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Ceuta riapre il fronte politico sull’immigrazione

di Donato Di Sanzo

di Donato Di Sanzo. Ricercatore di Storia all’Istituto di Studi sul Mediterraneo (ISMed) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli.

La crisi di Ceuta riporta al centro del dibattito europeo immigrazione, Schengen e gestione delle frontiere. Ma riemergono anche le contraddizioni delle politiche adottate negli ultimi anni dai governi italiani ed europei.

La vicenda dei massicci movimenti di persone che hanno forzato il confine spagnolo in terra africana per fare il loro ingresso a Ceuta dal Marocco, tra le altre cose, ha riportato in auge in maniera rocambolesca il dibattito politico sul tema della libera circolazione in Europa e sull’immigrazione. La fulminea sospensione dell’operatività dell’accordo di Schengen da parte dell’Italia nei confronti della Spagna, infatti, solleva più di qualche problema in termini diplomatici e, ancora più significativamente, segnala la schizofrenia delle relazioni internazionali condotte negli anni dai governi italiani riguardo alla gestione dei flussi migratori che attraversano il Mediterraneo. È opportuna una minima ricostruzione storica. 

EVOLUZIONE DELLA DIPLOMAZIA 

Nell’anno in cui ricorre il quarantennale della sottoscrizione del primo Accordo di Schengen, colpisce non tanto la sospensione del regime di libera circolazione delle persone da parte di uno Stato contraente nei confronti di un altro (circostanza che si è manifestata in molte occasioni), ma che sia proprio l’Italia ad avervi fatto ricorso in modo così frettoloso, all’indomani di una “crisi migratoria” sul limes euro-mediterraneo.  

Le immagini che giungono da Ceuta raffigurano soltanto l’ultima manifestazione della pressione che le migrazioni dall’Africa esercitano sui Paesi dell’Europa meridionale. Nell’ultimo ventennio, per una pluralità di cause, si sono susseguiti diversi movimenti migratori, improvvisi e di una certa consistenza, che hanno interessato le coste europee affacciate sul Mediterraneo, capaci, frequentemente in maniera eccessiva, di sollecitare nei dibattiti pubblici dei Paesi di arrivo l’utilizzo delle categorie interpretative di “crisi” ed “emergenza”, se non quella dell’“invasione”. E molti di quegli avvenimenti hanno riguardato l’Italia. Si pensi, solo per fare l’esempio più significativo, alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” innescata, tra il 2009 e il 2011, dalle primavere arabe e dalla caduta dei regimi nordafricani che, sulla base di discutibili accordi con la diplomazia italiana e in modi spesso deprecabili dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, agivano da filtro nei confronti delle migrazioni originate dall’Africa sub-sahariana. 

Proprio ricostruendo questa storia recente con uno sguardo attento all’evoluzione delle dinamiche migratorie e all’atteggiamento diplomatico dell’Italia in materia di gestione dei flussi, fa specie osservare come la sospensione di Schengen, tempestivamente brandita dal governo Meloni verso la Spagna in seguito alla “crisi” di Ceuta, rappresenti la spia di un “disturbo da personalità multipla”, in grado di affliggere diversi settori della politica italiana quando si parla di immigrazione, ma che ha colpito soprattutto molti rappresentanti dell’attuale compagine governativa. Basta ricordare che, quando, fra il 2011 e il 2019, infuriava la polemica intorno agli sbarchi di migliaia di richiedenti asilo lungo le coste siciliane, la Presidente del Consiglio, allora all’opposizione, parlava di “blocco navale” e tuonava contro le Ong impegnate nel soccorso in mare, ma si appellava anche alla solidarietà europea nei confronti dell’Italia e invocava la equa ripartizione dei migranti sbarcati tra tutti gli Stati membri dell’Ue; e ancora, vale la pena ricordare come, sempre negli stessi anni, l’attuale ministro dei Trasporti e vicepresidente del Consiglio, dai banchi dell’opposizione – e persino nella fase in cui ha avuto la responsabilità della gestione dell’immigrazione in qualità di ministro dell’Interno di un governo “giallo-verde” –, inveiva contro l’inconsistenza della politica comune europea in materia di gestione dei flussi migratori e, in particolare, contro gli altri Stati membri e le istituzioni comunitarie colpevoli di aver «lasciato sola l’Italia di fronte a un’emergenza epocale». 

E invece oggi, al manifestarsi di un episodio come quello di Ceuta, pure significativo ma decisamente ridotto rispetto alle “crisi migratorie” affrontate dall’Italia nell’ultimo ventennio, gli stessi rappresentanti della politica italiana, con diverse responsabilità di governo, dimenticano la solidarietà intereuropea invocata solo pochi anni fa, rivendicando orgogliosamente un tentativo maldestro di difesa dei confini nazionali da presunte invasioni che, secondo ricostruzioni quantomeno bislacche, dovrebbero originarsi a partire da una exclave spagnola in territorio africano, a qualche migliaio di chilometri dalle coste italiane.

CEUTA COME DETONATORE

L’impressione è che i fatti di Ceuta possano funzionare da detonatore, in Europa e in Italia, per una nuova esplosione della strumentalizzazione politica dei temi legati all’immigrazione, per nuove polemiche incentrate sulla questione della difesa dei confini e sulla xenofobia, oltre che sull’eccessiva semplificazione di processi complessi. Nel contesto europeo, evidentemente, alle Destre sovraniste e populiste in forte ascesa in molti Paesi ma ancora assetate di consensi, non è bastato aver determinato un clima culturale e ideologico su scala continentale che ha ispirato la recente approvazione (giugno 2026) del patto sulla migrazione e sull’asilo, che pure fa appello alla solidarietà tra gli Stati membri dell’Ue nella ripartizione degli arrivi ma che ha sostanzialmente istituzionalizzato una prassi a dir poco discutibile per la gestione dei flussi come quella dell’esternalizzazione dei confini migratori. 

In Italia, molto presumibilmente, le compagini politiche che costituiscono l’attuale maggioranza annaspano perché scavalcate a Destra da nuove formazioni capaci di issare la bandiera della remigrazione e di intestarsi, più di quanto sappiano fare leghismi e conservatorismi di governo, la battaglia della difesa dei confini nazionali contro lo spauracchio dell’invasione. In questo senso, la decisione frettolosa e inutile di sospendere Schengen nei confronti della Spagna non può essere che letta come un segnale di nervosismo serpeggiante tra gli attuali rappresentanti del Centrodestra, timorosi di perdere l’aura dei difensori dell’integrità territoriale (e culturale) italiana, a vantaggio di nuovi fascismi e “vannaccismi”. Non aiuta, rispetto a ciò, il fatto che manchi meno di un anno alle elezioni politiche e, quindi, alla conferma al potere dell’attuale maggioranza o a un cambio di segno. E la sensazione è che i temi connessi all’immigrazione possano diventare nuovamente centrali nel determinare gli esiti del voto; tuttavia, tornando a essere ostaggio di propagande “assetate di sangue”, odi razziali diffusi, fake news e xenofobie brandite come strumenti per la moltiplicazione del consenso.  

Foto di copertina: Stretto di Gibilterra dallo spazio © Earth Science and Remote Sensing Unit, NASA Johnson Space Center, Public domain, via Wikimedia Commons

Immagine di Donato Di Sanzo

Donato Di Sanzo

Ricercatore di Storia all’Istituto di Studi sul Mediterraneo (ISMed) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli.

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