscerli per tempo? Parole, atteggiamenti e trasformazioni improvvise nella quotidianità possono rappresentare indizi cruciali. Saperli cogliere può fare la differenza e consentire un intervento salvavita. «Spesso sono segnali verbali: frasi come “Non ce la faccio più”, “A che serve vivere?”, “Voglio morire” non vanno sottovalutate. Poi ci sono quelli comportamentali: variazioni nelle abitudini di sonno, alimentazione, igiene personale e nella qualità delle relazioni. O ancora la tendenza a isolarsi, cimentarsi in comportamenti rischiosi e regalare oggetti cari, come se si stesse preparando un testamento. Anche i cambiamenti dell’umore sono indicatori importanti. Una persona molto angosciata o depressa che improvvisamente sembra sollevata potrebbe aver preso la decisione definitiva».

Lo stigma che ancora circonda la salute mentale rappresenta un ostacolo significativo alla prevenzione. In questo ambito, pesa l’eredità di secoli di tabù e paure. Per abbattere questo muro, è fondamentale sfatare i falsi miti, parlare apertamente del fenomeno restituendogli una dimensione umana : «Ad esempio, è sbagliato sostenere che un’azione del genere arrivi all’improvviso. È errato anche pensare che il suicidio faccia distinzioni: può colpire chiunque, a prescindere da status sociale o culturale. Far conoscere questi concetti aiuta a ridurre la distanza tra “noi” e “loro”. Tutti, prima o poi, proviamo sensazioni di vuoto, precarietà, crisi: mettersi nei panni di chi soffre ci aiuta a combattere il giudizio», afferma lo psichiatra.

È proprio in questa ottica che approcci preventivi, azioni di contrasto e strategie di contenimento assumono un ruolo centrale. La prevenzione è classificata in tre tipologie: primaria, secondaria e terziaria. La prima si rivolge alla popolazione in generale e punta a sensibilizzare e informare. La seconda, invece, è indirizzata a gruppi più vulnerabili – come giovani, pazienti psichiatrici, detenuti – e prevede interventi mirati per intercettare precocemente segnali di rischio. L’ultima, infine, si concentra su chi ha già avuto esperienze dirette, come tentativi o pensieri ricorrenti, con l’obiettivo di fornire supporto ed evitare recidive.

Questo ambito di intervento è ancora in fase di sviluppo. Sebbene i primi riferimenti risalgano circa a un secolo fa, è solo dagli anni Cinquanta che il fenomeno viene studiato con rigore scientifico, grazie alla nascita della suicidologia: «Per molto tempo, darsi la morte è stato visto come sinonimo di follia: si pensava che solo chi fosse “pazzo” volesse farla finita. Ma il suicidio non è un sintomo, è una dimensione. Oggi servono formazione e conoscenza approfondita, altrimenti anche i migliori programmi psicoterapeutici rischiano di trascurare l’individuo e il suo dolore. Qui non basta più un approccio teorico: bisogna insegnare a operatori, psichiatri, medici, psicologi come ridurre in modo concreto la sofferenza», dice Pompili.

Secondo l’esperto, l’introduzione del supporto psicologico nelle scuole o nei luoghi di lavoro è indispensabile, «purché chi lo fornisca possieda una preparazione specifica sul tema. Spesso viene offerto un servizio generico, standardizzato, che non è sufficiente per riconoscere o affrontare la mente suicida».

Se potesse cambiare qualcosa nell’approccio al paziente, con lo scopo di salvare più vite possibili, Pompili non ha dubbi: «Ciò che mi sta più a cuore è l’empatia. La capacità di entrare in connessione autentica con chi soffre, senza giudicare. Non tutti la possiedono in modo naturale, ma si può allenare e insegnare. Chi è a rischio suicidario viene stigmatizzato, allontanato, etichettato. Questo crea ulteriore distacco e aumenta il pericolo. Se vogliamo davvero aiutare, dobbiamo comprendere l’altro e accorciare le distanze con solidarietà e umanità», conclude.

IMPARARE A VIVERE DI NUOVO

«Il suicidio può sembrare egoistico, ma in realtà è egocentrico, nel senso che la sofferenza estrema porta il soggetto a focalizzarsi solo sul proprio dolore. In quel momento non riesce a considerare l’impatto che la sua morte avrà su chi gli sta accanto, i cosiddetti survivor», dice Pompili.

Questa morte, infatti, lascia a parenti e amici molti più interrogativi e dubbi da risolvere rispetto ad altre forme di decesso. A differenza di una perdita causata da una malattia, non è attesa e arriva all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno: «Solo in pochi casi, ad esempio se la persona che si è tolta la vita soffriva da tempo di un disturbo mentale, qualcuno potrebbe dire: “Forse me lo aspettavo”. Ma sono situazioni rare. Il suicidio è un gesto violento contro se stessi e a volte è proprio un familiare a trovare il corpo. Questo lo rende un lutto che non è solo dolore, ma anche trauma: inaspettato, intrusivo, pieno di non detti», dichiara Giulia Marinato, psicoterapeuta e membro del consiglio direttivo della De Leo Fund, un’associazione che si occupa di coloro che hanno perso un proprio caro in circostanze traumatiche.

Ma quali sono le fasi più comuni del dolore? E che tipo di reazioni emotive e comportamentali accomunano i sopravvissuti? Sconforto, rimorso e incredulità irrompono nella routine quotidiana, alimentando la sensazione che tutto stia sfuggendo di mano: «Una mia paziente descrive questi stadi come se fossero delle “bolle”. Dopo la prima risposta di shock, subentra uno spegnimento delle emozioni: bisogna organizzare il funerale e occuparsi della burocrazia. Poi esplode la bolla emotiva: arriva la consapevolezza di ciò che è successo. È forse il momento più difficile. Si vivono quasi due vite: una prima e una dopo l’evento», spiega.

E aggiunge: «Il senso di colpa è tra le esperienze più riportate. I survivor si ripetono frasi come: “Avrei dovuto fare di più”, “Forse ho sbagliato tutto”. Rivivono ogni azione, ogni parola, cercando di capire se avrebbero potuto cambiare qualcosa. È un tentativo di esercitare un controllo su ciò che è accaduto, ma la realtà è che l’altro ha compiuto un gesto estremo, indipendentemente da tutto e da tutti. Nei figli, ad esempio, è frequente l’idea di non essere stati abbastanza per tenere in vita un genitore, mentre nei partner quella di aver fallito come compagni. C’è ancora tanto stigma e spesso i familiari finiscono per autoaccusarsi, anche se non hanno alcuna responsabilità».

La psicoterapeuta chiarisce che è comprensibile provare rabbia nei confronti della persona che se ne è andata, sebbene non sia facile convivere con una sensazione così contrastante: «Molte madri che ho seguito mi hanno confidato: “Sono arrabbiata, perché mio figlio mi ha abbandonata così”, ma subito dopo tendono a reprimere questa emozione. È come se esistesse una sorta di censura interna che impedisce di legittimare la rabbia, considerata la sofferenza vissuta dall’altro. Diversa è la situazione di alcune persone, soprattutto quando il partner era l’unico a lavorare e le ha lasciate sole con problemi economici o figli da crescere: in quei casi, la collera tende a emergere con più forza. In generale, però, tutto dipende dalla natura del legame e dal ruolo ricoperto all’interno della famiglia».

Proprio per questa ragione, un suicidio può alterare l’equilibrio dei rapporti affettivi, sia in positivo che in negativo: «Il lutto si inserisce in una storia familiare preesistente. Se erano presenti conflitti, tendono ad acuirsi. Se il legame era solido, può uscirne rafforzato. Un elemento importante da considerare è che ciascuno vive la perdita in modo diverso. Queste differenze possono creare incomprensioni, con frasi come: “Se non piangi, vuol dire che stai soffrendo di meno”, oppure “Avresti dovuto accorgerti di qualcosa prima”. Nascono così dinamiche di colpa e giudizi reciproci da cui è difficile uscire».

MODELLI DI SUPPORTO

All’interno della De Leo Fund, Marinato coordina un gruppo di Auto mutuo aiuto (Ama) dedicato ai survivor, uno strumento terapeutico che affonda le sue radici negli Stati Uniti – con la fondazione nel 1935 dell’associazione Alcolisti anonimi – e che inizialmente era pensato per aiutare le persone con dipendenza da alcol. Con il passare del tempo, questo modello si è diffuso e ha ispirato la creazione di gruppi simili per diverse problematiche, divenendo un valido mezzo di sostegno sociale e sanitario.

«Siamo pochi, circa una decina, e ci riuniamo ogni quindici giorni per un’ora e mezza, così da assicurare intimità e spazio per tutti. È un incontro tra pari: significa che ognuno diventa risorsa per l’altro. I partecipanti entrano ed escono gradualmente, ma alcuni scelgono di restare per anni, diventando un punto di riferimento per i nuovi arrivati. In questo modo donano speranza e dimostrano che andare avanti è possibile». La costruzione di una rete sociale resistente si trasforma, quindi, in un punto di forza per elaborare e superare il lutto. Anche l’appartenenza a una comunità religiosa può assumere una funzione catartica, garantendo protezione, compagnia e qualcosa in cui credere.

In occasione della Giornata internazionale dei survivor, che si celebra in tutto il mondo il terzo sabato di novembre, l’organizzazione di volontariato organizza un convegno annuale aperto a tutti i cittadini: La cura della vita. Durante l’evento, le donne del laboratorio creativo dell’associazione rivestono gli alberi di alcune città con lavori all’uncinetto – realizzati attraverso la tecnica del tree knitting – come simbolo di cura, pazienza e meditazione. Infatti, tessere, cucire e ricamare sono tutte azioni che richiamano il tentativo di rimettere insieme ciò che si è spezzato. Così come l’albero, allegoria universale di rinascita e vitalità, anche il filo che si intreccia diventa metafora di ricostruzione e ripartenza. «È anche uno spazio di psicoeducazione: aiutiamo le persone a capire cosa stanno vivendo, normalizzando le reazioni e informando in modo corretto», aggiunge l’esperta.

E conclude condividendo una riflessione sul suo mestiere e sui bisogni di chi si rivolge a lei, mettendo in luce le difficoltà e le sfide che accompagnano questo lavoro: «Noi professionisti ci confrontiamo con un grande senso di impotenza, perché non possiamo cambiare il passato. La richiesta più frequente è: “Come faccio a non sentire più questo dolore?”. Ma io non posso eliminarlo: va attraversato». E quando le parole sembrano non bastare, è proprio da quelle che si può ripartire: «Forse cambierei il termine survivor, perché molti non ci si riconoscono. Alcuni mi dicono: “Dottoressa io non sto sopravvivendo. Sto imparando a vivere di nuovo”».

Se ti trovi in una situazione di emergenza, chiama il 112.Se hai bisogno di aiuto, contatta Telefono Amico Italia allo 02 2327 2327.

Foto: Dove © Kevin Lang / CopyLeft

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