di Andrea Mercurio. Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani.
A oltre trent’anni dalla strage di Gornji Vakuf, la vicenda dei volontari italiani uccisi mentre portavano aiuti in Bosnia continua a interrogare il presente. L’eredità di Guido Puletti vive nell’impegno del Gus ma anche nelle riflessioni di operatori umanitari e giornalisti che oggi lavorano in contesti sempre più ostili, dove curare, testimoniare e raccontare possono trasformarsi in attività ad alto rischio.
Nel suo libro del 2018 il giornalista Ilario Salucci, già nel titolo, descrive la strage di Gornji Vakuf, avvenuta il 29 maggio 1993 in Bosnia-Erzegovina, come “una storia semplice” ed effettivamente, nella sua tragicità e nella sua apparente mancanza di movente, ciò che è accaduto nel Nord-Est del Paese ai 5 attivisti italiani è fin troppo chiaro. Il convoglio, formato da due veicoli ben riconoscibili – uno col contrassegno della Caritas, l’altro con la scritta Press –, è diretto a Zavidovići, cittadina a circa 120 km dalla capitale Sarajevo, trasportando beni di prima necessità da consegnare alla popolazione, sotto assedio dell’esercito croato.
Le persone a bordo delle due vetture sono cinque e provengono da Brescia: Guido Puletti, Fabio Moreni, Sergio Lana, Agostino Zanotti e Christian Penocchio. Oltre a consegnare le vettovaglie a Zavidovići, i 5 attivisti intendono anche, col viaggio di ritorno, aiutare alcune vedove a lasciare il Paese coi loro figli, per sottrarli alla guerra. Ma tali propositi non si realizzeranno mai: quel 29 maggio, infatti, il convoglio viene fermato all’altezza del villaggio di Gornji Vakuf da un gruppo di paramilitari bosniaci al cui comando c’è Hanefija Prijić, soprannominato Paraga (dal cognome di un noto politico croato di estrema Destra Dobroslav Paraga), che successivamente sarà condannato all’ergastolo. I 5 volontari – il più giovane di loro, Sergio Lana, ha solo 21 anni –, vengono derubati di tutto e trasportati lontano dalla strada che stavano percorrendo, quella che i soldati delle Nazioni Unite avevano denominato Diamond Route. In mezzo al folto bosco due dei soldati presenti aprono il fuoco contro gli attivisti e uccidono Puletti, Moreni e Lana. Riescono invece a fuggire Agostino Zanotti e Christian Penocchio, probabilmente anche grazie al sacrificio di Puletti frappostosi tra i proiettili e i loro corpi.
L’assenza di un movente chiaro ha reso questa tragedia sempre molto difficile da comprendere e forse per questo ancora più grave: le intenzioni degli attivisti erano infatti chiare e ben comunicate e, per di più, questi stavano consegnando aiuti a una popolazione appartenente alla stessa etnia degli aggressori, l’etnia bosgnacca, ovvero i bosniaci di religione musulmana.
L’EREDITÀ DI PULETTI
Guido Puletti nasce in Argentina da famiglia italiana, fin da giovane è molto impegnato politicamente e per questo il regime militare al potere a Buenos Aires gli farà scontare quasi due anni di carcere e di torture. Nel 1979, viene espulso dall’Argentina e arriva in Italia, a Brescia, dove inizia la sua carriera di giornalista. Dal suo lavoro e dalle sue idee ha avuto origine il Gus (Gruppo umana solidarietà Guido Puletti Aps), una Ong fondata alla fine del 1993 su basi di volontariato, che si organizzò per portare aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra nella ex Jugoslavia. Che il ruolo di Puletti sarebbe stato centrale lo si era intuito alla fine del 1992 quando, in un’assemblea pubblica tenuta a Sarajevo, aveva espresso la volontà di costituire un Gruppo di umana solidarietà «per sostenere il popolo bosniaco». Un obiettivo a cui gli fu impedito di lavorare, ma che viene portato avanti tutt’oggi dall’organizzazione con una serie di progetti umanitari sia in Italia che in Bosnia-Erzegovina.
Ne abbiamo parlato con Massimiliano Vita e Federica Ferri, entrambi parte dell’ufficio progetti del Gus, che ricordano Puletti così: «Era una figura molto conosciuta negli ambienti del pacifismo e della solidarietà internazionale. Giornalista, scrittore e promotore di iniziative per la pace, molte persone riconoscevano in lui una straordinaria capacità di mettere in relazione esperienze diverse e di trasformare l’indignazione di fronte alle ingiustizie in impegno concreto». Poi, in particolare sulla nascita del Gus, Vita ci spiega il ruolo fondamentale che hanno avuto le idee, gli articoli e il modo di interpretare l’impegno civile di Puletti: «Nelle sue riflessioni emerge costantemente la ricerca delle cause profonde dei fenomeni, il rifiuto delle letture semplificate e l’attenzione verso le persone e le comunità che subiscono le conseguenze delle decisioni assunte in altre sedi».
A trent’anni di distanza l’Ong è ancora impegnata nei luoghi dove Puletti venne ucciso. Come ci spiega Ferri: «La Bosnia-Erzegovina continua a rappresentare uno dei principali teatri di intervento del Gus e tra i progetti più significativi vi è certamente EcoRES-Crescita economica rispettosa dell’ambiente, inclusiva e giusta in Bosnia-Erzegovina, realizzato nelle aree di Tuzla, Zavidovići, Srebrenica e Bratunac». Inoltre, il progetto si propone di favorire una crescita economica inclusiva, attraverso la formazione professionale e l’inserimento lavorativo di giovani, donne e persone con disabilità. «Nella zona attorno a Tuzla, assieme all’Università di Urbino stiamo aiutando un gruppo di donne vittime di violenza domestica che hanno fondato una cooperativa, denominata Žena (“donna”) e che si occupa di raccogliere e vendere lamponi congelati». Intento del progetto è quello di aiutare le donne a preservare la coltivazione di questi frutti che stanno soffrendo anche a causa del cambiamento climatico.
Un altro aspetto importante nel lavoro del Gus in Bosnia-Erzegovina riguarda il tentativo di slegare il destino del Paese dalla memoria della guerra. Vita a riguardo spiega: «Sono del parere che la memoria vada condivisa e raccontata, ma che poi sia necessario anche vedere altro. Per esempio, ci piacerebbe agire nel settore turistico: il visitatore deve capire ciò che è stata la guerra, poi però deve poter anche scoprire i tanti posti bellissimi di queste regioni».
CURARE IN UN MONDO POLARIZZATO
L’attività di Puletti come costruttore di pace nelle zone di guerra ha ancora oggi molto valore e quel ruolo, sebbene si sia modificato insieme alla società e alla natura dei conflitti, non si è perso. Da questo punto di vista è cresciuto molto in questi anni il ruolo di Medici senza frontiere (Msf), la nota organizzazione medico-umanitaria internazionale, fondata nel 1971, con progetti aperti in circa 80 Paesi nel mondo. Martina Marchiò è infermiera di Medici Senza Frontiere da circa dieci anni. Da poco più di un anno ricopre il ruolo di capo-progetto medico e, da alcuni mesi, è vicepresidente dell’organizzazione, ma ha iniziato la sua carriera come attivista e ha chiari i pericoli che l’attivista umanitario può correre viaggiando da solo o in piccole organizzazioni, con il rischio di non riuscire ad avere una visione generale di dove si stia andando, di quale sia il contesto reale – anche in termini di sicurezza – e ovviamente di che cosa ognuno possa fare in quel luogo.
Marchiò ha lavorato in molti contesti diversi, interessati da conflitti, da catastrofi naturali o da crisi migratorie, come l’America Latina, l’Africa, l’Afghanistan e, per due volte, Gaza. La sua sensazione è che negli ultimi anni il mondo si sia sempre più polarizzato, lo spazio per interventi umanitari si stia riducendo e, di conseguenza, chi lavora sul campo divenga sempre più spesso un potenziale bersaglio. Dieci anni fa veniva firmata la Risoluzione Onu 2286 che mirava proprio a proteggere le strutture sanitarie, i sanitari e i pazienti nelle zone di guerra; nello stesso arco di tempo, tuttavia, Msf ha registrato 255 incidenti legati alla sicurezza e 21 operatori e operatrici uccisi mentre prestavano assistenza medica. Se invece ci riferiamo ai dati globali riportati dall’Oms le cifre si impennano in maniera preoccupante: solamente nel 2022 ci sono stati 1348 attacchi contro l’assistenza sanitaria e quasi 2mila vittime. «Oggi curare è un vero atto politico perché ci si ritrova a lavorare in contesti privi di sicurezza, dove non vengono fatti arrivare gli aiuti umanitari perché la fame è usata come arma. Spesso si dice che la medicina dovrebbe essere neutrale, ma a oggi questa sembra un’utopia».
«Puletti era anche un giornalista, e Msf, negli anni Settanta, è nato a opera di giornalisti, oltre che di medici» sottolinea la stessa Marchiò, aggiungendo: «Credo che questa sia una figura molto interessante perché accoppiare l’azione con la descrizione è molto importante. Nel mondo di oggi l’attività medica non può fermarsi al suo ambito, ma deve sempre essere accompagnata da una serie di parole, di denunce, di testimonianze».
IL PERICOLO DI INFORMARE
Proprio come i medici e gli infermieri anche i giornalisti sembrano essere sotto attacco da parte degli stati e degli eserciti belligeranti ma, come ci spiega Cristiano Tinazzi, inviato di guerra e fondatore del War Reporting Training Camp, un corso annuale di sicurezza e primo soccorso dedicato ai professionisti che intendono lavorare in zone di guerra, a non essere rispettato è prima di tutto il diritto internazionale, che formalmente protegge tutti i civili, compresi medici e giornalisti. «Esiste una separazione tra le forze combattenti e quelle non combattenti e sono stabiliti dei codici di comportamento nei confronti dei civili. Questo però non succede più per la profonda crisi del diritto internazionale. I civili, compresi medici e giornalisti, non dovrebbero essere mai un obiettivo militare».
Durante la sua carriera ventennale Tinazzi è stato in molti Paesi tra cui Iraq, Afghanistan e Libia: «La prima guerra che ho seguito è stata quella tra Israele e Hezbollah nel 2006, poi la guerra civile in Libia, la guerra in Sud Sudan e, dal 2014, l’Ucraina». Come tutti gli aspetti della società umana anche la guerra nel corso degli anni si è profondamente trasformata: basti pensare al ruolo ricoperto attualmente dalla tecnologia, diventata oggi parte integrante di qualsiasi azione sul campo. A riguardo, Tinazzi porta l’esempio del drone detector, apparecchiatura che permette di rilevare la presenza di un drone anche a una certa distanza: «Oggi, in Ucraina, sarebbe folle non dotarsi di uno strumento del genere. Fa parte a tutti gli effetti dei dispositivi di protezione individuale (Dpi)».
Di fronte alla problematica domanda riguardante le motivazioni più profonde che portano una persona in una zona di guerra, sia Tinazzi che Marchiò sottolineano la necessità di raccontare un luogo in modo più approfondito di quanto non si faccia col consueto giro di notizie, tendente a ridurre un conflitto all’aspetto numerico, con le persone reali sullo sfondo. Secondo Tinazzi il giornalista non è un eroe, ma un lavoratore che si mette a rischio come fanno, ad esempio, pompieri o infermieri: «Il nostro dovere, ma non solo nostro, credo sia raccontare la vita delle persone dietro queste guerre e far comprendere la complessa realtà dietro un conflitto». Un concetto simile lo esprime Marchiò: «Le quasi 2mila vittime tra i sanitari erano esseri umani, vite, storie, invece la narrazione che ne viene fatta è spesso parziale e disumanizzante». Motivazioni che sarebbero state sicuramente condivise anche dai tre attivisti andati in Bosnia, nella primavera del 1993, con l’obiettivo di aiutare chi ne aveva più bisogno e invece uccisi senza apparente motivo.
Gornji Vakuf © Julian Nyča, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Andrea Mercurio
Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani.
