di Martina Cangialosi. Giornalista freelance
A 53 anni dal golpe dell’11 settembre 1973, il Cile continua a confrontarsi con l’eredità della dittatura di Augusto Pinochet, tra una memoria ancora divisa, le richieste di verità e giustizia delle vittime ma anche il ritorno di narrazioni che rivalutano il regime militare.
All’alba dell’11 settembre di 53 anni fa i carri armati entravano nelle strade della capitale del Cile, mentre l’aviazione militare sorvolava il palazzo presidenziale de La Moneda. Al suo interno Salvador Allende, presidente in carica da tre anni, trasmetteva su Radio Magallanes il suo ultimo discorso. Nelle ore successive l’esercito cileno, guidato dal generale Augusto Pinochet, avrebbe circondato e bombardato la sede del governo. Con un colpo di stato militare veniva destituito il primo presidente marxista eletto democraticamente al mondo. Nei giorni seguenti, la giunta avrebbe sciolto il parlamento, ordinato l’arresto dei sostenitori di Allende e portato oppositori politici nell’Estadio Nacional per sottoporli a interrogatori e torture. Iniziava così un regime dittatoriale che sarebbe durato fino al 1990, portando l’esilio, la morte e la scomparsa di migliaia di persone.
NI PERDÓN NI OLVIDO
“Ni perdón ni olvido”, hanno cantato in coro i cileni questa domenica durante la romería, la tradizionale marcia verso il Cimitero Generale per mantenere viva la memoria delle vittime del regime e chiedere giustizia per i crimini dello Stato. «Dopo tutti questi anni non possiamo ancora permetterci di dimenticare i desaparecidos, i dissidenti politici, le vittime di tortura, non possiamo dimenticarci di loro, né di tutte le persone che cercano la verità», racconta Ana María Olivares, vicepresidente di Hijos y Madres del Silencio, un’organizzazione che investiga il traffico di adozioni irregolari. Infatti, tra gli anni Cinquanta e Novanta, in Cile più di 20mila minori sono stati dati in adozione illegalmente a famiglie straniere, un fenomeno che si è intensificato come forma di repressione e controllo della povertà da parte dello Stato durante la dittatura. «Ricordare è importante perché ci sono questioni che ancora rimangono irrisolte, sul piano della verità e su quello della giustizia, ancora 1.469 persone risultano scomparse», dice Erika Henning, direttrice di Londres 38, un edificio del Partito socialista occupato dalla Dina (Dirección de Inteligencia Nacional) subito dopo il colpo di Stato per trasformarlo in luogo di prigionia, repressione e tortura e che oggi è diventato un sito della memoria. «Bisogna conoscere le storie delle persone che sono state detenute o uccise dentro Londres 38 perché le loro storie riguardano tutti», aggiunge Henning, «sono storie di lotte per i diritti, per gli stessi diritti per cui ci troviamo a lottare oggi di fronte all’autoritarismo di questo governo». Quest’anno, infatti, per la prima volta dall’estallido social, le grandi proteste che hanno attraversato il Cile nel 2019, l’anniversario cade sotto un governo di estrema Destra e il presidente ha annunciato che, diversamente dagli anni precedenti, non si terrà una commemorazione ufficiale.
IL CILE NEGAZIONISTA DI KAST
José Antonio Kast si è insediato a marzo del 2026 dopo una campagna elettorale basata sulla sicurezza e sulla lotta all’immigrazione irregolare. Figlio di un tedesco affiliato al partito nazista e migrato in Cile dopo la Seconda guerra mondiale, non ha mai preso le distanze dalla dittatura militare durante la quale suo fratello Miguel ha ricoperto la carica di ministro del Lavoro.
«Per capire a pieno la figura di Kast e il suo ruolo nella Destra cilena è necessario sapere che il ritorno alla democrazia nel 1990 è stato frutto di un plebiscito», spiega Felipe González, autore del saggio Kast. La ultraderecha a la chilena (Ediciones B, 2025) insieme a Amanda Marton. Pinochet non solo è morto senza essere condannato, ma è rimasto a capo delle forze armate fino al 1998 e senatore a vita fino al 2006. Questo ha contribuito a far sì che molte persone non riconoscessero la dittatura come tale e continuassero, per decenni, a rivendicare l’immagine e la figura del generale. «All’interno della società cilena è sempre stato presente un certo grado di negazionismo», dice González, «questo gruppo di persone però era rimasto orfano di un leader che guardasse a Pinochet da quella prospettiva e avesse il coraggio di manifestarlo pubblicamente». Mentre a partire dagli anni Duemila i settori della Destra tradizionale hanno poco a poco preso le distanze dalla dittatura, anche dal punto di vista dell’economia e del ruolo dello Stato, Kast è rimasto tra le file dei più conservatori: «Se Pinochet fosse vivo, voterebbe per me», ha affermato, ad esempio, durante un’intervista nel 2017.
Alla fine dell’estallido social e durante il governo di Gabriel Boric, «si è replicato lo stesso meccanismo che si era verificato durante la dittatura», osserva Felipe González. All’epoca Pinochet è stato visto come una salvezza da molte persone, spaventate dal socialismo e dalle riforme di Allende. Kast e il Partito Repubblicano hanno ricoperto lo stesso ruolo di fronte alle proteste e all’avanzare del femminismo e dei diritti sessuali e riproduttivi, che preoccupavano i settori conservatori del Paese. Per molti, infatti, Kast significava un ritorno all’ordine e lui stesso si è spesso riferito al governo di Boric affermando che il Cile stesse “cadendo a pezzi” e insistendo sulla mancanza di sicurezza e sull’aumento della violenza.
NARRATIVA DELLA PAURA E RISCRITTURA DELLA STORIA
Nonostante il Cile continui a essere uno dei Paesi più sicuri della regione latinoamericana, negli anni la percezione dei cittadini è cambiata e otto persone su dieci credono che il Paese sia meno sicuro rispetto al passato. In questo cambiamento giocano un ruolo sia i social network, sia i media vicini al governo che diffondono una narrativa basata sulla paura e che collegano l’immigrazione irregolare alla criminalità. Al centro del dibattito politico delle ultime settimane è stata la proposta di una riforma costituzionale che permetterebbe all’esecutivo di dichiarare uno stato di eccezione per 240 giorni senza necessità di ricorrere al Congresso. Questo attribuirebbe al presidente poteri straordinari come la sospensione della libertà di circolazione, del diritto di riunione o l’intercettazione delle comunicazioni private. Da quando è stata presentata, la proposta è stata duramente criticata, non soltanto dagli oppositori, ma anche da giuristi e membri della stessa coalizione di Kast che l’hanno definita “illiberale”. «Questa riforma ha uno spirito fortemente autoritario da cui emerge una concezione del potere, un modo di pensare molto vicino a quello che abbiamo conosciuto durante la dittatura», commenta Erika Henning di Londres 38.
L’11 settembre 1973 però non rappresenta solo la caduta di un governo, la sconfitta della “via cilena al Socialismo” nel contesto della Guerra Fredda, ma anche l’inizio di un nuovo assetto economico del Paese. Con l’arrivo dei Chicago Boys, giovani economisti formati negli Stati Uniti sotto l’influenza di Milton Friedman e Arnold Harberger, in Cile venne imposto un modello neoliberista, fondato sulla privatizzazione e sul ridimensionamento dello Stato, che ancora oggi influenza il sistema economico e politico del Paese. Ad agosto, Kast è riuscito a far approvare in appena tre mesi una serie di misure relative all’economia, alle tasse e al lavoro, denominate Ricostruzione nazionale e sviluppo economico sociale. L’obiettivo è quello di “aprire le porte agli investimenti”, come ha affermato il ministro delle Finanze di fronte al Congresso, ma, secondo alcuni membri dell’opposizione, genereranno effetti sociali negativi, un calo permanente delle entrate fiscali e una concentrazione dei benefici nelle grandi aziende. «Questa riforma presenta alcuni elementi che rimandano alle politiche economiche di Pinochet», dice Felipe González, «lo stesso ministro delle Finanze che l’ha presentata si è dichiarato ammiratore di Sergio de Castro, uno dei primi economisti che hanno ricoperto quel ruolo durante la dittatura».
Dopo 53 anni, il mese di settembre continua ad avere un significato storico e politico per la Sinistra cilena e per tutte le organizzazioni che ancora cercano giustizia, come Hijos y Madres del Silencio: «Ci sono moltissime madri che non sanno cos’è successo ai loro figli, che non vengono credute quando affermano che gli è stato sottratto un bambino», dice Ana María Olivares. «L’adozione forzata di decine di migliaia di bambini non è un problema del passato né una questione che riguarda soltanto le famiglie coinvolte. Eppure lo Stato vuole ignorare questa violazione di diritti umani, insiste nel voler dimenticare quello che è successo». Infatti, a giugno del 2026, dopo appena quattro mesi dalla sua apertura, il presidente Kast ha annunciato la chiusura dell’unità dedicata a investigare le adozioni illegali e ad aiutare le persone a ricercare le proprie origini.
Il caso, però, non è isolato. Anche il Museo della Memoria e dei Diritti umani, aperto nel 2010 nella capitale, viene spesso criticato dalla Destra e nel 2023 lo Stato ha deciso di sospenderne il finanziamento. Lo stesso è avvenuto con Colonia Dignidad, conosciuta anche come Villa Baviera, una tenuta che per trent’anni ha ospitato una setta religiosa fondata da Paul Schäfer, un ex soldato nazista legato alla dittatura, che permetteva alla Dina di utilizzare i sotterranei come centro di torture, interrogatori e detenzione. Le strutture sarebbero dovute diventare un museo, ma il piano è stato annullato dal presidente Kast. «La memoria dovrebbe avere anche la funzione di garanzia, dovrebbe essere un modo per assicurarsi che i crimini e le violazioni che si sono verificati in passato non si ripetano», dice Erika Henning, «ma la memoria non è statica, le lotte che portavano avanti le persone durante quegli anni si sommano alle lotte del presente e i siti della memoria ne diventano i contenitori».
LA RINASCITA DEL PINOCHETISMO
Ancora oggi la dittatura rimane un tema divisivo e continuano a esistere narrazioni negazioniste o che valorizzano la figura di Pinochet e il regime militare. Secondo un sondaggio condotto nel 2023, intitolato Chile a la sombra de Pinochet, a cinquant’anni dal golpe, il 36% dei cileni pensa che il colpo di Stato abbia “liberato il Paese dal marxismo”, mentre il 42% ritiene che abbia “distrutto la democrazia”. Sempre la stessa inchiesta fa notare come per quasi la metà dell’opinione pubblica il ricordo della dittatura non sia negativo, quanto ambivalente. «Il Cile vive una rinascita del pinochetismo nel mezzo della crisi sociale, politica ed economica più importante dal ritorno della democrazia», si legge nelle conclusioni del report. Anche secondo Ana María Olivares di Hijos y Madres del Silencio, «si sta diffondendo un discorso molto pericoloso, un’idea secondo cui durante la dittatura c’era meno criminalità, l’economia funzionava meglio». Al tempo stesso, l’ombra del dittatore sembra essere presente anche nella partecipazione pubblica: «Per diciassette anni è stato ripetuto ai cileni che fare politica era pericoloso, che qualsiasi cosa avessero detto avrebbe potuto avere delle ripercussioni su di loro o sulle loro famiglie», afferma Olivares. «Non possiamo limitarci a ricordare le vittime l’11 settembre. Quello che è successo non riguarda solo i familiari dei morti o delle persone scomparse, riguarda tutta la società, tutto il nostro Paese», conclude Henning.
Foto: Museo della memoria e dei diritti umani (Santiago, Cile) © Museum of Memory and Human Rights, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Martina Cangialosi
Giornalista freelance
