di Thierry Vissol. Economista e storico, direttore del Centro Librexpression, Fondazione Giuseppe Di Vagno
L’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una rivoluzione tecnologica, ma mette in discussione il rapporto tra essere umano, conoscenza e libertà. Tra opportunità e rischi, la sfida riguarda il futuro stesso dell’Homo sapiens.
Nel suo Trattato sulla natura umana, il filosofo scozzese David Hume affermava che «l’uomo è una specie inventiva». Infatti, secondo numerosi antropologi preistorici, furono la bipedia, acquisita progressivamente tra 5 e 4 milioni di anni fa, e successivamente la fabbricazione di utensili – e di strumenti per fabbricare altri utensili – intorno ai 2,7-2,8 milioni di anni fa, a consentire di distinguere definitivamente, all’interno della famiglia degli Hominini, il genere Homo dai loro cugini più prossimi del genere Pan, gli scimpanzé e i bonobo.
DALL’HOMO FABER ALL’AI
L’ominizzazione fu progressiva, ma ben lungi dall’essere lineare, caratterizzata da progressi, periodi di latenza, passi indietro e regressioni, coesistenza e scomparsa di almeno 15 specie diverse di Homo. Queste ultime lasciarono spazio, circa 30mila anni fa, a una sola di esse, che si diffuse in tutto il mondo e soppiantò tutte le altre: l’Homo sapiens, noi. È tuttavia estremamente difficile stabilire se sia stato lo strumento a creare l’uomo o se sia stato l’uomo a creare lo strumento. Come osserva l’esperto di arte paleolitica Michel Lorblanchet, dopo l’acquisizione definitiva della bipedia, che liberò le mani dalla funzione di locomozione, «inizia la fabbricazione degli strumenti e si instaura un dialogo fecondo tra le mani, che diventano sempre più abili, e il cervello, che si sviluppa. È ovviamente difficile distinguere causa ed effetto in una simbiosi di processi così strettamente legati». In altre parole, se l’Homo habilis è diventato Homo faber, sembra che il manufatto non sia stato il risultato, ma piuttosto uno dei fattori dell’ominizzazione, o entrambe le cose al tempo stesso, grazie a un’efficace interazione tra mano, cervello e manufatto.
Questa interazione simbiotica mano-cervello-strumento ha ampiamente superato il mero utilitarismo. Ha permesso non solo di sviluppare la socialità attraverso le interdipendenze tecniche tra i produttori di strumenti e i loro utilizzatori e gli scambi tra gruppi, nonché le relazioni transgenerazionali grazie all’indispensabile trasmissione di conoscenze e competenze, ma anche lo sviluppo delle capacità di astrazione e di anticipazione. Un abile tagliapietre era in grado di identificare e scegliere la qualità della materia prima litica necessaria al proprio progetto di utensili, di anticipare i colpi da infliggere, la loro direzione e la loro forza, per ottenere la forma desiderata; proprio come il vasaio, in epoca successiva, era in grado di scegliere l’argilla giusta da utilizzare e di anticipare la forma che desiderava conferirle combinando la scelta della velocità di rotazione del tornio con il movimento delle mani, o come i grandi liutai quali Guarneri, Stradivari o Amati erano in grado di scegliere il legno che avrebbe conferito al loro violino il suono ricercato, solo per citare alcuni esempi.
Tuttavia, l’evoluzione delle tecniche in tutti i campi, accettata volontariamente o meno dai membri di una data società, ha avuto numerosi impatti negativi sia in ambito politico-sociale che in termini di capacità cognitive. L’agricoltura, l’urbanizzazione e la specializzazione dei compiti hanno portato all’asservimento della grande maggioranza della popolazione a una minoranza, a disuguaglianze sociali quasi insormontabili e spesso a regressioni cognitive. Per millenni il contadino ha dovuto faticare senza sosta tutto il giorno, rimanendo in balia dei capricci della natura, mentre il suo antenato del Paleolitico “lavorava” solo poche ore al giorno ed era in grado di sopravvivere alle mutevoli condizioni climatiche. Molte conoscenze, nel corso del tempo, sono diventate superflue, ma la loro perdita ha avuto conseguenze sia sulle capacità cognitive e di sopravvivenza, sia sul funzionamento del cervello e sullo sviluppo delle sinapsi. La maggior parte delle conoscenze ancestrali è stata gradualmente eclissata dall’industrializzazione e dalla meccanizzazione sempre più avanzata delle attività, che hanno accresciuto la dipendenza degli esseri umani dalla macchina, reso il loro lavoro sempre meno attraente e portato alla loro sottomissione alle leggi di ferro del grande capitale: produttività, competitività e profitti.
In ambito intellettuale, la scrittura, i libri manoscritti e poi quelli a stampa hanno permesso un’esplosione di conoscenze teoriche e pratiche. Tuttavia, Platone, nel suo dialogo socratico Fedro, ne rilevava già gli effetti perversi: i libri rendono pigro lo spirito perché fanno dimenticare agli uomini l’esercizio della propria memoria, non possono adattarsi a chi legge, né correggere la sua errata comprensione del testo. Egli utilizza una parola polisemica per definire l’impatto della scrittura e del libro sullo spirito umano: pharmakon (φάρμακον), che significa al tempo stesso rimedio, veleno e sostanza magica (droga o filtro). Platone ha messo in luce sia l’ambivalenza di ogni invenzione tecnica, al tempo stesso utile e pericolosa, sia quella degli esseri umani, al tempo stesso costruttori e distruttori, buoni e cattivi. Qualità e difetti che vengono amplificati dalle invenzioni tecniche moderne, particolarmente l’Ai, il cui funzionamento sempre più complesso le trasforma, per la gente comune, in vere e proprie «scatole nere», conferendo loro una dimensione magica e indefinibile alla quale sottomettersi in tutto e per tutto.
Se il lettore si è forse stupito di questo lungo preambolo, per quanto ipersemplificato nel contenuto, per affrontare i rischi che la cosiddetta «Intelligenza» artificiale pone all’umanità, ha senza dubbio intuito che, per molti analisti critici nei confronti dell’Ai, essa è effettivamente, né più né meno, un “pharmakon” nel senso di Platone, con la differenza che la sua dimensione di veleno e di filtro magico supera di gran lunga quella di rimedio. Di fatto, i modelli di Ai generativa, basati su modelli linguistici di grandi dimensioni detti Llm (Large Language Models), non sono assolutamente intelligenti. Sono macchine stupide che non provano alcun sentimento, né empatia né antipatia (sebbene siano programmate per simulare l’empatia e per ricorrere all’adulazione per farlo credere), non hanno alcuna conoscenza della realtà, né del mondo fisico, né della realtà umana. Sono incapaci di cogliere la dualità di un discorso o il doppio senso. Non solo non capiscono ciò che producono, ma non credono in nulla, non più del cellulare o dello smartphone utilizzato per accedere a uno di questi modelli. Queste macchine non hanno alcuna volontà propria (almeno non ancora), se non quella di raggiungere a tutti i costi l’obiettivo che è stato loro assegnato. Sono progettate per dare sempre una risposta cercando di indovinare quella giusta o, se non la trovano, inventandola – ciò che viene definito “allucinazioni”. Si tratta di semplici pappagalli stocastici sofisticati, che assemblano le parole in modo statistico e probabilistico, senza una reale comprensione del loro significato, ma i cui dati di addestramento consentono di dare l’illusione di una riflessione. Sofisticati perché sono addestrati a inventare sequenze di parole generando testi che non sono una semplice ripetizione, tanto più che sono dotati di meccanismi di attenzione grazie a ciò che viene chiamato un “transformer”, appositamente progettato per identificare le parole più pertinenti. Il transformer permette di memorizzare il contesto al fine di migliorare la risposta concentrandosi sulle parti più rilevanti dei dati di una lunga sequenza di input disponibili nel proprio database. Lungi dall’utilizzarle tutte, contrariamente a quanto si potrebbe credere, utilizzerà – salvo ordine contrario esplicito e ben formulato – solo quelle che gli consentono una risposta immediata dall’apparenza coerente e ponderata, sebbene spesso falsa, incompleta o distorta, quando non inventata, estrapolata o addirittura distorta per farvi piacere. Infatti, l’obiettivo dei progettisti di questi modelli è realizzare un profitto, quindi è fondamentale fidelizzare il cliente. E non c’è niente di meglio dell’adulazione per farlo. Gli agenti di Ai sono quindi progettati e programmati a questo scopo, a scapito dell’accuratezza o della pertinenza delle loro risposte alle vostre domande.
I QUATTRO PILASTRI DELL’INVENZIONE UMANA
Tutte le invenzioni umane, comprese quelle più recenti che hanno dato vita all’era digitale – nella quale ci stiamo immergendo con beata spensieratezza e con il concorso attivo dei nostri governi – si sono basate e si basano tuttora su quattro pilastri che definiscono il carattere dei Sapiens: l’esigenza di sopravvivenza, la noia, la curiosità e la pigrizia.
L’esigenza di sopravvivenza porta a inventare modi e mezzi per affrontare le avversità, qualunque esse siano, con più o meno successo, va detto. Tuttavia, dall’avvento dell’era industriale, grazie alle lotte sociali e in situazioni di pace, per la maggioranza delle popolazioni – ma non per tutte, tutt’altro purtroppo – i progressi tecnici in tutti i campi (in medicina in particolare) hanno permesso di ridurre, se non addirittura di eliminare, questa esigenza di sopravvivenza nel corso della vita di un individuo. La propaganda delle Big Tech, ideatrici e venditrici degli strumenti di Ai, proprio come quella del grande capitalismo degli ultimi due secoli, consiste nel farci credere che, grazie al progresso tecnico e ora all’Ai, questa esigenza sarà pienamente soddisfatta. E ciò a maggior ragione in quanto i multimiliardari delle Big Tech, dalla sindrome di Arpagone sono passati a una malattia incurabile, la “pleonexia”, neologismo coniato per descrivere la loro insaziabile avidità, con i mezzi finanziari necessari per alimentarla. Sembra che questa propaganda stia avendo successo, vista la beata compiacenza di molte persone di fronte al progresso tecnico e la prontezza con cui adottano queste nuove tecnologie alienanti di cui diventano schiavi.
La noia ha, da sempre, favorito la creatività umana, sia in ambito intellettuale, artistico o tecnico, e questo fin dall’infanzia. Infatti, come dimostrano la neurologia cognitiva e la psicologia sociale, la noia favorisce il vagabondaggio mentale, liberando il pensiero astratto e l’immaginazione. Eppure, le nuove tecnologie e i loro attrezzi (tablet e smartphone), la società dello spettacolo, amplificate dall’uso ludico dell’intelligenza artificiale che produce contenuti “su misura” per il cliente, portano non solo a isolare gli individui, ma anche a riempire ogni momento di ozio, senza lasciare più spazio alla noia. Peggio ancora, quanti genitori non esitano a procurare questi dispositivi ai propri figli (il che permette di non doversene occupare), privandoli di ogni velleità di socializzazione e recidendo alla radice la loro capacità immaginativa di inventare, scoprire e apprezzare altri tipi di occupazioni. Per ingannare la noia, si cerca di scacciarla solo rifugiandosi nel rapporto solitario tra uomo e schermo, nel falso dialogo con macchine servili, nell’illusione che ciò possa condurre alla felicità, nel senso critico di Kant, «di un piacere della vita che accompagni senza interruzione l’intera esistenza». Questo è ciò che vogliono farci credere i leader dell’Ai, come ad esempio Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, l’azienda all’origine di ChatGPT.
Se la pigrizia, o la ricerca del minimo sforzo, ha permesso o stimolato, nel corso della storia umana, l’invenzione della maggior parte dei manufatti utili, sia per la sopravvivenza che per facilitare il lavoro e risparmiare energie e fatica, essa è passata dall’essere uno stimolo alla creatività a svolgere un ruolo di anestetizzante. Perché affaticarsi a leggere, imparare o lavorare, a cercare modi per divertirsi, quando basta, nella maggior parte dei casi, premere qualche pulsante o tasto su uno smartphone o un computer, affinché un’Ai lo faccia al posto tuo? «Questa rivoluzione tecnologica (Ai e robotica) è inevitabile – prevede Altman. Genererà una ricchezza fenomenale. Il costo di molti tipi di manodopera (che determina il prezzo dei beni e dei servizi) tenderà a zero non appena un’Ai sufficientemente potente «entrerà nel mercato del lavoro». Questa rivoluzione produrrà ricchezza a sufficienza affinché ciascuno possa disporre di ciò di cui ha bisogno… L’Ai ridurrà il costo dei beni e dei servizi, poiché la manodopera è il principale fattore di costo a molti livelli della catena di approvvigionamento». Quindi, niente più lavoro umano, solo tempo libero. Una società ideale per i pigri, ma in cui non ci sarà più spazio affinché questa pigrizia o la noia che ne deriverà possano essere creative, poiché ogni attività sarà dominata dall’Ai.
La curiosità, infine. Il fascino dell’ignoto ha suscitato per millenni il desiderio di sapere, di scoprire nuovi popoli o nuovi territori, di comprendere i comportamenti umani e sociali, nonché i fenomeni naturali o stellari, di misurare il mondo, di analizzarlo, di spiegarlo, di trasmettere le conoscenze. Tutte queste aspirazioni individuali e talvolta collettive che i dogmi religiosi, finora, non sono mai riusciti a sradicare completamente. Ma è proprio ciò che la dittatura dell’Ai non mancherà di fare, questa volta per sempre. Infatti, a che serve interrogarsi, cercare soluzioni a un problema o a un’incognita, se basta porre la domanda al proprio modello di Ai, il quale non mancherà mai di fornire una risposta, anche se inesatta? Una risposta che sarà tanto più distorta in quanto dettata dagli algoritmi imposti dall’ideologia e dalle strategie di marketing dei suoi ideatori o dei loro datori di lavoro. D’altra parte, come osserva il premio Nobel per la fisica italiano, Giorgio Parisi, quando nessuno pubblicherà più le proprie ricerche, le proprie scoperte o persino le proprie ricette di cucina, saranno proprio le fonti stesse dell’Ai (il contenuto di quei famosi data center, grandi consumatori di energia, risorse materiali e acqua) a prosciugarsi, costringendo gli agenti di Ai a ripetersi all’infinito, copiandosi l’uno dall’altro. Anche se un giorno si riuscisse a creare un essere umano potenziato grazie a un collegamento diretto con l’uno o l’altro modello, questo non sarebbe altro che il pappagallo della propria macchina. Nessuno proverà più il piacere di mettere in pratica le proprie capacità, di ottenere riconoscimento sociale e autostima attraverso il compimento dei propri compiti. Immaginate le conseguenze di un blackout o della distruzione di tali data center: non rimarranno altro che zombie ignoranti.
UNA SFIDA POLITICA E DEMOCRATICA
In altre parole, come riassume la formula lapidaria del filosofo francese Eric Sadin, con la diffusione dell’uso dell’Ai stiamo creando il “deserto di noi stessi” e diventeremo «i protagonisti dell’obsolescenza dell’uomo». L’Ai e la robotica porteranno, come hanno già iniziato a fare, alla morte dell’Homo Faber, che si è autocostruito nel corso di due milioni di anni. «È come se – scrive Sadin – a forza di dedicarci in modo così spietatamente finalistico all’automatizzazione sempre crescente del mondo, fosse inevitabile che arrivasse il momento in cui l’intero processo assumesse la forma di un rituale autofagico, segnalando il punto di arrivo del capitalismo allo stadio dello svuotamento assoluto di noi stessi».
Una visione piuttosto pessimistica, direte. Sì, è vero. E lo è tanto più in quanto i mezzi per combattere la nostra autofagia sono estremamente limitati, semplicemente perché si tratterebbe di una lotta molto impari, quella di piccoli vasi di terracotta contro grandi vasi di ferro, per almeno tre ragioni. Da un lato, lo sviluppo e la diffusione dell’Ai sono sostenuti dai nostri governi tecnoprogressisti e asserviti al dogma della crescita, compresa l’Unione europea, nonostante i suoi tentativi di regolamentarla, avendo tuttavia cura – precisazione cruciale fornita dai suoi membri – che tali regolamentazioni non frenino l’innovazione. D’altra parte, perché le multinazionali multimiliardarie dell’Ai, sostenute dalle loro autorità pubbliche, dispongono di mezzi finanziari e di pressione quasi illimitati sui legislatori e sugli oppositori, per andare incessantemente avanti. Infine, perché, nella nuova società resa possibile dall’Ai, da un lato la sorveglianza permanente degli individui può contrastare ogni tentativo di ribellione; dall’altro, perché consente, a costi irrisori, la produzione e la diffusione di massa di fake news e deepfake, sempre meno identificabili come tali, rendendo quasi impossibile agli individui distinguere il vero dal falso e mettendo così a rischio le fondamenta stesse delle nostre democrazie.
MOSTRA
In occasione di Lectorinfabula 2026 (18-27 settembre), la Fondazione Giuseppe Di Vagno presenterà due mostre di vignette satiriche, curate da Thierry Vissol, dedicate ai rischi che l’intelligenza artificiale pone all’umanità. La mostra principale sarà allestita nel chiostro del monastero di San Benedetto, a Conversano, e raccoglierà 79 vignette realizzate da 79 artisti provenienti da 36 Paesi dei cinque continenti. Una seconda esposizione, con 32 vignette, sarà ospitata nel chiostro della biblioteca di Putignano. In occasione delle mostre sarà inoltre pubblicato un catalogo cartaceo.
Copertina: Le nouvel Atlas © KIANOUSH (Iran / France)
Thierry Vissol
Economista e storico, direttore del Centro Librexpression, Fondazione Giuseppe Di Vagno


