di Francesca Vidal. Giornalista e ricercatrice
Lo scorso 24 giugno un devastante terremoto ha colpito il Venezuela, causando migliaia di vittime e aggravando una crisi umanitaria già profonda. Tra accuse di inefficienza governativa, sfiducia nelle istituzioni e mobilitazione della società civile, emerge il tema della gestione dell’emergenza e della solidarietà dal basso.
In Venezuela si scava con le unghie tra le macerie e i calcinacci, nella disperata ricerca di centinaia di persone rimaste intrappolate tra i detriti, quando lo scorso 24 giugno due terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 hanno devastato il Nord-Ovest del Paese. Nella costa caraibica, intorno alla città di La Guaira, edifici di otto piani sono crollati in pochi secondi riducendo interi quartieri in un mucchio di fumo e polvere. Fino alla data di pubblicazione di questo articolo, il bilancio è di 3.342 morti e 16.760 feriti, secondo quanto ha reso noto il governo venezuelano, che non ha ancora fornito una stima ufficiale dei dispersi. Secondo l’Onu, però, ci sarebbero circa 50mila le persone disperse e, secondo il World Food Programme sarebbero oltre 500mila le persone colpite dall’emergenza, che mira ad assistere con aiuti alimentari d’urgenza.
«La mia famiglia è ancora intrappolata lì», spiega un uomo alle telecamere del Guardian indicando un cumulo di cemento. «Sotto quell’edificio ci sono ancora almeno 300 persone, siamo riusciti a tirarne fuori appena 80», racconta un altro senza trattenere le lacrime e lo sconforto.
EMERGENZA E SFIDUCIA
Si tratta di una delle peggiori tragedie avvenute in America Latina nel XXI secolo, aggravata dalla mancanza di risposte rapide e strutturate da parte delle autorità. Una delle principali accuse, respinta in conferenza stampa dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, è che durante le prime 72 ore successive alla scossa i soccorsi non sono arrivati e i cittadini sono stati costretti a scavare a mani nude per estrarre i propri cari vivi o morti. L’opposizione e diverse organizzazioni della società civile accusano il governo di corruzione e di aver ostacolato le operazioni di soccorso, rallentando l’intervento dei civili venezuelani e ritardando l’ingresso dei soccorritori internazionali. Secondo queste accuse, l’interesse del governo sarebbe stato quello di limitare l’attenzione mediatica su La Guaira, il principale snodo strategico aereo e marittimo per il narcotraffico. Il terremoto si è abbattuto contro un Paese già allo stremo, asfissiato dalla dittatura, dalle sanzioni e dai blocchi economici internazionali, soggiogato dall’instabilità politica e dallo sfruttamento estero; ha investito con una forza cieca e distruttiva una nazione che soffre una crisi umanitaria dal 2015, con 8 milioni di migranti e con i livelli di corruzione più elevati del mondo. La carenza di personale medico-sanitario, di infrastrutture ospedaliere adeguate, l’assenza di macchinari pesanti per sollevare macigni di cemento e gli intoppi logistici sulla raccolta di forniture mediche hanno esacerbato la tragedia, incidendo in modo drammatico sul numero delle vittime. La mancanza di trasparenza da parte dello Stato nel fornire un elenco ufficiale delle persone scomparse, le accuse di censura mediatica e di saccheggio da parte di alcuni membri dell’esercito hanno radicalizzato la sfiducia nei confronti delle istituzioni. «Perché hai portato un fucile? Devi portare una pala e aiutarci a scavare, la tua patria è lì sotto», grida un uomo contro alcuni ufficiali dell’esercito in tenuta militare in un video diffuso dal Millennio. «Qua non è venuto nessuno, abbiamo bisogno di ruspe e strumenti pesanti, non possiamo continuare a scavare a mani nude», racconta una donna a Dossier Venezuela.
Ad aggravare il quadro ci sono le innumerevoli denunce di sparizione di minori rimasti senza casa né famiglia. Si tratta di un fenomeno avvenuto già dopo la frana di Vargas in Venezuela del 1999 – dove oltre 110 bambini sparirono nel caos dei soccorsi, un caso documentato da testate come Caracas Chronicles e affrontato dalla campagna nazionale Vamos a Encontrarlos – e dopo il terremoto di Haiti nel 2010, disastro in cui Unicef e Save the Children censirono circa 5mila minori separati dalle famiglie, con l’organizzazione Amnesty International e testate come The Guardian che denunciarono immediati rischi di tratta e adozioni illegali. Secondo fonti locali, alcuni minori sarebbero stati estratti dalle macerie e identificati con un falso nome per poi essere fatti sparire sfruttando il momento di caos.
AIUTI DAL BASSO
In un clima di rabbia e profonda diffidenza istituzionale, le risposte della società civile e della cittadinanza si sono moltiplicate sia a livello nazionale che internazionale. I video di motociclisti carichi di acqua e beni di prima necessità in fila verso La Guaira hanno richiamato l’attenzione mediatica, e in pochi giorni da vari Paesi del mondo la comunità di esuli venezuelani si è rimboccata le maniche per portare aiuti al proprio Paese sfruttando la rete di contatti privati nelle principali città venezuelane. «Sappiamo che il governo non ci sta aiutando e noi non ci fidiamo, per questo abbiamo chiesto aiuto a imprese di trasporti privati. Abbiamo attivato 11 punti di raccolta solo a Roma, e ce ne sono altri in Sicilia, Calabria, Milano, Ravenna, e altre città italiane. Raccogliamo soprattutto forniture mediche, farmaci, mascherine, termometri, antidolorifici e prodotti per neonati», spiega a Confronti Celeste Puerta, co-fondatrice della rete Aiuto Venezuela. «Nel nostro Paese non ci sono protocolli di emergenza e gli ospedali sono al collasso. Abbiamo paura di perdere le tracce dei prodotti che inviamo se sfruttiamo i canali istituzionali, per questo dialoghiamo solo con contatti privati in Venezuela che si occupano di smistare i carichi nei centri di accoglienza. In questi giorni stiamo lavorando sull’inventario e, a ogni singolo prodotto viene cancellato a pennarello il codice a barre per evitare che possa essere rivenduto una volta arrivato a destinazione», conclude. «Insieme per il Venezuela è un gruppo di volontari nato dopo il terremoto. L’ambasciata ci ha chiuso le porte e quindi ci siamo messi a raccogliere beni di prima necessità in modo autonomo, tra queste: tende da campeggio, coperte, medicinali, prodotti di igiene e cibo proteico, torce e batterie» racconta Malilaura Hidalgo, studentessa di scienze politiche e coordinatrice della rete. «Contiamo sull’appoggio di volontari privati e ci affiancano piccole realtà imprenditoriali locali, come i ristoranti. Abbiamo deciso di non affidarci alla Croce Rossa o alla Caritas, perché ci hanno detto che spesso gli aiuti non arrivano a destinazione. Attualmente abbiamo raccolto circa 30 tonnellate di prodotti tra Italia, Spagna, Lussemburgo e Portogallo, che partiranno in nave e in aereo nei prossimi giorni. Una volta arrivati a La Guaira, vengono presi in carico da organizzazioni universitarie» conclude. Inoltre, iniziative come Interp-Aid, nate per mettere in contatto interpreti internazionali e soccorritori sul campo, hanno alimentato i timori per la sicurezza costringendo la piattaforma a chiudere ed eliminare i dati di oltre 100mila iscritti, dopo presunti casi di persecuzione dei volontari e di accesso ai registri da parte delle forze governative. Tali iniziative mettono in luce come le risposte solidali lanciate dal basso spesso vengono osteggiate dagli interessi dall’alto. Inoltre, la mancanza di trasparenza e di risposte ufficiali conferma l’idea che solo il popolo salva il popolo.
Intanto è iniziata la sepoltura delle vittime, tra cui persone identificate e corpi che restano ancora senza nome. Il cimitero La Esperanza, in una zona montuosa di La Guaira, è diventato una distesa di centinaia di croci bianche prive di identità, contrassegnate soltanto da un codice per consentire eventuali future identificazioni e il riconoscimento da parte dei familiari.
A due settimane dalla scossa si apre la seconda emergenza umanitaria legata alla riabilitazione delle vittime e alla ricostruzione delle strutture, tuttavia la mancanza di acqua potabile, le incerte condizioni igienico-sanitarie, la chiusura delle scuole e gli impatti psicologici sono problemi che rischiano di rimanere a lungo irrisolti lasciando la popolazione isolata una volta finita l’attenzione mediatica.
Ph. Terremoto Venezuela 2026 © U.S. Marines 24MEU by Gunnery Sgt. Kevin Rivas, Public domain, via Wikimedia Commons
Francesca Vidal
Giornalista e ricercatrice
