di Antonio Ricci. Vicepresidente Centro Studi e Ricerche IDOS
La storia delle chiese “camminanti” di Bucarest, salvate dalle demolizioni di Ceaușescu, racconta molto più di un’impresa ingegneristica: mostra come la memoria possa essere cancellata (o marginalizzata) senza che venga distrutta.
Avvenire è tornato quest’estate su una delle storie più sorprendenti degli ultimi anni del regime di Nicolae Ceaușescu: quella delle chiese di Bucarest sottratte alle ruspe grazie a Eugeniu Iordăchescu, l’ingegnere civile che escogitò un sistema per separare gli edifici dalle fondamenta e farli scorrere, interi, su una piattaforma. Una vicenda ormai abbastanza nota, ma che vale la pena raccontare ancora. Anche perché, a guardarla meglio, parla molto meno di ingegneria di quanto sembri e molto più di memoria, potere e spazio pubblico.
ALCUNE PRECISAZIONI
Qualche dettaglio, intanto, va rimesso a posto. Avvenire scrive che Iordăchescu morì nel 2009: morì invece il 4 gennaio 2019, a 89 anni, come ricordarono allora la Chiesa ortodossa romena, l’agenzia Agerpres e numerosi media del Paese. Anche sulla prima traslazione le date si incrociano: nell’articolo si parla del 1983, mentre Schitul Maicilor (letteralmente l’Eremo delle Monache) fu trasferita nel 1982, per circa 245 metri.
E poi ci sono le famose “otto chiese”. Il numero è corretto se si assume uno dei conteggi più diffusi riferiti a Bucarest: l’architetto Gheorghe Leahu parlava infatti di venti chiese e monasteri demoliti e otto traslati durante gli anni della sistematizzazione. Ma altre fonti romene attribuiscono all’équipe di Iordăchescu dodici edifici religiosi salvati; lo stesso ingegnere, in un’intervista, parlò di tredici chiese, includendo interventi fuori dalla capitale. Le liste comprendono inoltre, a seconda dei casi, un Palazzo sinodale, il monastero Antim e il complesso di Domnița Bălașa.
Persino l’immagine del “miracolo clandestino”, molto efficace giornalisticamente, richiede qualche cautela. Iordăchescu non operava di nascosto. Per spostare edifici di centinaia di tonnellate erano necessari progetti, maestranze, mezzi pubblici e almeno una qualche autorizzazione del regime. Alla prima operazione nessuno volle assumersi la responsabilità di firmare il permesso e si procedette sulla base di un consenso verbale; alle traslazioni assistevano però funzionari, sacerdoti e cittadini. Non era una resistenza sotterranea nel senso classico. Era qualcosa di forse ancora più interessante: la capacità di trovare un margine d’azione dentro un sistema che sembrava non lasciarne.
SALVARE LA MATERIA, INTERROMPERE LE RELAZIONI
Sono precisazioni utili, ma sarebbe un peccato fermarsi qui. L’articolo di Avvenire ha soprattutto il merito di riportare l’attenzione su una storia che merita oggi un passo ulteriore: chiedersi che cosa sia stato realmente salvato.
Per capirlo bisogna tornare nella Bucarest degli anni Ottanta, nel periodo probabilmente più cupo del ceaușismo. Dopo il terremoto del marzo 1977, il regime accelerò la trasformazione della capitale secondo il progetto della cosiddetta sistematizzazione. Il nuovo centro politico-amministrativo, dominato dalla gigantesca Casa Poporului, avrebbe occupato oltre 400 ettari tra Uranus e Unirii. Case, strade, edifici pubblici, monasteri e chiese vennero demoliti per costruire una capitale adeguata all’autorappresentazione del regime.
La questione, dunque, non era semplicemente religiosa. Certo, un regime comunista autoritario guardava con sospetto alla Chiesa e alla religione. Ma quello che accadde a Bucarest riguardava qualcosa di più vasto: chi ha il potere di decidere la forma della città ha anche il potere di stabilire quale passato deve restare visibile.
È qui che l’invenzione di Iordăchescu mostra il paradosso più profondo di questa storia.
La tecnica era geniale. L’edificio veniva consolidato, separato dalle fondamenta e appoggiato su una grande piattaforma di cemento armato; poi, quasi fosse un oggetto appoggiato sopra un vassoio, veniva lentamente trascinato fino alla nuova collocazione. Schitul Maicilor pesava circa 745 tonnellate. Mihai Vodă, una delle chiese storicamente più importanti di Bucarest, percorse quasi trecento metri insieme al suo campanile.
Il miracolo funzionava. Ma funzionava anche per Ceaușescu. Perché, una volta spostate, molte di quelle chiese furono sistemate dietro i nuovi blocchi edilizi. Sopravvivevano, ma non si vedevano più. Il Museo Memoriale delle vittime del Comunismo e della Resistenza di Sighet, nella stanza 75, descrive esplicitamente questa seconda operazione: alcune chiese furono salvate dalla demolizione per essere poi nascoste dietro i nuovi edifici.
Ed è qui che la storia cambia significato, perché un edificio può sopravvivere e tuttavia essere cancellato. Una chiesa non è soltanto la somma delle sue pietre, degli affreschi e delle mura. È anche il punto dal quale la si vede arrivando lungo una strada; è il quartiere che nel corso dei secoli è cresciuto intorno a essa; sono le case, il mercato, il monastero, il cimitero, le persone che hanno imparato a orientarsi prendendo come riferimento quel campanile. Togliere una chiesa dal proprio luogo significa salvarne la materia ma interrompere una rete di relazioni.
Il regime aveva capito perfettamente la differenza. Non era indispensabile distruggere ogni simbolo religioso. Bastava impedirgli di partecipare alla rappresentazione pubblica della città. La chiesa poteva continuare a esistere, purché stesse dietro. Il nuovo boulevard, il palazzo monumentale, il blocco residenziale dovevano occupare il primo piano.
MARGINALIZZAZIONE DELLA MEMORIA
A distanza di quarant’anni, questa dinamica appare sorprendentemente contemporanea. Siamo abituati a pensare alla censura come a un divieto e alla distruzione della memoria come alla rimozione fisica di qualcosa. Ma esiste una forma più discreta di cancellazione: la marginalizzazione. Non eliminare, ma rendere invisibile. Non proibire una memoria, ma sottrarle il luogo dal quale poteva parlare alla società.
Per questo le chiese traslate di Bucarest sono qualcosa di più di monumenti salvati. Sono monumenti feriti. Hanno conservato le mura e perso il contesto. E proprio questa incongruenza permette oggi di leggere ciò che è accaduto. Una piccola chiesa settecentesca rannicchiata dietro una quinta di enormi condomini degli anni Ottanta racconta il ceaușismo forse meglio della stessa Casa Poporului. Mostra contemporaneamente l’ambizione del potere e il suo limite: il tentativo di riscrivere la città e qualcosa che, malgrado tutto, è rimasto.
Una testimonianza particolarmente efficace è stata restituita dal lavoro fotografico di Anton Roland Laub sulle Mobile Churches, una mostra itinerante attualmente allestita in Canada il cui catalogo è stato stampato nel 2017 da Kehrer Verlag. L’interesse del fotografo nacque anche dall’osservazione nelle strade di Bucarest di persone che, passando davanti ai grandi edifici costruiti durante il socialismo, continuavano a farsi il segno della croce. Dietro quelle facciate, invisibile dalla strada, c’era una chiesa. Il gesto era rimasto anche quando il monumento era scomparso dallo sguardo.
Forse la memoria collettiva funziona spesso in questo modo. Il potere può cambiare una pianta urbana, demolire una strada, spostare un edificio, cambiare i nomi delle piazze. È molto più difficile modificare con la stessa velocità la geografia interiore delle persone.
Anche per questo la morte di Iordăchescu, nel gennaio 2019, ebbe una risonanza particolare. La sua storia circolava già da tempo fuori dalla Romania – The Guardian le aveva dedicato un ampio reportage nel 2016 – ma la scomparsa dell’ingegnere contribuì a riportare l’attenzione internazionale sulla sua impresa. Il racconto era irresistibile: l’uomo che aveva fatto camminare le chiese per sottrarle a Ceaușescu.
È una bella storia. Ma forse oggi possiamo raccontarne una ancora più interessante. Iordăchescu salvò ciò che poteva salvare. Non gli si poteva chiedere di salvare anche la città che quelle chiese avevano intorno. Il valore della sua opera sta precisamente qui: nell’avere strappato qualcosa a un processo di distruzione molto più grande, utilizzando la propria competenza tecnica per allargare di qualche metro lo spazio del possibile.
La lezione, però, riguarda noi. Perché oggi disponiamo di una concezione del patrimonio più ampia di quella che identifica la tutela con la semplice conservazione dell’oggetto. Sappiamo che esistono paesaggi, contesti, memorie, usi sociali. Sappiamo soprattutto che decidere cosa rendere visibile nello spazio pubblico non è mai completamente neutrale.
Ogni epoca costruisce monumenti. Ogni epoca ne sposta alcuni ai margini. Ogni epoca stabilisce, più o meno consapevolmente, ciò che merita il centro e ciò che può restare dietro.
La vicenda delle chiese di Bucarest ci invita allora a diffidare di una concezione troppo facile della salvezza. Non tutto ciò che rimane è stato davvero preservato; non tutto ciò che viene nascosto è stato cancellato.
Foto: Schitul Maicilor (Bucaret) © fusion-of-horizons, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Antonio Ricci
Vicepresidente Centro Studi e Ricerche IDOS
