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Il mito etnofascista della remigrazione

di Salvatore Piromalli

di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.

La “remigrazione” si presenta come una politica di gestione dei flussi, ma dietro il linguaggio burocratico nasconde un impianto identitario fondato su esclusione, purezza nazionale e deumanizzazione dell’altro. Un’analisi dei miti che alimentano questa ideologia e delle sue radici etnofasciste.

La remigrazione è un mito infarcito di altri miti, una matrioska mitologica, un sistema di scatole cinesi in cui ogni livello racchiude una narrazione pseudo-politica arcaica, irrazionale e violenta. Per decostruire questa impalcatura ideologica, radicata nel Dna della Destra fascista e neofascista, bisogna smontare uno ad uno gli strati della propaganda identitaria e isolare le leggende, le finzioni e i sofismi che la costituiscono: operazione necessaria per sottrarre la “questione migratoria” all’impeto delle pulsioni xenofobe, riportandola nell’alveo della razionalità politica con cui andrebbe pensata e gestita.

SOFISMI BUROCRATICO-FILANTROPICI

Partiamo dall’involucro superficiale, venduto nei programmi elettorali per dare una parvenza di legalità e razionalità gestionale a una proposta radicale, rendendola digeribile all’elettorato moderato (con ottimi risultati, stando ai sondaggi). La remigrazione viene presentata con un linguaggio asettico e rassicurante, intriso di intenzioni umanitarie, filantropiche, etiche. La proposta di legge di iniziativa popolare del Comitato Remigrazione e Riconquista contiene locuzioni accattivanti: “rientro volontario assistito nei Paesi di origine”, “governo dei flussi migratori”, “valorizzazione delle competenze acquisite in Italia a beneficio dello Stato di origine”, “supporto al reinserimento economico e sociale nei territori di provenienza”, “assistenza e accompagnamento nella remigrazione”. Quasi una missione umanitaria di “uomini di buona volontà”, che nasconde altre intenzioni: la riconquista delle città, la difesa del territorio, il contrasto al degrado sociale e culturale (ovviamente indotto dai migranti), la salvaguardia della nostra civiltà e identità, il contrasto alla dilagante sostituzione demografica e culturale.

ETNOFASCISMO DIFFERENZIALISTA

Obiettivo di fondo – e qui apriamo la seconda scatola – è quello di fare in modo che lo Stato italiano affermi un «principio inderogabile, cioè che non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra» (art. 2 della proposta di legge). Ognuno permanga nel proprio universo natio sovranista e identitario: nessun orizzonte, nessun desiderio, nessun movimento, solo la bieca affermazione del dogma (un altro mito) dell’incompatibilità culturale tra diversi, e dunque: apoteosi del protezionismo dei confini, esasperazione dell’altro come minaccia esistenziale, sindrome immunitaria.

Chi migra cercando un’altra vita è visto come fattore di instabilità, il «suo muoversi appare incontrollabile, invisibile, sfuggente, evasivo e invasivo», e per questo il migrante diventa il “senza posto” colpevole di esserlo, la cui presenza è «non prevista, non voluta, sgradita, abusiva. L’immigrato è un corpo estraneo» (D. Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi, 2025).

Per questo occorre ristabilire l’originario ordine geografico e culturale, l’inquieto migrante deve essere riportato a casa, deve essere remigrato.

Un delirio paranoico che teme come Belzebù il movimento e la metamorfosi, un’ossessione dell’ordine che mira a mantenere ciascuno nella fredda fissità del cadavere, dimenticando che l’inquietudine migratoria è elemento essenziale della conditio humana, una «disposizione antica al migrare – una sorta di necessità – radicata nella storia naturale e culturale dell’umanità. […] La storia della migrazione è parte integrante della vicenda bioculturale dell’uomo» (G. Chelazzi, Inquietudine migratoria. Le radici profonde della mobilità umana, Carocci, 2016).

Nessun dispositivo fisico, identitario, culturale, politico, immunitario, securitario, militare può sopprimere la costitutiva inquietudine di Homo sapiens.

Chi si pone in questa prospettiva, enfatizzando l’idea dell’incompatibilità culturale, l’idea che le culture siano monadi sigillate, incapaci di coesistere nello stesso spazio e di alterarsi nel tempo, afferma un’ideologia che non è solo nazionalista e sovranista, ma è più specificamente “etnofascista”: un fascismo su base etnico-culturale che evita (senza peraltro mai emanciparsi del tutto) i termini della vecchia superiorità biologica (il razzismo scientifico del Novecento e il mito nazista della superiorità razziale), per sostituirli con l’incompatibilità tra culture, popoli, identità nazionali, con l’idea totalitaria che sia possibile preservare la “purezza” originaria della nazione, in nome di una presunta “incompatibilità geopolitica e culturale”. È il trionfo dell’etnocrazia, di un neorazzismo differenzialista fondato sul mito pre-politico della “nazione” (natio, dal verbo nasci, nascere), sulla credenza di una “affinità parentale” e di sangue che lega i membri della stessa comunità, che deve essere difesa blindando i confini, preservando la purezza etnico-culturale dalla presenza contaminante dell’altro, dal pericolo della “sostituzione etnica”.

Ecco un altro mito xenofobico sbandierato da movimenti e partiti di Destra: lo straniero è colui che si insinua clandestinamente nel corpo sociale nazionale per usurpare il posto dell’autoctono, per impadronirsi (attraverso la leva della cittadinanza: jus soli, jus scholae, jus culturae) del suo status e dei suoi diritti, per rimpiazzarlo infine, sostituendosi a lui. «Secondo questo mito – spiega Di Cesare in Tecnofascismo – l’identità occidentale sarebbe assediata da massicce ondate di immigrazione di non-bianchi e non-cristiani […]. La popolazione autoctona, sfruttata in modo parassitario, verrebbe non solo contaminata, ma anche via via scalzata demograficamente. Non si tratterebbe, dunque, di un’occupazione bellica, come nel passato, bensì di un processo subdolo». La remigrazione diventa un obbligo esistenziale per impedire la “contaminazione” e la morte della nostra civiltà cristiana, europea, occidentale.

 

LA NAZIONE, ORGANISMO DA SANIFICARE E IMMUNIZZARE

Siamo nella terza scatola della remigrazione. Gli errori del passato, che hanno consentito l’ingresso degli stranieri nel “nostro” mondo, allentando “colpevolmente” le maglie dei confini di protezione, devono essere corretti attraverso il dispositivo della remigrazione, che funziona in primis come strategia di sanificazione dell’organismo nazionale, espellendo e deportando fuori dai confini il migrante agente patogeno. Ma questo è solo il primo passo: occorre scongiurare la possibilità di ricadere nel medesimo errore, immunizzando il corpo-nazione con confini a tenuta stagna (a meno che i migranti non “servano” opportunisticamente – a flussi controllati – a sopperire a qualche nostra insufficienza a livello lavorativo, economico, demografico).

Tutti i discorsi che inneggiano alla chiusura dei porti e dei confini affondano le radici in una metafora medica, il dispositivo immunitario del corpo contro le malattie infettive, che la politica mutua dalla medicina. Il migrante è “il parassita”, “il virus”, “l’infezione” che insidia il corpo sociale, insinuandosi nei suoi tessuti e alterando la sua presunta purezza originaria, la sua integrità e omogeneità culturale; si tratta di una malattia che deve essere debellata rinserrando la comunità autoctona nel territorio che gli appartiene e che non ammette convivenze multiculturali e accoglienza del migrante.

Roberto Esposito ha riflettuto a fondo su questa ossessione immunitaria, sui meccanismi di sanificazione-espulsione dell’agente patogeno (remigrazione) e sui dispositivi per preservare la sterilità del corpo sociale, come se la “nazione” fosse un corpo biologico vivente che si organizza per lottare contro il parassitismo, la malattia e la morte. Senonché, questo mito produce inevitabilmente un cortocircuito fatale: la malattia autoimmune, che insorge quando il sistema immunitario diventa ipertrofico e, anziché proteggere l’organismo, inizia a scambiare le proprie cellule per nemici, distruggendosi dall’interno. Per attuare radicalmente una politica di espulsione di massa come la remigrazione, lo Stato è costretto a sacrificare diritti umani e garanzie costituzionali, devastando il proprio tessuto giuridico, etico e sociale fondato sul pluralismo. Per salvare la purezza di un’identità astratta, spettrale e mitica, l’etnofascismo e il paradigma immunitario finiscono per uccidere dal di dentro la società reale (cfr. R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, 2002, e Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi, 2004). 

DEUMANIZZARE L’ALTRO

Le file di stranieri umiliati e incatenati per essere remigrati sono ormai uno spettacolo frequente negli Usa e in Europa: ci vuole spietatezza e intransigenza contro un “nemico” che non merita garanzie e tutele, quasi come se la sua umanità fosse trascurabile e ininfluente. Affinché il migrante sia percepito come “microbo infettante” da estromettere, deve essere degradato e de-umanizzato, una deumanizzazione esplicita o sottile che è l’oggetto del quarto contenitore che stiamo esplorando. 

Deumanizzare l’immigrato implica una serie di processi comunicativi e psicosociali che hanno come esito la svalutazione ontologica dell’altro, la negazione/privazione della sua piena umanità e l’introduzione di una asimmetria tra l’autoctono e lo straniero. Si tratta – come spiega Chiara Volpato in Deumanizzazione. Come si legittima la violenza (Laterza, 2011) – di una strategia «poliedrica, multiforme, flessibile» che conduce a vedere l’altro come essere inferiore, umano incompleto, homuncolo quasi animale soggetto a meri bisogni materiali e istinti primari, incapace di agentività, emozioni complesse e legami profondi, selvaggio, barbaro, irrazionale incapace di moralità (il migrante come virus è solo una declinazione di questa strategia).

È questa percezione deumanizzata dell’altro che rende possibile l’instaurazione di una distanza psicologica che rimuove ogni forma di empatia e di condivisione emotiva, offrendo al contempo la giustificazione etica alla propria indifferenza ostile e alla violenza sociale e politica. Negando la piena umanità del migrante e la sua complessità psicologica, l’etnofascismo può teorizzare lo spostamento forzato di famiglie e intere popolazioni come se si trattasse di movimenti di merci o di bestiame, ignorando il trauma umano dello sradicamento e della deportazione. Si tratta di processi sempre in opera in ogni forma (antica e attuale) di totalitarismo, colonizzazione, genocidio.

FIGLI DELLA TERRA. IL MITO DELL’AUTOCTONIA

Siamo arrivati all’ultima scatola, il cuore del dispositivo della remigrazione, dove risiede il nucleo mitico arcaico e archetipico che alimenta l’intero sistema: il mito dell’autoctonia. È il delirio antico (nato nell’Atene classica) di essere sorti spontaneamente dal fango della propria terra, possedendola per diritto divino e biologico di nascita. Questo nucleo nega la realtà scientifica della tendenza antropologica alla migrazione (il fatto che siamo tutti Homo migrans), e diventa la finzione metafisica che trasforma il suolo in un utero biologico e il passaporto in un codice genetico, che giustifica la riconquista identitaria delle proprie radici e tradizioni (nel Programma di Futuro Nazionale si parla di «radici nazionali fondate sul diritto romano, sulla filosofia greca, sull’eroismo della cristianità romano-germanica e, soprattutto, sulla sintesi di queste istanze operata dalla civiltà cattolica»).

Il territorio dello Stato diventa proprietà privata della popolazione autoctona, come se fosse un possesso immobiliare ereditario: è la forma contemporanea di un “fascismo proprietario” e di una “privatizzazione della sovranità”, che dà all’autoctono il diritto di dire «A casa mia decido io chi entra e chi no» (ne ha parlato Marco Bascetta su il manifesto on line del 20 agosto 2026).

Chi nasce su quel territorio appartiene ontologicamente a quel luogo e non può aspirare a radicarsi altrove. Il luogo di nascita si trasforma in una condanna biologica e in una prigione identitaria. L’idea che esista miticamente un “ordine naturale delle cose” da ripristinare tramite la remigrazione si fonda esattamente su una versione modernizzata del mito dell’autoctonia: l’autoctono viene idealizzato come colui che possiede un legame metafisico, ancestrale e biologico con il suolo nazionale, che deve difendere e riscattare.

La remigrazione viene così presentata non come atto di violenza, ma come operazione di “giardinaggio geopolitico”: si estirpa una pianta che è stata erroneamente trapiantata in un suolo non suo e la si riporta (per il suo bene!) nella sua terra d’origine. La remigrazione diventa l’atto “igienico” con cui l’autoctono sanifica e immunizza la propria “casa-terra” dalla contaminazione del meticciato culturale, tornando ad esserne il solo abitante e l’unico padrone.

Come era ab origine. D’altro canto, il mito ha proprio la funzione di riscattare una condizione originaria come se fosse un destino, eludendo i processi storici reali, abolendo la complessità delle vicende umane, mettendo la maiuscola alle parole (Tradizione, Identità, Razza, Sacro, Patria, Famiglia). La remigrazione è un bluff e un inganno.

Foto: Iran © Mostafa Meraji

Immagine di Salvatore Piromalli

Salvatore Piromalli

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