di Nicola Mariani. Dottore in Teologia sistematica
Le nuove consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X e la conseguente scomunica da parte del papa offrono lo spunto per riflettere sul rapporto tra autorità, continuità dottrinale e successione apostolica nel Cattolicesimo romano. In una lettura protestante si individua nella concezione della Grazia il vero punto di divergenza tra Roma, i lefebvriani e le Chiese della Riforma.
A cavallo tra giugno e luglio 2026, molti media, sia italiani che internazionali, si sono attardati sulla questione delle consacrazioni episcopali lefebvriane del 1° luglio 2026 e sui tentativi di mediazione della Chiesa cattolica romana. La vicenda si è poi conclusa il 2 luglio con il prevedibile decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede, in forza del quale sono incorsi nella scomunica latae sententiae i vescovi Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, nonché i quattro presbiteri, da loro consacrati vescovi «senza mandato pontificio e contro la volontà» del papa.
Per un/a protestante, non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadire quanto la comprensione del Cristianesimo, e anzi di Cristo stesso, propria del Cattolicesimo della Fraternità San Pio X, fondata da Marcel Lefebvre, sia agli antipodi di quella della Riforma e delle Chiese che in essa continuano a vivere. Basti sottolineare che la Fraternità può essere letta come la riedizione estremizzata, eminentemente postmoderna (o ultramoderna) dei tratti più reazionari, antimoderni, illiberali e anche antiprotestanti di quella stagione del Cattolicesimo romano che va dal Tridentino al clima reazionario del XIX secolo, fino alle ultime tre definizioni dogmatiche proclamate solennemente dai papi ex cathedra (cioè avvalendosi del massimo grado di autorità dottrinale) – l’Immacolata Concezione (1854), l’infallibilità papale (1870) e l’Assunzione di Maria (1950) – che segnano alcuni dei principali punti di distanza tra il Cattolicesimo romano e la tradizione della Riforma.
NUOVI LUTERANI?
Si rende però opportuno spendere due parole su questa vicenda almeno in seguito al fatto che il prefetto emerito Gerhard L. Müller, a capo dell’allora Congregazione per la Dottrina della Fede dal 2012 al 2017, si è espresso il 30 giugno scorso, definendo i lefebvriani “nuovi luterani” perché «non vogliono ubbidire», come riportato tra gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio dalle principali testate giornalistiche italiane. L’argomentazione di Müller è nota: come i protestanti, così anche i lefebvriani rifiutano alla Chiesa di Roma e al papa regnante l’obbedienza che gli è dovuta. Per questo vi è, tra i due, una certa affinità, certamente paradossale e assolutamente contrastante con l’autocomprensione di entrambi.
La dichiarazione di Müller è meno assurda di quanto sembrerebbe a prima vista. È chiaro che, dal punto di vista dei cardini della dottrina, del rapporto con la modernità, della liturgia, delle modalità di presenza pubblica, delle forme di devozione ecc. ecc., i lefebvriani non sono protestanti. Questo lo sa benissimo anche Müller. Egli vuole dire, in realtà, altro: dal punto di vista formale (potremmo parafrasare: ermeneutico, metodologico) i lefebvriani si trovano, loro malgrado, in una posizione analoga a quella dei Riformatori. La Chiesa (all’epoca della Riforma quella latina ancora indivisa, oggi rigorosamente, per Müller, romana), anche, ma non solo, nella persona del papa, si è espressa e loro hanno scelto la disobbedienza. Per Müller e chi la pensa come lui, la dimensione dei contenuti è secondaria. Non conta in primo luogo su che cosa i lefebvriani non la pensino come il papa, conta il puro fatto che non la pensano come lui.
L’impressione che si ricava riflettendo su tutta la vicenda è che il Concilio Vaticano II abbia prodotto effettivamente una rottura nell’ermeneutica cattolico-romana; anche se in questo caso “rottura” non significa “collasso”, ma “disunione” o “separazione”. Puntualizzo en passant che «rottura» non significa, qui, «collasso», ma «disunione», «separazione». A causa del Concilio – dei suoi documenti, dei singoli pronunciamenti e, ancor di più, della sua postura generale verso l’autocomprensione della Chiesa e il suo posizionamento nel mondo – si è creata una situazione in cui è diventato pensabile, in seno al Cattolicesimo romano, separare la continuità formale da quella contenutistica. La prima pensa e afferma, con sensibilità tridentina, che essere cattolici romani significa in ultima analisi obbedire al Papa e ai suoi vescovi, poiché è lì che la Chiesa trova la propria assicurazione contro il rischio dell’errore. La seconda, invece, difende i vari contenuti dottrinali che la confessione nata da Trento ha sostenuto con passione fino al Vaticano II.
Il fenomeno dei lefebvriani sceglie la continuità contenutistica, accusando il Cattolicesimo romano mainstream di essersi “protestantizzato”, appunto, per quanto riguarda i contenuti. Il più importante, dal punto di vista lefebvriano, sembra essere il carattere della messa come ripetizione incruenta del sacrificio di Cristo, ma si potrebbe aggiungere tutta una selva di punti di contenuto sui quali i lefebvriani si pongono in continuità rispetto al Cattolicesimo romano precedente il Vaticano II e in rottura con quello seguente (e certamente anche con le Chiese della Riforma): postura della Chiesa rispetto alla modernità, dialogo ecumenico e dialogo interreligioso, dottrina delle fonti della rivelazione…
Il Cattolicesimo romano mainstream, dal canto suo, sceglie invece la continuità formale. Il punto non è continuare a dire le stesse cose che si sono dette fino al Vaticano II, ma seguitare ad assumere, rispetto al papa e ai suoi vescovi, lo stesso atteggiamento di fondo che si è assunto sempre, o almeno da un certo punto in poi. Sui contenuti, si può soprassedere, anche se non sempre lo si ammette. Riprendendo l’esempio del sacrificio nella messa caro ai lefebvriani, nel Cattolicesimo mainstream può configurarsi una situazione in cui, teologicamente, si sostiene a chiare lettere che quello della messa non è un sacrificio (in nessun senso), ma poi lo si definisce tale, durante ogni liturgia eucaristica, alla presenza di centinaia di milioni di fedeli. Non è che la tensione (è un eufemismo) non venga percepita; il punto è che è sussunta in una composizione più alta, per l’appunto schiettamente formale: in sostanza, quella di ubbidire ai vescovi del papa.
IL DITO E LA LUNA
L’esacerbarsi del principio formale nel Cattolicesimo romano mainstream è un fatto interessante, che potrebbe forse contribuire a spiegare la (relativa, s’intende) tenuta di quella confessione anche in un’epoca in cui quello che fu l’Occidente si scristianizza. Il papa rimane stabilmente il papa, anche in contesti postcristiani. Anche quando Cristo non interessa per nulla e a nessun livello, il papa interessa. E su questo punto, tanto l’interlocutore evangelico quanto quello cattolico romano dovrebbero provare una certa inquietudine. Se in una Chiesa cristiana c’è una figura che prende il posto di Cristo e interessa anche dove Cristo, invece, non interessa, ciò non può essere, sia detto eufemisticamente, un buon segno. Il papa, in questo quadro, rischia di farsi interessante in quanto papa, non in quanto dito puntato a Cristo, né sulla base di quello che, con la sua Chiesa, afferma sul piano dottrinale e/o etico. È come se il papato fosse, da un lato, il centro del Cattolicesimo romano e, dall’altro, una grandezza che tende stranamente ad autonomizzarsi da esso. È per questo che il Cattolicesimo romano mainstream, curiosamente ma neanche tanto, rivolge ai lefebvriani, almeno nelle parole di Müller, esattamente la stessa accusa di “protestantizzazione” (Müller parla per la verità, un po’ per sineddoche, di “nuovi luterani”) che questi rivolgono al papa e ai suoi. Roma coglie nella postura dei lefebvriani un’analogia con il Protestantesimo perché è convinta che, se si mettono avanti i contenuti, si perde il criterio che tutela la Chiesa dall’errore e si apre al “caos”, che è il vero nemico atavico della comprensione romana del mondo. E questo criterio, alla fine dei conti, è il papa (certo, si dirà, inteso non in isolamento, ma con la Chiesa cattolica-romana tutta). Certamente, è paradossale che i lefebvriani, proprio dal punto di vista dei contenuti che intendono difendere, siano in realtà “più papisti del papa”. Ma appunto il papa, nella logica romana, rimane il papa anche contro chi lo vorrebbe “più papa” ancora. E infatti si arriva alla rottura con i lefebvriani sulla base della consacrazione autonoma di vescovi da parte di questi ultimi. Una consacrazione che, pur essendo valida (perché trasmessa in modo schiettamente formale, come se l’apostolicità fosse un fluido travasato da un contenitore in un altro), fuoriesce dalla successione apostolica come intesa dal Cattolicesimo romano.
È su quest’ultimo punto che, paradossalmente, non più i lefebvriani e i protestanti, ma stavolta i lefebvriani e i cattolici romani mainstream si trovano d’accordo, seppur in stato di scisma: per entrambi, il nocciolo della questione, potremmo dire il criterio su cui la Chiesa sta o cade, è la successione apostolica intesa in senso storico-formale e non, come nella Riforma, come successione nello sforzo di fedeltà all’Evangelo. È a questo punto che i lefebvriani scivolano, dal dissenso tollerabile, nello scisma intollerabile. Ed è su questo punto, ovvero per “salvare la Chiesa” (nel loro caso la maiuscola è certamente coessenziale alla parola stessa!) che, dal canto loro, i lefebvriani fanno i “nuovi luterani” e passano all’ordinazione di vescovi nonostante sappiano che cosa questo comporterà da parte romana. Insomma, tanto per i cattolici mainstream quanto per i lefebvriani, la Chiesa è in pericolo se non ci sono vescovi ordinati secondo la successione apostolica come intesa da tutto il Cattolicesimo.
GRAZIA: SERVA O PADRONA?
L’urgenza è stata chiarita dalle parole con cui papa Leone XIV ha cercato di evitare il peggio. Rivolgendosi ai lefebvriani in odore di scisma con una lettera del 1° luglio, il papa ha sottolineato le conseguenze del loro sconsiderato gesto: se ordineranno vescovi (come poi hanno fatto), rischieranno nientemeno che di privare i loro stessi fedeli della Grazia sacramentale! I sacramenti amministrati da un clero che non si colloca nella successione apostolica non sarebbero infatti ricevuti lecitamente, o addirittura sarebbero invalidi.
Si tratta dunque, in fin dei conti, di una battaglia tra episcopati sul controllo (per non dire possesso) della Grazia ed è proprio qui che la sparata di Müller perde ogni legittimità: mentre i luterani “nuovi” combattono con i cattolici romani mainstream su chi controlla la Grazia, quelli “vecchi”, le Chiese della Riforma, stanno o cadono sulla confessione che la Chiesa, qualsiasi essa sia, non controlla e non possiede la Grazia, ma, semplicemente, la riceve, la annuncia e la testimonia. Questa confessione anima tutti i luoghi teologici della Riforma, ed eminentemente i cinque “sola”: sola gratia, sola fide, solus Christus, sola Scriptura, soli Deo gloria. E infatti tali sola, nessuno escluso, stanno o cadono a seconda di come la Chiesa pone sé stessa rispetto alla Grazia: serva o padrona? In questo, le Chiese della Riforma sono tanto lontane dai lefebvriani quanto dalla Chiesa cattolico-romana mainstream, nonostante il fatto che ampi spazi di comunione fraterna e sororale siano possibili e anche reali con la seconda (tanto a livello individuale che istituzionale), non certo con i primi. Mentre due gruppi di vescovi si scontrano in una battaglia per il diritto di elargire patenti di Grazia, la Chiesa evangelica può forse cogliere l’occasione per ricordarsi e ricordare che la Grazia è libera come lo Spirito di Dio oppure non è Grazia, ma ideologia religiosa. E certamente, a differenza di quest’ultima, non conosce frontiere, nemmeno quelle della Riforma.
Foto: Fraternità Sacerdotale San Pio X | Le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988 © Public domain, via Wikimedia Commons
Nicola Mariani
Dottore in Teologia sistematica
