di Michele Lipori. Redazione Confronti
Il sisma che il 24 giugno scorso ha devastato il Nord del Venezuela si è abbattuto su un Paese già segnato da povertà, emigrazione di massa e collasso dei servizi pubblici.
Quando si analizzano le conseguenze del terremoto che il 24 giugno ha colpito il Venezuela, provocando migliaia di vittime e centinaia di migliaia di sfollati, emerge un dato centrale: il sisma si è abbattuto su una società già profondamente vulnerabile. Più che spiegare da solo la dimensione della tragedia, il terremoto ha reso evidenti fragilità accumulate nel corso di anni di crisi economica, sociale e istituzionale.
Secondo le stime di R4V, la piattaforma di coordinamento per rifugiati e migranti venezuelani, creata nel 2018 dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), oltre 7,9 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela dal 2015. Di queste, circa 6,9 milioni vivono oggi in altri Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Si tratta di uno dei più grandi movimenti migratori contemporanei e di un fenomeno che ha inciso non soltanto sulla struttura demografica del Paese, ma anche sulla sua capacità di affrontare emergenze complesse.
L’esodo ha riguardato infatti anche una parte significativa del personale qualificato. I dati dell’Observatorio de Universidades (Obu) mostrano, per esempio, che all’Universidad Central de Venezuela la fuga dei docenti ha raggiunto e superato il 60% del personale accademico. Una dinamica analoga ha interessato il settore sanitario. Secondo le stime della Federación Médica Venezolana, riprese da riviste scientifiche e centri di ricerca internazionali come Harvard International Review e Journal of Travel Medicine, tra il 30% e il 40% di medici e infermieri ha lasciato il Paese nell’ultimo decennio. La perdita di queste professionalità ha ridotto drasticamente la capacità di risposta del sistema sanitario proprio nei settori più necessari durante una catastrofe naturale, come la chirurgia d’urgenza, la traumatologia e l’assistenza intensiva. La disponibilità di personale sanitario era dunque già limitata prima del sisma: le statistiche internazionali indicano infatti circa 1,7 medici ogni mille abitanti, contro una media di 2 nell’America Latina e nei Caraibi, 3,7 nell’Unione europea e oltre 4 in Italia.
Anche l’accesso ai servizi essenziali rappresentava una criticità strutturale. Secondo Acaps (Assessment Capacities Project), organizzazione indipendente specializzata nell’analisi delle crisi umanitarie, circa l’80% della popolazione venezuelana non disponeva di un accesso continuo all’acqua potabile già prima del terremoto. In molte aree il servizio era disponibile soltanto una volta alla settimana, se non ogni due settimane. In un contesto caratterizzato oggi da rifugi sovraffollati e infrastrutture danneggiate, le Nazioni unite e la Pan American Health Organization (Paho), l’agenzia sanitaria regionale delle Americhe, hanno segnalato il rischio di una seconda emergenza legata alla diffusione di malattie infettive, respiratorie e gastrointestinali.
A rendere ancora più complessa la situazione contribuisce la crisi economica: secondo i dati raccolti da Statista, il 36,5% della popolazione venezuelana vive infatti in condizioni di “povertà estrema”, il che significa che milioni di persone dispongono di risorse minime per affrontare la perdita della casa, del lavoro o dei beni essenziali.
In questo contesto, in cui molte famiglie ignorano i canali pubblici di assistenza post-sisma, affidandosi prioritariamente alle reti informali, un ruolo cruciale è svolto dalle organizzazioni religiose e dal terzo settore. Dopo le due scosse di magnitudo 7,2 e 7,5 del 24 giugno, infatti, molte strutture ecclesiali si sono trasformate nei primi centri di assistenza per la popolazione. Nonostante i danni subiti da edifici simbolici come la cattedrale di Caracas e il seminario di La Guaira, numerose parrocchie hanno aperto le proprie porte alle famiglie rimaste senza casa. La rete di Caritas Venezuela, sostenuta anche da fondi straordinari provenienti dal Vaticano e dalla Conferenza episcopale italiana, coordina la distribuzione di acqua potabile, generi alimentari e beni di prima necessità. Parallelamente, organizzazioni umanitarie come Cesvi e altre realtà impegnate nella cooperazione internazionale operano sul fronte sanitario e psicosociale, cercando di prevenire epidemie e fornendo assistenza a donne e minori. Alla mobilitazione cattolica si affiancano anche le chiese evangeliche. Il 14 luglio la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha lanciato una raccolta fondi destinata alle vittime del terremoto. Gli aiuti saranno canalizzati attraverso l’Esercito della Salvezza, già presente nelle zone colpite con squadre di primo soccorso e impegnato a coordinare gli interventi successivi insieme alle agenzie delle Nazioni unite e ad altri partner umanitari. In una fase in cui la capacità operativa dello Stato appare limitata, queste reti religiose e associative rappresentano uno dei principali canali attraverso cui raggiungono la popolazione aiuti, assistenza e sostegno materiale.
Ph. Terremoto Venezuela 2026 © U.S. Marines 24MEU by Cpl. Daniel Garcia, Public domain, via Wikimedia Commons
Michele Lipori
Redazione Confronti
