di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace
La guerra di Gaza e la crisi della società israeliana fanno da sfondo alla nascita di A Place For Us All (“Un posto per tutti”), il nuovo partito arabo-ebraico che punta su una rappresentanza politica comune e paritaria alle prossime elezioni in Israele.
Il 31 ottobre 2023 dovevano avere luogo in Israele le elezioni per i consigli municipali, un test politico importante nel Paese segnato da mesi da un profondo scisma che ne attraversava e lacerava la società dopo l’insediarsi di un governo frutto di un’alleanza tra il Likud del premier Netanyahu e partiti religioso-fondamentalisti. Le proteste furono allora massicce e persistenti in vasti settori dell’opinione pubblica contro il degrado antidemocratico del Paese e l’ondata di tribalismo intollerante, con modalità senza precedenti nella storia di Israele fino a forme di quasi “obiezione di coscienza” di reparti della riserva dell’esercito, azioni di disobbedienza civile e il pericolo acuto di una disintegrazione della società.
Il 7 ottobre di quell’anno terroristi di Hamas perpetrarono un efferato eccidio di massa sul territorio di Israele, colpendo e devastando edifici, strade, infrastrutture nelle regioni del sud e del centro del Paese; hanno ucciso e ferito civili, rapito ostaggi: un’esibizione di forza quasi militare nel reagire contro il nemico Israele mentre l’Autorità palestinese e il Fatah, nella retorica fondamentalista di Hamas, restavano inani e inerti.
La reazione di Israele è stata virulenta: ne è scaturita una guerra devastante che si è incrudita in un’orgia di brutalità con stragi di civili e massicce distruzioni nella Striscia di Gaza.
Due i vincitori in questa “faida barbarica” – come la definì anni fa Avishai Margalit, un insigne filosofo israeliano – che attanaglia i due popoli, due vincitori stretti da una malefica, oggettiva alleanza: Hamas, forte delle simpatie dei palestinesi e del sostegno almeno retorico di parte del mondo musulmano; Benjamin Netanyahu che, premier di un governo fortemente osteggiato da strati corposi dell’opinione pubblica, resta il leader di una “union sacrée” contro il nemico irriducibile.
È un regresso profondo dalla filosofia degli Accordi di Oslo del 1993, il cui presupposto era il riconoscimento reciproco dei diritti: quello degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi a uno Stato degno di questo nome. Da un lato è vano affidarsi alla mera repressione militare della violenza senza offrire un negoziato di pace, anzi esaltando la volontà di costruire nuove case nelle colonie in Cisgiordania; in più consentendo il ritorno di coloni in alcuni insediamenti sgomberati anni or sono, legalizzando retroattivamente altri insediamenti illegali e tollerando con indulgenza le ripetute violenze squadristiche dei coloni stessi contro località palestinesi e i loro abitanti che li spingono ad abbandonare loro terreni e fonti di sostentamento. Dall’altro, l’illusione di piegare Israele con la violenza, riscattando l’impotenza dell’Autorità palestinese indebolita nei suoi apparati e fortemente delegittimata nella sua stessa opinione pubblica, resta un’ossessione sciagurata di quel movimento integralista.
Alla ricerca di una nuova convivenza
Un piccolo ma significativo spiraglio di luce scaturì dalla formazione di un partito arabo-ebraico su base paritaria, chiamato Kol Ezracheya (“Tutti i cittadini”). Nel suo manifesto fondativo esso affermava: «Noi offriamo un’alternativa reale e radicalmente innovativa. Proponiamo una partnership politica sostanziale e profonda tra ebrei e arabi, di tutti i generi, su basi civiche, costituzionali ed egualitarie. Insieme, ebrei e arabi, uomini e donne, costituiamo una rappresentanza politica unica, che rispecchi la piena collaborazione tra i componenti delle due comunità nazionali di Israele». L’impulso che animò il partito fu quello di un’azione di lungo periodo, politica e culturale, diretta a trasformare la psicologia del Paese dal nazionalismo “etnico” di un Israele “Stato degli ebrei” ad uno “Stato degli israeliani” con un’identità civile ed egualitaria.
Nelle elezioni tenutesi poi nel febbraio 2024 nel pieno della guerra di Gaza candidati del partito ottennero seggi, a Gerusalemme, Haifa e in città minori: Gerusalemme fu l’epicentro della novità, dove su circa 700mila residenti con diritto di voto 280mila sono arabi con permesso di residenza temporanea nella città oppure, in numero assai ridotto, cittadini israeliani.
Una novità significativa dunque per i palestinesi di Gerusalemme Est indifesi, oppressi e senza voce. Non vi è pianificazione edilizia in quei quartieri e quindi quasi tutte le case palestinesi di nuova costruzione sono designate come illegali e soggette alla demolizione. Il boicottaggio delle elezioni municipali, predicato da sempre dall’Olp e poi dall’Autorità palestinese, come atto di protesta contro l’annessione della parte orientale della città dopo la guerra del 1967 e le successive modifiche del suo status, è stato una pratica autodistruttiva; certamente non ha concorso in alcun modo a difendere i diritti dei palestinesi a Gerusalemme.
Una sfida politica oltre le divisioni
Oggi, quasi tre anni dopo, concorre alle elezioni politiche un nuovo partito arabo-ebraico – A Place For Us All (“Un posto per tutti”), [ne ha scritto sul numero di luglio-agosto 2026 anche il nostro editorialista Yonatan Zeigen] – sorto dalle esperienze positive di un movimento di base Standing together, attivo nella società civile nel frangente drammatico di questi anni a fini di dialogo e riconciliazione e condotto da due dei fondatori del movimento, Alon-Lee Green, ebreo israeliano e Rula Daood, araba israeliana. Sarà difficile superare la soglia di sbarramento del 3,25 %, ma è possibile che nella popolazione araba di oltre 2 milioni di persone, un quinto della popolazione complessiva del Paese, tale partito spinga ad una maggiore partecipazione al voto, soprattutto di donne e giovani, tradizionalmente al di sotto del 50%, compressa anche dalla frammentazione del voto arabo fra tre partiti concorrenti. Dall’altra parte, nella profonda incertezza che affligge la società israeliana, il timore dell’opposizione soprattutto di Sinistra – il partito dei “Democratici” – è che il nuovo partito sottragga suffragi alla Sinistra in elezioni così decisive per il futuro del Paese.
Foto: West Bank Barrier © Justin McIntosh, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Giorgio Gomel
Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace
