di Angelo Turco. Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM
La Turchia di Erdoğan rafforza il proprio peso geopolitico mentre restringe gli spazi del confronto democratico interno. Il processo contro Ekrem İmamoğlu – ex sindaco di Istanbul e principale avversario politico del “sultano” – diventa così il simbolo di un uso della giustizia come strumento di competizione politica.
Una potenza regionale sempre più assertiva, indispensabile negli equilibri tra Europa, Medio Oriente, Caucaso e Mar Nero. Ma un Paese che alla crescente proiezione internazionale continua a contrapporre, sul fronte interno, una drammatica incapacità di governare politicamente il conflitto: fino a trasformare l’avversario in imputato e la competizione democratica in questione giudiziaria.
LA MACCHINA DI ERDOĞAN
La Turchia sta attraversando uno dei passaggi più delicati della sua storia repubblicana. E forse il più pericoloso. Non perché il Paese sia improvvisamente diventato instabile: la Turchia convive da anni con tensioni economiche, conflitti regionali, emergenze di sicurezza e una crescente concentrazione del potere. La novità è un’altra. Per la prima volta dopo oltre vent’anni di dominio politico, Recep Tayyip Erdoğan sembra confrontarsi con un avversario capace di metterne realmente in discussione la permanenza al potere. È per questo che il processo contro Ekrem İmamoğlu (sindaco di Istanbul dal 2019 al 2025 e figura di spicco del Partito repubblicano del popolo – Chp) con l’accusa di corruzione e tangenti non può essere letto come una semplice vicenda giudiziaria. Esso rappresenta il luogo in cui si decide il futuro della democrazia turca.
Le cifre parlano da sole. Nei diversi procedimenti aperti contro il sindaco di Istanbul, i pubblici ministeri hanno formulato una somma di richieste di pena che supera i duemila anni di reclusione; alcune ricostruzioni parlano addirittura di oltre 2.400 anni. Una cifra che appartiene più alla dimensione simbolica che a quella penale, ma proprio per questo assume un significato politico inequivocabile: non si tratta soltanto di punire un uomo, bensì di cancellarne definitivamente la presenza dalla scena pubblica.
Chi conosce la storia politica recente della Turchia sa bene che İmamoğlu non è un oppositore qualsiasi. Dal 2019 egli rappresenta la più grande sconfitta elettorale subita dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) nella città che Erdoğan considera il cuore simbolico del proprio potere. Quando il risultato della prima elezione municipale venne annullato, molti pensarono che l’opposizione sarebbe stata piegata. Accadde invece il contrario. Nella ripetizione del voto İmamoğlu vinse con un margine ancora più ampio, trasformando quella consultazione in un referendum popolare contro l’interferenza del potere centrale. Da quel momento la sua crescita politica è stata costante, fino a diventare il principale candidato dell’opposizione per le prossime presidenziali.
Il processo oggi in corso viene interpretato da numerose organizzazioni internazionali e da gran parte degli osservatori come politicamente motivato. Human Rights Watch parla esplicitamente di un procedimento costruito per eliminare il principale sfidante del presidente, denunciando un uso della giustizia come strumento di competizione politica. Analisi indipendenti giungono a conclusioni analoghe, leggendo il caso İmamoğlu come il sintomo di una progressiva subordinazione dell’apparato giudiziario alla lotta per il potere.
Naturalmente il problema non riguarda soltanto İmamoğlu. Negli ultimi anni si è assistito a una progressiva compressione dello spazio dell’opposizione: sindaci destituiti, parlamentari perseguiti, giornalisti incarcerati, attacchi ai diritti Lgbt+, università sottoposte a pressioni, società civile sempre più controllata. Il caso del sindaco di Istanbul rappresenta semplicemente il punto più alto di una strategia che tende a trasformare la competizione politica in una questione giudiziaria. Quando ciò accade, la distinzione fra avversario politico e imputato tende progressivamente a dissolversi.
TRA REPRESSIONE E CINISMO
Esiste poi una questione costituzionale che rischia di diventare decisiva nei prossimi mesi. Secondo l’attuale Costituzione turca, Erdoğan non potrebbe presentarsi nuovamente alle elezioni presidenziali del 2028 senza una modifica costituzionale oppure senza elezioni anticipate che aprano una diversa interpretazione giuridica del limite dei mandati. Da qui nasce una parte importante della tensione politica odierna.
Mentre il principale rivale viene progressivamente neutralizzato attraverso procedimenti giudiziari, il presidente cerca dunque di costruire anche le condizioni politiche che rendano praticabile una nuova candidatura. In questa prospettiva acquistano particolare significato le aperture nei confronti del movimento politico curdo e il tentativo di riaprire un dialogo che potrebbe tradursi in un sostegno parlamentare decisivo. Più che una riconciliazione nazionale, sancita
il 10 agosto con un voto schiacciante del Parlamento turco, molti osservatori vi leggono un tassello di una più ampia strategia di ingegneria istituzionale, finalizzata a reperire i voti necessari per ridisegnare il quadro costituzionale e prolungare la permanenza di Erdoğan alla guida del Paese.
E LA GEOPOLITICA MEDIALE?
È qui che entra in scena la geopolitica mediale. La posta in gioco non consiste soltanto nel controllo delle istituzioni, ma nella costruzione della loro legittimità narrativa. Erdoğan non governa soltanto attraverso gli strumenti dello Stato. Governa anche attraverso un racconto: quello della Turchia assediata da nemici interni ed esterni, della necessità di un potere forte, della stabilità contrapposta al caos, della continuità nazionale contrapposta alle presunte minacce della disgregazione. In questo quadro, ogni oppositore significativo tende a essere narrato non come un competitore democratico, ma come un elemento di rischio per la sicurezza dello Stato.
L’opposizione, al contrario, tenta di costruire un racconto completamente diverso. Non più la sicurezza come fondamento della legittimità, bensì il ritorno allo Stato di diritto, all’autonomia della magistratura, all’alternanza democratica, alla normalizzazione dei rapporti con l’Europa. Per questo il confronto tra Erdoğan e İmamoğlu non riguarda soltanto due leader. Esso oppone due differenti narrazioni della Repubblica turca.
La vicenda assume inoltre una rilevanza internazionale. La Turchia rimane un attore indispensabile nella Nato, controlla gli Stretti, esercita un ruolo decisivo nel Mar Nero, nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso, in Siria e nella gestione dei flussi migratori verso l’Europa. È una potenza regionale con ambizioni globali. Proprio per questo la qualità della sua democrazia non costituisce una questione esclusivamente interna. Essa influenza direttamente gli equilibri geopolitici dell’intero spazio euro-mediterraneo.
Forse è proprio questa la lezione più importante che ci offre oggi la Turchia. Le democrazie non cessano necessariamente di esistere attraverso un colpo di Stato. Possono essere progressivamente svuotate dall’interno, mantenendo formalmente elezioni, parlamenti e tribunali, mentre cambia lentamente il significato delle istituzioni. È il passaggio dalla competizione politica alla competizione giudiziaria, dalla pluralità delle narrazioni alla progressiva monopolizzazione del racconto pubblico.
Dal punto di vista della geopolitica mediale, la vera domanda non è dunque se İmamoğlu verrà condannato oppure assolto. La domanda decisiva è un’altra: chi riuscirà a definire il significato di questa vicenda davanti ai cittadini turchi? Perché, in ultima analisi, il potere contemporaneo non consiste soltanto nel governare un territorio. Consiste nel governare il racconto attraverso cui quel territorio interpreta se stesso.
Foto: Manifestazione a sostegno di İmamoğlu © Hilmi Hacaloğlu (VOA), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Angelo Turco
Geografo africanista, Professore emerito all’Università IULM, già Presidente di Fondazione Università IULM
