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Sopravvivere al vuoto

di Giulia Rugolo

di Giulia Rugolo. Giornalista freelance.

Tentare il suicidio e continuare a vivere: i racconti di chi è sopravvissuto e di chi ha perso una persona cara. Il difficile percorso di chi resta, tra stigma e sensi di colpa.

In un mondo che tende a banalizzare e stigmatizzare il dolore mentale, il suicidio resta uno dei grandi tabù del nostro tempo. Eppure il pensiero del suicidio attraversa la vita di molte persone, lasciando ferite profonde in chi resta e aprendo interrogativi difficili per l’intera società. Questo ciclo di tre articoli prova ad affrontare il tema senza scorciatoie né semplificazioni, attraverso testimonianze dirette e sguardi competenti. Nel primo – qui pubblicato – si intrecciano il racconto del tentativo di suicidio della giornalista Fuani Marino e il memoir del giornalista e scrittore Roberto Alajmo, che riflette sull’essere sopravvissuto al suicidio di una madre. Il secondo articolo entrerà nel merito del “dolore mentale”, dei segnali di rischio e del lutto traumatico dei familiari, con il contributo di esperti come Maurizio Pompili (professore di Psichiatria alla Sapienza Università di Roma e fondatore del Servizio per la prevenzione del suicidio dell’Azienda ospedaliera Sant’Andrea) e Giulia Marinato (psicologa clinica e psicoterapeuta a orientamento analitico transazionale). La terza parte darà spazio alle esperienze di onlus come Telefono Amico e La Tazza Blu, impegnate nel contrasto allo stigma attraverso l’ascolto anonimo, la prevenzione nelle scuole e la costruzione di reti di mutuo aiuto. Un percorso per umanizzare il dramma, sfatare i miti più diffusi e indicare possibili vie di prevenzione.

«A saltare nel vuoto c’era il problema che se non sceglievi il numero giusto di piani, rischiavi di non ammazzarti nel toccare terra. Ma sette piani mi sembravano una distanza sicura», scriveva l’autrice statunitense Sylvia Plath nel suo unico romanzo La campana di vetro nel 1963. La giornalista Fuani Marino pensava ne bastassero quattro. Un volo di dodici metri dal balcone della zia, a Pescara.

Quando tenta il suicidio è il 26 luglio 2012. Ha trentadue anni e da quattro mesi è nata sua figlia Greta: «Ho pensato che ci sarebbe voluto poco, che era questione di attimi: poi sarei morta. Era come se volessi confortarmi, come se una parte di me mi dicesse di non avere paura. A differenza di quanto si crede, non mi è sfilata davanti tutta la vita, non l’ho vista, era come se non ci fosse mai stata. C’ero solo io che precipitavo perché volevo farlo, perché quel volo era un mezzo per raggiungere la fine, mi sono detta questo: sta per finire. E poi sono caduta, ma non sono morta», si legge nel suo libro autobiografico Svegliami a mezzanotte, pubblicato nel 2019 con Einaudi.

UN GESTO ANTICONSERVATIVO

Come raccontano le oltre mille pagine della sua cartella clinica, i mesi successivi sarebbe rimasta inchiodata a un letto. All’altezza dei fianchi, il suo bacino era trafitto in quattro punti da un fissatore ortopedico esterno che gli avrebbe permesso di tornare integro dopo la rottura provocata dall’impatto. Gli stessi apparecchi furono applicati anche a polso, omero destro e tibia sinistra. Dallo stesso lato del corpo, un filo di Kirschner – una sottile asta metallica per immobilizzare frammenti di osso – sanava la clavicola fratturata, che aveva a sua volta causato la parziale rottura del plesso brachiale, la rete nervosa che controlla la sensibilità e i movimenti di braccio, spalla, gomito, polso e mano. Al braccio sinistro – che sarebbe stato operato per la frattura del gomito – fu praticata la fasciotomia, un intervento volto a trattare la sindrome compartimentale, che si verifica quando la pressione aumenta e provoca ischemia e necrosi. L’impatto, inoltre, aveva indotto un’emorragia interna, che venne fermata con una resezione dell’intestino. Quando Fuani esce sul balcone, non ha tentennamenti: tornare sui suoi passi e rinunciare non è contemplato. Al contrario, è determinata ad andare fino in fondo: «Accarezzavo da mesi l’idea di porre fine alla mia sofferenza. Lo stato in cui mi trovavo – che in psichiatria si chiama “misto”, depressa e allo stesso tempo in forte agitazione – allentava anche la percezione dei miei legami affettivi, c’ero solo io che soffrivo. Le volte in cui pensavo agli altri credevo sarebbero stati sollevati senza di me. Difficilmente credo che il suicidio si possa scegliere in modo razionale, è di fatto un gesto anticonservativo che si può definire contro natura, per quanto non mi piaccia questa parola. Bisogna trovarsi in una condizione di disagio fisico e psichico, per cui l’idea della morte, che da sempre temiamo, appare preferibile rispetto alla vita», dice.

Durante gli anni precedenti al tentativo di suicidio, la donna attraversa periodi di depressione, caratterizzati da ansia ed esaurimento nervoso. Tempo dopo sarebbe arrivata la diagnosi di disturbo bipolare: «È caratterizzato dall’alternanza di fasi di depressione e mania. I farmaci e la psicoterapia aiutano a stabilizzare l’umore e a conviverci ma non si può mai abbassare la guardia. Siamo più sensibili a cambiamenti e stress. La sensazione più frequente è quella di non farcela, si teme di esaurire le proprie risorse, come se fossero più limitate. Anche partire per un viaggio può essere troppo. La depressione è qualcosa di vischioso, come una sanguisuga che prosciuga le energie necessarie a vivere». Ma cosa significa convivere con un disturbo del genere? Sviluppare strategie e abitudini finalizzate a trovare il giusto equilibrio nella propria quotidianità sembra essere la chiave: «Cerco di rispettare i miei tempi, cosa che forse dovrebbero fare tutti, ma io in particolare so di essere molto sensibile alla stanchezza e quindi cerco di modulare le mie giornate in questo senso. Al mattino, ad esempio, salvo impegni improrogabili, mi alzo tardi, poi cerco di alternare giornate più piene ad altre riposanti, di decompressione».

STIGMA E BANALIZZAZIONE

«Ma la cosa peggiore è non poterne parlare. Non solo ti è successa una cosa terribile, ma devi anche nasconderla come qualcosa di vergognoso», scrive Fuani nel libro. Secondo lei, l’elemento che rende difficile alla società accettare e comprendere la complessità delle malattie mentali è la paura. Questo crea una condizione di grande isolamento in chi ne soffre, che fatica a comunicare i propri stati d’animo perché certo di non essere capito dagli altri. Fino a pochi decenni fa, infatti, i disturbi psichici erano considerati incurabili. La chiusura dei manicomi in Italia – grazie alla Legge Basaglia – risale solo al 1978 e rappresenta un punto di svolta cruciale nel passaggio da un approccio di segregazione a uno di terapia e integrazione.

L’atteggiamento nei confronti delle malattie mentali è riluttante o sminuente: non esiste una via di mezzo. «In questo ambito esiste un uso improprio del linguaggio: si dice “sono depressa” senza considerare che la depressione è una malattia, oppure si dà a qualcuno del “bipolare” solo perché un po’ “lunatico”. È come se fossimo passati dall’estremo dei manicomi – in cui persone come me fino a cinquant’anni fa venivano rinchiuse per sempre – a una minimizzazione dei disturbi che faticano a trovare una loro dignità di cura», dichiara. Banalizzare o ridicolizzare la volontà di togliersi la vita con frasi inadeguate rientra nella normalità. Espressioni come “buttarsi dalla finestra”, “tagliarsi le vene”, o “impiccarsi” sono di uso comune. «Io stessa devo averle usate diverse volte, quando l’idea di farmi fuori era ben lontana da me», riporta Fuani nel suo memoir. Un altro esempio su cui riflettere citato dalla giornalista è il verbo utilizzato prima della parola “suicidio”: commettere. Come se fosse un crimine. E tutt’oggi continua a rappresentare un atto osceno, che la società considera inaccettabile. «Il disagio e il dolore, quando altrui, diventano difficili da quantificare: si finisce per non comprenderne l’intensità. E come vale forse per ogni esperienza, chi non ci è passato a stento può comprendere. Così il gesto più tragico diventa folle, oppure fonte di chiacchiere, perfino ridicolo. Lo stesso Cesare Pavese, nel 1950, scriveva nel suo celebre biglietto di addio: «Non fate troppi pettegolezzi », dando per scontato che il suo gesto ne avrebbe alimentati. Ma le ragioni che vi possono condurre sono molteplici, e non tutte folli», si legge ancora in Svegliami a mezzanotte.

Confrontarsi con la sensazione di stigma – spesso autoinflitta – i sensi di colpa, la percezione di aver perso la propria affidabilità e i giudizi degli altri non è facile. Fuani scrive: «Le volte in cui qualche amichetta di Greta si trovava a casa nostra per il pomeriggio o la notte in occasione di un pigiama party, non potevo fare a meno di chiedermi se i genitori, e in particolare la madre, me l’avrebbero lasciata comunque sapendo quanto avevo fatto». Quando sua figlia era piccola, spesso le capitava di sentirsi in difetto, troppo diversa dalla madre canonica che tutte le donne pensano di dover essere.

Questa narrazione distorta del suicidio, intrecciata alla visione idealizzata e stereotipata della maternità, è presente anche nella letteratura dell’Ottocento. Per fare un esempio, Emma Bovary, protagonista del romanzo Madame Bovary dello scrittore francese Gustave Flaubert, non instaura mai un vero rapporto affettivo con la figlia Berthe, rimanendo del tutto indifferente nei suoi confronti. Al contrario, Anna Karenina – dell’omonima opera dell’autore russo Lev Tolstoj – ha un legame profondo con il primogenito Serëža, ma questo non le impedisce di abbandonarlo per seguire il suo amante. La prima si uccide avvelenandosi con l’arsenico, mentre la seconda si butta sotto un treno. «È un caso che entrambe – si chiede Fuani nel testo – due dei personaggi letterari femminili più celebri, si siano ritratte dalla vita familiare e siano morte suicide? O si sono imposte all’attenzione proprio in virtù della loro difficoltà ad adattarsi alla propria vita, a causa di un’inquietudine che le porta a desiderare altro?».

IL PROCESSO DI “ACCETTAZIONE”

Accettare ciò che aveva fatto è stato un percorso impervio per la giornalista, un processo che ha richiesto tempo e spazio. Per un periodo, prima di addormentarsi, ha riprovato la vertigine della caduta. A un certo punto ha smesso di rivivere quel momento, ma ancora oggi è un passato difficile con cui convivere: «Non parlerei di perdono nei miei confronti, perché il mio stato era talmente alterato da non avere colpe. Posso dire in questi anni di aver imparato a essere indulgente con me stessa e quindi anche con quello che ho fatto. Ma devo ammettere che quando sento di un tentato suicidio, non so mai se augurare al suicida di sopravvivere, perché è un peso molto grande da sopportare, e in questo non mi stupisce che alcuni tentino nuovamente di uccidersi», afferma.

Nonostante i ricordi dolorosi, Fuani ha scelto di farsi portavoce della sua storia, rifiutando di nasconderla nella speranza di cancellarla per sempre. Come scrive l’autrice inglese Rachel Cusk in Resoconto (Einaudi, 2018): «Tacere sulle cose che ci sono accadute non è un po’ come tradire se stessi, o quantomeno tradire quella parte di sé che le ha sperimentate?». In questo senso, la scrittura di Svegliami a mezzanotte è diventata per lei un gesto “politico”, qualcosa di cui andare “fieri”, ma anche un atto di responsabilità verso chi ha vissuto esperienze simili, con l’aspettativa che la sua testimonianza potesse offrire sostegno e comprensione. «Durante la stesura del libro, cominciata alcuni anni dopo l’accaduto, ho sentito che c’era anche una sorta di rivendicazione nel racconto di un’azione che, in altri tempi, si sarebbe tentato di occultare. Per questa ragione ho scelto di non pubblicarlo con uno pseudonimo – come qualcuno mi aveva consigliato – ma col mio vero nome», dichiara.

Il romanzo autobiografico termina con una lettera indirizzata alla figlia, a cui ha sempre cercato di spiegare la propria fragilità in modo trasparente: «Mia adorata Greta, […] ti diranno che tua madre è pazza, un’egoista, tu stessa avrai una moltitudine di cose di cui accusarmi, e a ragione. Ma ecco quello che non dovrai mai pensare: che io non ti abbia amata, o di avere una qualche responsabilità, o ancora che possa capitarti qualcosa di simile. Perché ogni persona ha la sua storia».

SOPRAVVIVERE E NON CROLLARE

La storia di Fuani è solo una faccia della medaglia. «Perché ci sono quelli che si uccidono. E poi, la folta schiera di quelli che restano», scrive lei nel suo memoir. Il secondo lato è costituito dalle persone che sperimentano la perdita di un proprio caro o amico morto suicida: i sopravvissuti (o survivor in inglese).

Tra di loro vi è lo scrittore Roberto Alajmo, nato a Palermo nel 1959, che a diciotto anni si ritrova ad affrontare il suicidio della madre, Elena Parrino. È l’autunno del 1978 quando lei decide di togliersi la vita. Soffre di depressione da anni ed è stata ricoverata più volte per una tossicodipendenza da farmaci, in particolare lo Spasmo Oberon. Si tratta di un medicinale ad azione ipnotico- sedativa, che provoca intontimento generale, perdita del senso della realtà, difficoltà cognitive e problemi di deambulazione. Rientra nella stessa categoria delle sostanze stupefacenti e le era stato prescritto per alleviare forti emicranie e dolori mestruali.

Nel romanzo autobiografico L’estate del ’78, pubblicato nel 2018 da Sellerio, Roberto ripercorre la sua storia familiare. Sfoglia gli album pieni di scatti, ricorda i momenti trascorsi insieme ai parenti e consulta i faldoni della polizia, alla ricerca di indizi che possano rivelargli il momento esatto in cui la madre ha iniziato a stare male: «Dovendo scegliere la foto che fa da spartiacque fra un prima e un dopo, ce n’è una in cui lei è seduta su una sdraio piazzata al centro del piccolo giardino in via Stesicoro 6D. Lei è vestita di bianco, in posa. Non prova nemmeno ad accennare il sorriso […] Forse il tarlo del mal di testa sta scavando le gallerie dove andrà ad allignare la malattia. Stranissima malattia, fra l’altro: che prende forma di cura», si legge nel libro. La sindrome depressiva ansiosa e l’abuso di Spasmo Oberon, infatti, sfociano in un’overdose da barbiturici autoindotta ed Elena viene ritrovata senza vita sul pavimento della sua casa, dove abita sola dopo la separazione dal marito Vittorio avvenuta nel 1976.

«Vivevo quella quotidianità con molta sofferenza. Ci sono cose sulle quali possiamo intervenire e altre per cui non possiamo fare nulla. Da adolescente, non avevo la forza né la possibilità di agire. Ora, invece, non affronto questo lutto tra l’oblio o il perdono, ma con una certa accettazione; – racconta l’autore oggi – il piano di Elena era quello: se non l’avesse fatto quel giorno, sarebbe successo un mese o un anno dopo. Ho scelto di rispettare la sua decisione. Penso che la libertà dell’individuo venga prima di tutto e trovi un limite solo nell’interesse di chi gli sta vicino. Lei non si sentiva più amata neanche da noi figli. Questo mi addolora, ma è un fatto che purtroppo non posso cambiare».

L’estate del ’78 è quella in cui Roberto incontra Elena seduta sul marciapiede di una stradina a Mondello, Palermo, mentre sta andando a prendere un gelato con i suoi compagni di scuola. Tre mesi prima del suicidio di Elena, i due si scambiano qualche battuta di circostanza, tra l’incertezza e l’imbarazzo, e poi si salutano con un cenno: «Per un momento ho la tentazione di infrangere le regole che io stesso ho dettato e chinarmi per darle un bacio. Ma lei non se l’aspetta, ci sono gli amici, e insomma: non mi va di creare un precedente. Fra madre e figlio un virile saluto senza contatto può bastare. Ci saranno altre occasioni per rifarci. Un sacco di tempo per recuperare », scrive ancora nel romanzo. Ma quella sarà l’ultima volta che la vedrà.

«Per buona parte della mia vita ho pensato che quel giorno avrei dovuto avere uno scatto in più rispetto all’anaffettività tipica degli adolescenti verso i genitori», dichiara lo scrittore. Oggi, ricorda con affetto la donna che lo ha cresciuto, di cui continua a sentire la mancanza: «Mi rattrista non riuscire più a rievocare la sua voce. Poi mi dispiace che lei non abbia potuto leggere i miei libri. Vorrei poter dare via tutte le recensioni ricevute finora, in cambio di una sua parola. Sulla letteratura c’era forte complicità tra di noi. Quando ero piccolo, lei mi consigliava già autori come Calvino, Pavese e Sciascia».

E trascorsi quarant’anni dall’accaduto, decide di scrivere il suo memoir: «Vomitare il proprio dolore sulla pagina non serve a niente: può essere uno sfogo momentaneo, ma quello che mi interessava davvero era creare qualcosa di condiviso. Quindi ho aspettato, affinato il mio stile e poi mi ci sono messo. Avevo realizzato che era una sorta di terapia già durante la stesura. Mentre procedevo, capitolo dopo capitolo, mi accorgevo che era come impacchettare la mia sofferenza, chiuderla e consegnarla ai lettori per lo smaltimento. Dopo la pubblicazione, alcuni di loro mi hanno detto: “Questa è anche la mia storia”. Poi, raccontandomela, risultava molto diversa dalla mia. Non era un fraintendimento, ma la prova che il libro era diventato universale, capace di riflettersi nella pena degli altri».

Nel testo racconta che la spirale di dipendenza e abusi in cui era precipitata sua madre non fu un caso isolato nell’Italia di quel periodo: «Molte donne italiane, negli anni Settanta, cominciano a prendere lo Spasmo Oberon e non riescono a smettere, non smettono più. Nel giro di un paio d’anni le case italiane si riempiono di madri di famiglia rincoglionite e tossicodipendenti, ma nessuno lo sa», si legge nel romanzo.

L’11 luglio 1986, otto anni dopo la scomparsa di Elena, il farmaco viene ritirato dal mercato. La Gazzetta Ufficiale di quel giorno riporta che: «Con decreto ministeriale in data 22 maggio 1986 è stata revocata d’ufficio la registrazione della sotto citata specialità medicinale in tutte le sue preparazioni e confezioni: 1) Spasmo Oberon – astuccio 12 confetti, astuccio 6 supposte».

«Quando l’ho saputo, il mio pensiero è stato: meglio tardi che mai. Che quel medicinale fosse stato mal testato era chiaro a tutti: non ho mai capito dove finisse l’incuria e dove cominciasse la malafede. Ho accolto la notizia con sarcasmo, perché ormai non c’era nessuna possibilità di rivalsa. Hanno agito con estremo ritardo», commenta lo scrittore.

Circola da tempo una teoria dannosa e sbagliata, secondo cui il suicidio di un genitore segnerebbe il destino dei figli. Così – dopo la morte di Elena – l’autore si convinse che anche per lui sarebbe stato lo stesso, al punto da fissare mentalmente il trentacinquesimo compleanno come data del proprio decesso.

La nascita di suo figlio Arturo, poco prima di quel giorno, rovesciò di colpo quella prospettiva: «Il suo arrivo ha comportato uno spostamento di baricentro: non mi sarebbe sembrato onesto abbandonarlo in età indifesa. Però continuo tutt’oggi a difendere il concetto di suicidio come forma di libertà personale, purché non suoni come un ricatto nei confronti di chi resta», afferma. Immaginando di tornare indietro e rivolgersi al ragazzo diciottenne che ha appena perso la madre, Roberto conclude: «Gli consiglierei di guardare avanti, non lasciarsi trattenere dal dolore e guadagnarsi la sopravvivenza – anche morale – con gli strumenti che ha a disposizione. Perché con quegli elementi, in seguito, si costruirà un mestiere e un affrancamento dalla sofferenza. Gli augurerei di avere più fiducia di quanta io ne avessi allora».

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Foto: Help © Liana S / CopyLeft

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