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Nucleare sostenibile? Ambiguità di un’espressione, complessità delle scelte

di Angelo Turco

di Angelo Turco. Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM

L’ipotesi del ritorno del nucleare in Italia riapre un confronto che intreccia aspetti tecnici, politici e geopolitici. La sostenibilità del nucleare dipende dai criteri adottati e solleva interrogativi su rischi, volontà popolare, autonomia energetica e dipendenze strategiche.

Il 4 giugno scorso è stato approvato alla Camera il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile con 155 “Sì”, 86 “No” e 8 astenuti. Una data storica che segna formalmente il ritorno del nucleare nel nostro Paese, sotto il profilo non solo energetico, ma altresì politico e culturale. Il tema è complesso: gli interessi in gioco sono molteplici, così come gli attori coinvolti e le strategie che perseguono. Vediamo di fissare qualche punto di cui si parlerà a lungo nei prossimi mesi e anni, distinguendo il piano tecnico da quello politico-normativo e da quello geopolitico.

IL PIANO TECNICO

L’espressione “nucleare sostenibile” appartiene a quella categoria di formule che sembrano chiarire una questione e che invece, spesso, la complicano. Non perché sia necessariamente falsa, ma perché tende a fondere in un’unica etichetta dimensioni differenti – tecnica, ambientale, economica, giuridica e geopolitica – che dovrebbero essere tenute distinte. Da un concetto ambiguo possono dunque nascere normative ambigue, poiché il termine “sostenibilità” non descrive una proprietà intrinseca della tecnologia nucleare, bensì il risultato di una valutazione comparativa che dipende dai criteri adottati.
Dal punto di vista tecnico, l’idea di sostenibilità del nucleare si fonda principalmente su tre argomenti. Il primo riguarda le emissioni di gas serra. Considerando l’intero ciclo di vita – estrazione dell’uranio, costruzione degli impianti, esercizio e smantellamento – una centrale nucleare produce quantità di CO2 comparabili a quelle dell’eolico e inferiori a quelle del gas naturale e del carbone. Il secondo argomento concerne la continuità della produzione: a differenza delle fonti rinnovabili intermittenti, il nucleare garantisce energia costante, contribuendo alla stabilità delle reti elettriche. Il terzo riguarda la densità energetica: una quantità relativamente ridotta di combustibile produce enormi quantità di energia.
Tuttavia, esiste una seconda lettura, altrettanto tecnica, che mette però l’accento su qualità differenti del nucleare. Se infatti si considera la sostenibilità come la capacità di una tecnologia di non trasferire costi e rischi alle generazioni future, emergono criticità difficili da ignorare. Le scorie ad alta attività, ad esempio, mantengono la loro pericolosità per tempi che superano di gran lunga l’orizzonte storico delle istituzioni umane. I costi di smantellamento delle centrali sono spesso sottostimati e vengono scaricati sui bilanci pubblici. Inoltre, gli incidenti, pur statisticamente rari, producono effetti territoriali estremamente durevoli, come mostrano i casi di Chernobyl e Fukushima. Da questo punto di vista, il concetto di “nucleare sostenibile” non indica una qualità assoluta, ma il risultato di una comparazione con alternative considerate peggiori, soprattutto quando si parla di combustibili fossili.

IL PIANO GIURIDICO-POLITICO

La controversia si riflette sul piano giuridico. In Italia il tema è particolarmente delicato perché il rifiuto del nucleare non è soltanto una posizione politica: esso è stato espresso attraverso strumenti referendari. Dopo l’incidente di Chernobyl, il referendum del 1987 determinò l’abbandono del programma nucleare nazionale. Successivamente, dopo Fukushima, il referendum del 2011 respinse nuovamente il ritorno alla produzione nucleare. Dal punto di vista formale, nessuno di questi referendum ha introdotto un divieto costituzionale permanente. Il Parlamento conserva dunque il potere di adottare nuove normative che reintroducano il nucleare. Tuttavia, esiste una questione di legittimità politica che non può essere elusa. Due pronunciamenti popolari, separati da oltre vent’anni e maturati in contesti storici diversi, hanno espresso un orientamento chiaramente contrario. Ignorare tale dato significherebbe ridurre il referendum da strumento di indirizzo politico a semplice episodio contingente.
Emerge qui una tensione tipica delle democrazie contemporanee: da un lato la sovranità popolare espressa in passato, dall’altro la trasformazione del contesto tecnologico e climatico. I sostenitori del nucleare, infatti, ritengono che i referendum riguardassero tecnologie ormai superate; gli oppositori replicano che il principio di precauzione e la volontà popolare mantengono intatta la loro validità. La disputa, in altre parole, non è soltanto energetica, ma costituzionale.

 

IL PIANO GEOPOLITICO

Sul piano geopolitico la questione assume una dimensione ancora diversa. Il nucleare viene oggi presentato da molti governi – compreso il nostro – come uno strumento di autonomia strategica. La crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina ha mostrato la vulnerabilità europea rispetto alle importazioni di gas. Dal suo canto la guerra in Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha reso drammaticamente evidente come la stabilità degli approvvigionamenti sia un punto debole dell’intero sistema economico-produttivo globale. In questo quadro il nucleare appare ad alcuni decisori come una fonte capace di rafforzare la sicurezza energetica nazionale.
Ma anche qui la nozione di autonomia è parziale. Nessun programma nucleare è veramente indipendente. L’uranio deve essere estratto, arricchito, trasportato e trasformato all’interno di catene globali di approvvigionamento. Le tecnologie più avanzate sono concentrate in pochi Paesi. Se consideriamo gli Small Modular Reactors (Smr), su cui maggiormente si punta, i Paesi che ne controllano il ciclo sono solamente quattro nel mondo: Cina, Russia, Stati Uniti e Francia. Oggi il mercato globale è dominato da attori come la russa Rosatom, imprese francesi riconducibili a Edf (Électricité de France) e al gruppo industriale Orano, oltre a operatori statunitensi, sudcoreani e cinesi. Ne deriva una forma diversa di dipendenza meno visibile, ma non meno reale. In buona sostanza, il nucleare per Paesi come il nostro non attenua la forma di dipendenza energetica, ma semmai distribuisce la dipendenza energetica stessa in più forme, limitando, se vogliamo, l’impatto di ciascuna di esse sulla dipendenza globale.
Per questa ragione il nucleare resta uno degli ambiti nei quali il confine tra energia, sicurezza nazionale e potenza strategica è più sottile. La questione iraniana deve pur insegnarci qualcosa.

UNA PRIMA CONCLUSIONE PROVVISORIA

La formula “nucleare sostenibile” non descrive una realtà univoca. Essa è il punto d’incontro di tre razionalità differenti. Per la tecnica significa basse emissioni di carbonio, e quindi una componente essenziale delle politiche di decarbonizzazione che stanno a cuore soprattutto all’Unione europea e interessano molto poco, a quanto pare, il resto del mondo. Contrariamente a quanto l’espressione “nucleare sostenibile” tenderebbe a far credere in una sua forte ambiguità mediale, nel contesto tecnologico attuale, incentrato sulla fissione, il nucleare può sicuramente puntare su un’attenuazione del rischio (è il nocciolo della strategia dei microreattori), ma certo non della pericolosità. 

Per il diritto richiama il problema della compatibilità con una volontà popolare espressa due volte, e non può essere in nessun caso ridotta alla dicotomia politica Destra/Sinistra. Infine per la geopolitica rappresenta una risorsa di potenza e di sicurezza, ma anche una nuova forma di dipendenza, considerando il ciclo completo del nucleare, inclusi approvvigionamenti e tecnologia. 

La vera questione non è dunque stabilire se il nucleare sia sostenibile in assoluto. La questione è decidere quale idea di sostenibilità una società intenda adottare, quali costi sia disposta ad accettare e su quale orizzonte temporale voglia misurare le proprie scelte. Solo allora l’aggettivo “sostenibile” cessa di essere uno slogan e diventa una categoria di giudizio.

Nucleare mediale/nucleare reale

L’espressione “nucleare sostenibile” non nasce negli ambienti tradizionalmente favorevoli al nucleare, bensì dall’incontro tra due discorsi che, per decenni, erano rimasti separati: quello energetico-industriale e quello ambientale. La sua diffusione accelera negli anni Duemila, quando la lotta al cambiamento climatico impone di distinguere tra emissioni di carbonio e altri impatti ambientali. A veicolarla sono inizialmente organismi tecnici, agenzie energetiche, grandi operatori del settore e una parte della comunità scientifica; successivamente viene recepita dalle istituzioni europee, soprattutto nel dibattito che porterà all’inclusione del nucleare nella tassonomia verde dell’Unione europea.

Storicamente, il nucleare è stato sostenuto tanto da governi conservatori quanto da governi socialdemocratici. In Francia, ad esempio, esso è stato per lungo tempo parte di un consenso repubblicano trasversale. Più che una categoria Destra/Sinistra, il conflitto oppone oggi due diverse idee di transizione ecologica: una “tecnocratica”, che considera il nucleare uno strumento indispensabile per la decarbonizzazione; e una “ecologista”, che vede nella sostenibilità un concetto incompatibile con scorie, rischi sistemici e centralizzazione energetica.

Da questo punto di vista, “nucleare sostenibile” appare soprattutto come una formula di mediazione: un tentativo di ricollocare simbolicamente il nucleare all’interno dell’immaginario verde contemporaneo. Non descrive soltanto una tecnologia; cerca di modificarne la percezione pubblica. 

Ph. Ratcliffe-on-Soar Power Station, Nottingham, UK © Johannes Heel via Unsplash

Immagine di Angelo Turco

Angelo Turco

Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM

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